L’Unione Europea tenta ancora una volta di esternalizzare la gestione dei migranti, questa volta con una base giuridica più solida. Un gruppo di Paesi membri sta valutando l’invio dei richiedenti asilo respinti in Rwanda, Uzbekistan (uno Stato autoritario, guidato da Shavkat Mirziyoyev, caratterizzato da scarsi segnali di democratizzazione) e Uganda (dove il presidente Yoweri Museveni detiene il potere dal 1986 attraverso mezzi non democratici).
Il piano prende forma dopo l’approvazione di una legge che conferisce ai governi dell’UE il potere di istituire centri in Paesi terzi , i cosiddetti return hub , per ospitare i migranti che hanno esaurito ogni ricorso legale per restare nel blocco e sono in attesa di espulsione. A condizione, almeno formalmente, che quei Paesi rispettino i diritti umani e il diritto internazionale. Oltre la metà dei 27 Stati membri ha già firmato una lettera che chiede di procedere rapidamente.
Chi spinge e chi frena.
In prima fila ci sono Danimarca, Austria, Grecia, Germania e Paesi Bassi. Il premier greco Kyriakos Mitsotakis ha fissato un obiettivo preciso: “Concludere i primi accordi nel 2026, per rendere operativi i centri dal 2027”. I Paesi geograficamente vicini all’Europa, come Egitto e Libia, sono stati esclusi per il rischio di favorire il traffico di esseri umani.
Tuttavia, il fronte non è compatto. La Francia di Emmanuel Macron si è mostrata scettica: “Non ho mai visto un centro di rimpatrio in un Paese terzo che funzioni davvero”, ha detto il presidente francese a Bruxelles la settimana scorsa, aggiungendo di non essere sicuro che sia “questo il progetto dell’Europa”. Anche la Spagna si è opposta al meccanismo.
Le critiche dell’UNHCR e del Parlamento europeo.
Le perplessità non vengono solo dai governi. Jean-Nicolas Beuze, rappresentante dell’UNHCR a Bruxelles, ha accusato l’UE di cedere alla “retorica populista” sull’immigrazione, avvertendo che i rifugiati rischiano di essere inviati in Paesi dove potrebbero “subire danni irreparabili”. La deputata europea dei Verdi Mélissa Camara ha parlato di una violazione dei “valori fondamentali dell’UE in materia di dignità e diritti fondamentali”, sottolineando come né il Rwanda né l’Uzbekistan offrano garanzie sufficienti sul rispetto dei diritti umani. Per non parlare dell’Uganda.
Il confronto con i tentativi precedenti di Hub in terra extra-Ue è inevitabile e non gioca a favore dei sostenitori del piano. Il programma Rwanda del governo britannico è stato abbandonato dopo anni di battaglie legali e politiche. I centri italiani in Albania sono tuttora impantanati nei tribunali. Il piano danese per il Rwanda non è mai decollato. I promotori del nuovo schema europeo sostengono che questa volta la cornice giuridica comunitaria potrà fare la differenza , ma gli scettici restano numerosi, dentro e fuori le istituzioni di Bruxelles.
Il livello di democrazia nei Paesi dove l’Ue vuole “mandare la spazzatura”.
L’Uzbekistan non è una democrazia né un Paese rispettoso dello stato di diritto secondo i principali osservatori internazionali. Nonostante le riforme avviate dal presidente Shavkat Mirziyoyev dal 2016 abbiano portato a qualche miglioramento, l’Uzbekistan rimane uno Stato autoritario con scarsi segnali di democratizzazione. Nessun partito di opposizione opera legalmente. Il parlamento e la magistratura fungono di fatto da strumenti del potere esecutivo, e i media sono ancora saldamente controllati dalle autorità.
Sul fronte elettorale, le elezioni presidenziali del 2023 non sono state competitive: gli osservatori dell’OSCE hanno riscontrato che, nonostante alcune riforme di trasparenza, il voto non è stato né libero né equo, segnalando irregolarità significative tra cui brogli alle urne in numerosi seggi. Attraverso un referendum costituzionale, Mirziyoyev ha azzerato i propri mandati precedenti, con la possibilità di restare al potere fino al 2040.
Il rischio di lavoro forzato persiste nel settore del cotone, rimasto coercitivo per i lavoratori agricoli a causa del controllo statale sulla produzione. L’Uzbekistan continua inoltre a ignorare le richieste di depenalizzare i rapporti omosessuali consensuali tra uomini, e le autorità usano questa norma per molestare gay, bisessuali e donne transgender.
Attivisti per i diritti umani, blogger e commentatori sui social media continuano a subire procedimenti giudiziari a motivazione politica per aver denunciato corruzione, violazioni dei diritti e altri temi sensibili.
L’Uzbekistan, ancora, rimane uno dei peggiori ambienti al mondo per la libertà di internet, a causa di arresti arbitrari di chi critica il governo online, blocco sistematico di siti web e pratiche di sorveglianza eccessive.
Elementi che rendono più controversa la scelta dell’UE di considerare l’Uzbekistan come possibile sede di hub per i rimpatri. La condizione esplicita prevista dalla nuova normativa europea , che i Paesi ospitanti rispettino i diritti umani e il diritto internazionale , appare difficilmente compatibile con il quadro descritto dalle principali organizzazioni internazionali. Non a caso, UNHCR e Parlamento europeo hanno già sollevato obiezioni di fondo sull’intero schema.
Passando al dossier dell’altro “partner Ue” per laccoglienza dei migranti, l’Istituto V-Dem classifica l’Uganda come “autocrazia elettorale”, rilevando che lo stato di diritto e le libertà civili nel Paese erano peggiori nel 2020 rispetto al 1990. Il presidente Yoweri Museveni detiene il potere dal 1986 attraverso “vari mezzi non democratici”, secondo Freedom House. Nel 2005 il parlamento ha eliminato i limiti di mandato presidenziale, e nel 2017 quelli di età, consentendo a Museveni di candidarsi e vincere ripetutamente. Il presidente, ormai ottantenne, ha corso anche alle elezioni del gennaio 2026.
La situazione dei diritti umani in Uganda rimane repressiva: il governo ha violentemente represso l’opposizione politica, i giornalisti e i manifestanti, e ha reintrodotto il processo di civili davanti a tribunali militari.
L’Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani ha documentato come le autorità ugandesi abbiano usato varie leggi per mettere a tacere il dissenso: arresti di leader e attivisti dell’opposizione, raid nelle sedi dei partiti, sequestri di beni, sospensione di radio, arresti di blogger e controllo stringente sulle ONG.
Il figlio del presidente e capo delle forze armate, Muhoozi Kainerugaba, ha usato il proprio profilo X per rivendicare pubblicamente il rapimento e la tortura di un oppositore, Eddie Mutwe, affermando di averlo picchiato e minacciando di continuare.
Nel 2025 un commentatore sui social media è stato condannato a sei anni di prigione per aver insultato la presidenza. Ad aprile 2026 il governo ha presentato in parlamento il Protection of Sovereignty Bill, che propone di criminalizzare con definizioni vaghe qualsiasi attività che promuova gli interessi di uno straniero contro gli interessi dell’Uganda.
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Gabriele Frongia
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