Alla fine l’accordo è arrivato. Dopo settimane di tensioni, polemiche e trattative, governo, Regioni e una parte dei sindacati dei medici di famiglia hanno trovato un’intesa per garantire la presenza dei professionisti all’interno delle Case di Comunità, le strutture territoriali finanziate dal Pnrr che dovrebbero rappresentare uno dei pilastri della nuova organizzazione sanitaria.
L’ipotesi di accordo è stata sottoscritta dalla Sisac, in rappresentanza delle Regioni, insieme ai sindacati Fimmg e Fmt, dopo il via libera del Ministero dell’Economia. La firma arriva a pochi giorni dalla scadenza del 30 giugno prevista dal Piano nazionale di ripresa e resilienza per l’avvio delle nuove strutture territoriali.
L’intesa consente al governo di evitare uno scontro frontale con la categoria e, allo stesso tempo, di presentarsi all’appuntamento con il Pnrr con una soluzione nazionale condivisa. Resta però evidente come il risultato finale sia molto diverso rispetto alla riforma strutturale che il ministro della Salute Orazio Schillaci aveva prospettato nelle scorse settimane.
Fino a 6 ore settimanali nelle Case di Comunità
L’accordo introduce per i medici di medicina generale un obbligo fino a 6 ore settimanali per 48 settimane all’anno nelle Case di Comunità. Le attività dovranno essere svolte nella fascia oraria compresa tra le 8 e le 20, con turni di almeno tre ore consecutive.
Per ogni ora di servizio sarà riconosciuto un compenso pari a 38,72 euro, oltre oneri, per un totale di circa 40 euro lordi, secondo una tariffa uniforme valida su tutto il territorio nazionale.
La definizione concreta delle necessità operative sarà affidata alle singole aziende sanitarie. Saranno infatti le Asl a individuare il fabbisogno di personale e a distribuire le ore tra i medici del territorio, tenendo conto delle risorse disponibili e garantendo comunque una presenza minima all’interno delle strutture.
Schillaci: “Vogliamo fortemente i medici nelle Case di Comunità”
Nelle ore precedenti alla firma, il ministro della Salute aveva confermato che la trattativa fosse ormai vicina alla conclusione.
“Stiamo trattando con i sindacati e con le Regioni e speriamo a breve di avere una soluzione. Siamo ottimisti e aspettiamo di arrivare a una conclusione. C’è un accordo di base“, aveva dichiarato Schillaci.
Il ministro aveva inoltre ribadito la centralità dei medici di famiglia nel nuovo modello di assistenza territoriale: “Vogliamo fortemente che i medici di medicina generale siano all’interno delle Case di comunità, le nuove strutture territoriali, perché sono quelli che meglio conoscono i pazienti. Questo ci farà vedere una sanità più moderna e più di prossimità e vicina ai cittadini e spero che ciò porti anche a decongestionare i pronto soccorso“.
Anche la Conferenza delle Regioni ha espresso soddisfazione per il risultato raggiunto, sottolineando che “c’è condivisione sull’ipotesi di accordo collettivo nazionale di lavoro dei medici di medicina generale per l’attuazione delle Case di Comunità“.
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Il governo evita lo scontro ma rinuncia alla riforma più ambiziosa
Il punto politico più rilevante è però un altro. L’accordo salva la presenza dei medici nelle Case di Comunità ma accantona, almeno per il momento, la parte più innovativa della riforma immaginata dal ministero.
Nelle versioni iniziali del progetto si era infatti ipotizzato anche il passaggio al rapporto di lavoro dipendente per una quota dei medici di famiglia, superando almeno in parte l’attuale sistema della convenzione. Una prospettiva che aveva provocato la dura opposizione delle organizzazioni sindacali e che nelle ultime settimane era stata progressivamente ridimensionata fino a scomparire dal tavolo negoziale.
Più che una vittoria piena del governo, l’intesa assomiglia quindi a un compromesso che consente di rispettare le scadenze del Pnrr senza modificare gli equilibri esistenti della medicina generale. Le nuove strutture territoriali ottengono una copertura minima, ma la riforma che avrebbe dovuto cambiare l’organizzazione del settore resta nel cassetto.
Fimmg approva, Smi e Snami si sfilano
L’intesa non ha comunque raccolto il consenso unanime delle organizzazioni sindacali.
La Fimmg, il principale sindacato dei medici di famiglia, ha difeso la scelta di firmare sostenendo che prevalga il senso di responsabilità verso il sistema sanitario e verso gli obiettivi del Pnrr. Secondo il sindacato, “in questa fase è necessario tenere insieme più esigenze: la sostenibilità del lavoro dei medici di medicina generale, la necessità del Paese di raggiungere gli obiettivi previsti dal Pnrr e il dovere di evitare la restituzione di risorse che avrebbe conseguenze pesantissime sul finanziamento del Servizio sanitario nazionale e, quindi, sui cittadini“.
Di segno opposto la posizione di Smi e Snami, che hanno deciso di non aderire all’accordo. Lo Smi denuncia infatti “uno stravolgimento della natura giuridica del rapporto di lavoro che attualmente disciplina l’esercizio della professione di medico di medicina generale con il Servizio Sanitario Nazionale nell’alveo della libera professione convenzionata“.
Resta aperta la questione del personale
L’accordo consente al governo di presentarsi alla scadenza del Pnrr con una soluzione operativa e con regole uguali su tutto il territorio nazionale. Tuttavia resta irrisolto il problema che aveva originato l’intera vicenda: garantire personale sufficiente alle centinaia di Case di Comunità realizzate grazie ai fondi europei.
Le nuove strutture potranno contare su una presenza programmata dei medici di famiglia, ma il nodo della carenza di professionisti e dell’organizzazione della medicina territoriale non può dirsi superato. Il risultato è che il governo ha evitato il muro contro muro con le categorie interessate e ha salvato una scadenza cruciale del Pnrr, ma ha anche rinunciato a quella riforma strutturale che fino a poche settimane fa veniva presentata come necessaria per il futuro della sanità territoriale italiana.
Enrico Foscarini, 24 giugno 2026
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