La Waterloo nel Far West del colonnello Custer



AGI – L’immagine più forte dell’epopea del Far West è nella disfatta della cavalleria americana nella battaglia vinta dai pellirosse in una località diventata simbolo stesso di un’epoca, Little Bighorn, nel Montana. C’era tutto per entrare nell’immaginario collettivo, ben al di là dell’episodio: dall’abilità militare sul campo delle tribù coalizzate all’arroganza di superiorità dei bianchi, dallo scontro di due stili di vita incompatibili alla figura romanzesca e iconica di George Armstrong Custer. Lungo il fiume dell’erba grassa, come i nativi chiamavano quel luogo, il 7° reggimento di cavalleria degli Stati Uniti entrava nella storia per la più grave sconfitta americana di tutte le guerre indiane. 

Un esercito per cacciare i nativi che non accettavano la Grande riserva 

Nel 1874 la scoperta dell’oro sulle Black Hills, le montagne sacre dei Lakota (Sioux) determinati a non consentire a migliaia e migliaia di cercatori di invadere i loro territori, aveva fatto diventare carta straccia il trattato del 1868 con gli indiani. Washington aveva allora imposto ai pellirosse il termine di febbraio 1876 per riunirsi in una grande riserva assegnata dal governo americano, altrimenti sarebbe intervenuta la cavalleria per lo sgombero forzato degli “ostili”.

Era la guerra, l’ennesima nell’espansione a ovest, dall’esito scontato ma con qualche variabile che le autorità civili e militari statunitensi non avevano ben valutato. Il capo dei Sioux hunkpapa Toro Seduto aveva promosso una coalizione di pellirosse alla quale avevano aderito anche i Cheyenne oglala del già celebre guerriero Cavallo Pazzo, e a cui si erano unite altre tribù per spostarsi a nord nella stagione della caccia. Nonostante i miti creati per raccontare l’epopea del Far West, gli indiani erano considerati la miglior cavalleria del mondo, per quello che erano capaci di fare su quegli animali sia nella caccia sia nella guerra. Appena otto giorni prima dello scontro a Little Bighorn Cavallo Pazzo aveva inflitto una pesante sconfitta alle giubbe blu (cavalleria e fanteria) del generale George Crook nei pressi del corso d’acqua del Rosebud, di fatto estromettendolo dalla campagna militare. Gli indiani si erano abbandonati ai festeggiamenti in occasione della rituale Danza del sole. Stando ai racconti, però, non si trattava ancora della grande vittoria che Toro Seduto riteneva che il Grande Spirito gli avesse mandato in visione. 

 

 

Il 7° cavalleria va incontro al destino scritto da Toro Seduto e Cavallo Pazzo 

Contro i pellirosse il Governo americano aveva inviato non solo il generale Crook, ma anche i generali John Gibbon e Alfred Terry, che avrebbero dovuto convergere nel luogo del grande raduno per la Danza del sole, e liquidare con la forza quella scomoda questione una volta per tutte, ritenendo che la presenza di guerrieri nativi non arrivasse a un migliaio e si trattasse solo di bande ribelli: il primo grande errore. Il 7° cavalleria articolato in 12 squadroni faceva parte delle truppe di Terry. Custer era stato generale per incarico speciale durante la guerra civile e col successivo ridimensionamento dell’esercito era stato riportato al grado effettivo di tenente colonnello, ma smaniava per dimostrare di non essere da meno dei suoi comandanti e di avere diritto ai galloni. Il suo carattere indisciplinato era ben noto a Washington, dove si era messo in urto anche col presidente Ulysses Grant. Si distingueva dalle truppe anche per l’abbigliamento informale che indossava al posto della divisa, con la caratteristica giacca di pelle sfrangiata. Con i suoi cavalleggeri si era staccato dalla colonna di Terry il 22 giugno per trovare il grande villaggio indiano sull’altopiano che era riuscito finalmente a individuare proprio il mattino del 25. Da una distanza di una ventina di chilometri non era in grado di valutarne la consistenza (c’erano circa 1.200 tende) e neppure la natura del terreno del Little Bighorn e le possibili mosse dei capi indiani e dei guerrieri di cui ignorava il numero. Erano migliaia, in schiacciante preponderanza, ma dalle lenti del binocolo lui aveva intravisto solo la possibilità di gloria personale e riscatto, e aveva deciso di fare tutto da solo: aveva allora diviso il 7° cavalleria in quattro distaccamenti (di cinque squadroni, due gruppi di tre e uno di equipaggiamento, munizioni e salmerie) e aveva iniziato le manovre di avvicinamento risalendo il fiume. Pensava che, avvistata la nuvola di fumo della cavalleria, gli indiani che avevano passato una notte di festeggiamenti si sarebbero dati alla fuga lasciandogli campo libero. 

Gli errori delle giacche blu e la trappola dei Sioux e degli Cheyenne 

Faceva un caldo terribile, quel giorno. Quando la colonna del maggiore Marcus Reno arrivò a contatto con gli indiani, divampò la battaglia che si sarebbe protratta fino all’indomani. Cavallo Pazzo si rese immediatamente riconoscibile con i suoi colori di guerra ostentati, incurante del tiro dei cavalleggeri dei tre squadroni che non riuscivano a inquadrare nel mirino quel guerriero che guidava i suoi cheyenne. Gli uomini di Reno furono subito accerchiati e intrappolati su un colle, senza possibilità di sganciarsi da quell’assedio e sottoposti a uno stillicidio di fucileria e tiro con gli archi da comode posizioni protette. Quando Custer portò i suoi circa duecento soldati a valle, nel momento in cui guadavano il fiume vennero attaccati nei pressi del campo cheyenne: ai sioux non era sfuggita quella manovra e piombarono dall’alto sui cavalleggeri. Le giacche blu, smontate da cavallo e chiuse a difesa in quadrato, caddero una dopo l’altro davanti a un numero schiacciante di guerrieri indiani. 

  
Unico superstite il trombettiere portaordini, l’ex garibaldino Giovanni Martini 

La mossa disperata di Custer fu di spedire il trombettiere John Martin con l’ordine al capitano Frederick Benteen di mandare subito i suoi tre squadroni di rinforzo, ma intanto Cavallo Pazzo aveva chiuso la via di fuga ai soldati attaccandoli alle spalle di sorpresa dopo una manovra di aggiramento. Nessun militare delle cinque compagnie di Custer scampò all’annientamento, tranne il trombettiere che nonostante il nome Martin era un italiano, l’ex garibaldino Giovanni Martini: per la scarsa conoscenza dell’inglese era stato dotato di ordine scritto che poi lui esibirà alla commissione d’inchiesta. Tutto finì in mezz’ora, a Little Bighgorn, nel pomeriggio del 25 giugno 1876. “Lunghi capelli” Custer, come lo chiamavano gli indiani, proprio quella mattina si era fatto rasare per il gran caldo. Per questo non venne scalpato, altrimenti quel trofeo avrebbe ornato il tepee di pelle di bisonte di Toro Seduto o di Cavallo Pazzo. Il giorno dopo il trionfo su Custer e l’annientamento dei suoi cavalleggeri Toro Seduto tolse l’assedio alle truppe di Reno e Benteen affinché i superstiti riferissero della grande vittoria della nazione indiana. Negli Usa sotto choc per la sua Waterloo, che sarebbe stata ben presto vendicata, Little Bighorn entrava nella leggenda. 

 


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 agi

Source link

Di