L’arte di odiare Michela Murgia


Come amava ripetere Murgia, quelli che si vantano di dire sempre quello che pensano dovrebbero riflettere, prima di aprire la bocca, se non stiano pensando una cazzata. Ma anche in questo non è stata molto ascoltata, anche perché la frase “dico sempre quello che penso” è programmaticamente violenta

Giorgio Meletti

Michela Murgia, il metodo e il rischio dell’eccezione

Michela Murgia era una mia amica. Faccio questo disclaimer solo per ricordare che era un essere umano come miliardi di altri, con una vita, desideri, ambizioni, amici e nemici, un sacco di problemi come tutti, pregi e difetti, un destino infame. La trovavo simpaticissima e molto divertente, ne sento la mancanza.

Il suo più importante romanzo, Accabadora, è uno dei maggiori successi editoriali di questo secolo, ha venduto almeno 500 mila copie, è stato tradotto in tutto il mondo ed è ciò che l’ha fatta odiare da quei colleghi e colleghe che in genere contano più recensioni-marchetta nei giornali amici che copie vendute.

Il mio punto di vista non è però legittimato, perché è di parte. Il punto di vista “oggettivo”, definito a maggioranza dalla cultura degli squadristi, dice che, essendo morta, il suo cadavere debba essere a disposizione del dileggio di chi se ne diletti.

E forse, a ben guardare, non è nemmeno mai esistita, è un personaggio di fantasia, un cartonato su cui chiunque può dire ciò che vuole. Posso dire che Topolino mi sta sulle palle e che Pippo mi pare un po’ frocio?

Ecco, sta passando la regola che non ci sono più regole, non ci sono più limiti, vale solo la legge del più forte (per ora di chi strilla più forte) e, come sappiamo, senza regole vince Barabba.

Insomma, il diritto all’onore e al rispetto non appartiene più agli individui ma viene concesso dai prepotenti.

Ciò che accade a Francesca Albanese, con la differenza che lei, se vuole, può fare causa a chi la offende, anche se va in salita perché il trattamento che sta ricevendo è silenziosamente approvato dal governo e dal presidente della Repubblica.

Nei confronti di Murgia, che non può più difendersi, gente un po’ vigliacca si ritiene autorizzata a ingiuriarla in ogni modo per la sola ragione che gli stava sui coglioni (mi scuso se impiego il linguaggio del dibattito corrente, ma anche questo fa parte del fenomeno che siamo chiamati a comprendere).

E qui veniamo al punto della questione: la discussione pubblica è sempre più dominata dagli squadristi, per adesso mediatici.

L’assurda vicenda dei finalisti del premio Strega sul pulmino in sé non è interessante, riguarda le beghe personali di personaggi marginali che si contendono le briciole di un sistema morente.

Molto interessante invece è la discussione pubblica che si è innescata perché dimostra come il generale Roberto Vannacci abbia già vinto.

Anzi, per essere più precisi, egli è una conseguenza, l’epifenomeno di un imbarbarimento collettivo somigliante al folle volo della violenza che nel primo dopoguerra accompagnò al potere Benito Mussolini. Il cui propellente principale era, anche se non si chiamava ancora così, l’odio per il politicamente corretto.

Il percorso logico è agghiacciante.

Primo passaggio. Lo scrittore Michele Mari dice, in sostanza, che Michela Murgia era così radicalmente femminista e arrabbiata per reazione alla propria bruttezza (qui non importa discutere che cosa abbia detto realmente, importa che di queste parole si parla).

La gravità delle sue affermazioni (asseritamente private) viene equiparata alla cattiva azione della “spia” che le ha rese pubbliche, probabilmente in modo interessato. Per cui le proteste che seguono sono abusive perché la vera vittima

è Mari la cui privacy è stata violata, guarda un po’, da un’altra finalista dello Strega molto amica di Murgia interessata ad azzoppare il rivale, la quale si sente in obbligo di precisare pubblicamente di non essere lei l’infame spia.

Commento letto su Facebook: “È uno degli effetti miserevoli della società dell’ipersorveglianza: chi esercita il potere sulle parole private altrui, chi le registra, le diffonde, le rende pubbliche ai propri scopi, ossia chi fa la spia è ben accetto”.

Secondo passaggio. Dunque la libertà è in pericolo. Amici di Murgia, suoi lettori e ammiratori che protestano per le parole infami attribuite a Mari e comunque voluttuosamente ripetute vengono accusati di attentare alla libertà di pensiero.

Una che si definisce scrittrice scrive su Facebook che effettivamente “Michela era brutta”, ma chi se ne frega se Mari lo dice.

Sono le donne, troppo sensibili al giudizio maschile, le vere colpevoli: “Erigiamo tribunali in cui possiamo giudicare gli uomini come ci pare ma non tolleriamo di essere giudicate, l’emancipazione è saper accettare di essere brutte o grasse senza dover imporre agli altri di dire che andiamo bene così”.

Se ne ricava che Murgia, dall’aldilà, avrebbe intimato a Mari di dire che era una gnocca da paura non essendo in grado di accettare la propria bruttezza.

Ma se io mi rivolgessi a questa donna dicendole che, secondo il mio libero pensiero, dalla lettura delle sue opere si ricava la netta sensazione che sia un po’ puttana, lei seguirebbe il suo principio, tollerando di essere giudicata da me?

Terzo passaggio. Scatta il fact-checking. Veramente Michela era brutta? Giornalisti di antica esperienza arrivano a parlare di “presunta bruttezza”, come se fossimo in attesa della sentenza di un tribunale (estetico) della verità che dica finalmente in modo incontrovertibile se Michela fosse veramente un cesso (come lei amava dire facendo profeticamente il verso ai futuri difensori della libertà di insulto).

Molti sostengono seriamente che Mari ha sbagliato ma solo perché Michela non era per niente brutta.

Il meccanismo è delirante. Io dico a una persona, davanti a terzi: “Penso che la buonanima di tua madre fosse una gran puttana”. La persona ha due possibilità. La prima: constatando che ho commesso il reato di diffamazione (articolo 595 Codice Penale che punisce “chiunque offende l’altrui reputazione”) mi denuncia.

La seconda: replica che sua madre non era una gran puttana e che il mio giudizio è ingiusto e quantomeno esagerato. Si apre così il dibattito su quanto fosse puttana la mamma del mio (ex?) amico.

Ognuno ha diritto di dire la sua, anche se la povera donna è morta magari da trent’anni. D’altra parte, se il malcapitato facesse ricorso alla prima possibilità, verrebbe accusato di invocare il carcere per un reato d’opinione, come è capitato.

Qui c’è un punto centrale che indica la saldatura del vannaccismo con certa sinistra libertaria (la mamma dei Bombacci è sempre incinta): definire la diffamazione un reato di opinione prelude a un “liberi tutti” in nome della libertà di pensiero. Io ho il diritto di pensare e dire che tua madre era una gran puttana.

Ricorda il sociologo Alessandro Mongili: “Una mia zia (fascista) di Ghilarza sosteneva pervicacemente che Gramsci, suo compaesano, fosse diventato comunista perché gobbo”.

La mente di uomini e donne di ogni condizione è attraversata da pensieri orrendi che da millenni la specie cerca di tenere a bada e censurare, anche per diventare migliore. Ogni tanto la specie si stanca e decide di dire ad alta voce tutto ciò che le passa per la mente.

Come amava ripetere Murgia, quelli che si vantano di dire sempre quello che pensano dovrebbero riflettere, prima di aprire la bocca, se non stiano pensando una cazzata. Ma anche in questo non è stata molto ascoltata, anche perché la frase “dico sempre quello che penso” è programmaticamente violenta.

Quarto passaggio. Scatta l’assalto al politicamente corretto. La cosa trent’anni fa si presentò in modo sensato e tutti fummo d’accordo con Robert Hughes e ridemmo con lui quando segnalava il capitano Achab descritto come “portatore di un atteggiamento scorretto verso le balene”. Da qualche tempo, grazie anche alla cultura Maga, l’accusa di wokismo si è trasferita al Codice Penale e alla stessa Costituzione.

Il modello è l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, illegale ma sacrosanto, a sua volta ricollegabile agli assalti delle squadracce fasciste alle sedi sindacali nei primi anni Venti del secolo scorso: certamente illegali ma quando ci vuole ci vuole.

Figuriamoci con le parole. Perché non posso dire che i negri mi fanno schifo? Perché mi volete vietare di dire che i nordafricani puzzano?

I giustizieri del politicamente scorretto sono disperati: “Non si può più dire niente”. I talebani li censurano: “A me Murgia non mi ha educata proprio per nulla: mi ha solo annoiata a leggerla. Posso dirlo?”.

Nel “posso dirlo?” c’è un programma politico, se il politicamente corretto ci vieta di dire che abbiamo provato noia leggendo le opere di Murgia (ma quando mai?) abbiamo buone ragioni per asfaltarlo, e poi di dire qualunque cosa.

Così non c’è più limite: basta anche con il divieto di dire che Murgia era un’insopportabile stronza a causa di una bruttezza estrema che la rendeva inchiavabile.

Anche qui utilizzo le parole di cui Michela quasi si vantava, come fossero medaglie, avvertendo però che, se lei aveva le spalle abbastanza larghe per resistere al trattamento, la sua (sacrosanta, posso dirlo?) preoccupazione era per tutte le ragazze che venivano avvertite di che cosa sarebbe potuto capitare loro se osavano alzare la testa. Colpirne una per educarne cento, giusto?

Al contrario, molte femministe predicano che non si deve reagire per non cadere nel vittimismo. E lo scrittore Mari diventa, forse suo malgrado, un eroe della guerra al politicamente corretto.

La sera di lunedì 22 giugno la decenza è stata assaltata dentro l’aula di Montecitorio durante la discussione sulla legge sul piano casa.

I deputati vannacciani hanno preso la parola a raffica, otto uno dietro l’altro, per accusare la maggioranza imbelle di non essere abbastanza razzista.

Fino a quando Gianni Cuperlo (Pd) ha denunciato con parole nobili lo sfregio che era stato fatto al parlamento.

Il deputato Rossano Sasso (noto prima di oggi soprattutto per essersi scusato pubblicamente di avere attribuito a Dante Alighieri una frase in realtà pronunciata da Topolino) ha stigmatizzato che “Fratelli d’Italia abbia detto di no a ‘prima gli italiani’, ma prima ad Abdul, prima a Mohamed nell’assegnazione delle case popolari. Nelle nostre case popolari, sui citofoni, non abbiamo più Giuseppe, non abbiamo più Maria, non abbiamo più Francesco. Abbiamo Omar, abbiamo Mohamed, abbiamo Abdul”.

A questo punto ha protestato ed è uscita dall’aula la deputata del Pd Ouidad Bakkali, marocchina di Agadir, 42 anni, giunta in Italia con il padre e la madre migranti che si dichiara fiera di un padre che da venditore ambulante è riuscito a diventare camionista e poi operaio.

Della protesta di questa cittadina italiana e deputata offesa dalle parole razziste di Sasso, sappiamo qualcosa solo dall’intervento di Cuperlo, perché il resoconto stenografico della seduta si limita a riportare le parole della presidente di seduta, Anna Ascani (Pd): “Collega Bakkali, la richiamo all’ordine!”.

Bakkali è da tempo nel mirino dello squadrismo social, soprattutto da quando, alcuni giorni fa, una consigliera comunale di Ravenna, Anna Greco (FdI), l’ha definita “una marocchina, arrivata con le pezze al culo e che in Italia ha trovato l’America”. Poi Greco ha chiesto scusa ma la canea squadrista era già partita.

Nella stessa seduta il celebre Emanuele Pozzolo, luogotenente di Vannacci, ha duellato con la presidente ostinandosi a chiamarla “signor presidente” mentre lei chiedeva di essere chiamata “signora presidente”.

Il giorno dopo, martedì 23 giugno, in sede di approvazione di verbale, Pozzolo è intervenuto per rivendicare il suo diritto a chiamare l’onorevole Anna Ascani “signor presidente” perché la formula è certificata dall’Accademia della Crusca, e ha quindi chiesto di modificare il verbale in questo senso perché, ha detto, “di questo politicamente corretto francamente ci siamo proprio rotti le balle”.

A loro volta i deputati del Pd hanno protestato proprio per come era verbalizzato il richiamo all’ordine per l’onorevole Bakkali e lì è scattata la reazione del vannacciano Edoardo Ziello contro la cittadina italiana nata ad Agadir esattamente come lui è pisano nato a Civitavecchia: “Ormai si vuole sempre più eroicizzare questa deputata, come se fosse sostanzialmente il Titano Atlante che regge sulle sue spalle tutti i problemi del mondo, che è una roba allucinante”.

E così arriviamo alla chiusura del cerchio.

Quinto passaggio. Con la stessa logica per cui si aizza la canea contro Francesca Albanese additandola come sostenitrice di Hamas e contro una serie di noti personaggi indicandoli come amici di Putin, anche l’aggressione alla reputazione di Michela Murgia viene giustificata con il pericolo che rappresenta.

Il problema non è dunque la pretesa di alcuni di offendere la memoria di una scrittrice che non può difendersi ma la pretesa dei suoi amici o ammiratori di reagire. E siccome in Italia la vocazione squadrista (che vuol dire tutti contro uno) è molto diffusa tra gli intellettuali e sedicenti tali, ecco gli anatemi.

Il più banale è che pare ci sia gente che la vuole “beatificare”, forse legata ad Hamas. Il che è curioso perché l’accusa polemica di “beatificare” in genere riguarda persone ritenute universalmente colpevoli di qualcosa.

Ma se io parlo bene delle mia amica Michela faccio del male a qualcuno? E perché qualcuno si ritiene in diritto, o in dovere, di infuriarsi?

Avrebbe senso logico accusare i fascisti di voler beatificare Mussolini o i mafiosi di voler beatificare Totò Riina. Ma qui il meccanismo è che io accuso la mamma di qualcuno di essere o essere stata una gran puttana e, se il figlio o la figlia reagiscono, li infilzo subito: “Trovo insopportabile la beatificazione di quella gran puttana”.

Proprio la reazione di chi trova offensive certe parole diventa la prova inoppugnabile che quella persona era talmente orribile da avere riunito intorno a sé, anche dall’aldilà, una banda di malfattori che rappresenta un’oggettiva minaccia per gli interessi della nazione.

La stessa logica di Ziello: perché eroicizzate la vittima che sto pestando? Perché beatificate Murgia proprio mentre la insultiamo? La risposta è implicita: perché sotto c’è qualcosa di losco.

Scrive uno scrittore: “Esiste una setta che ritiene Michela Murgia una santa martire dell’impegno letterario e politico. Cose degne di Scientology”. C’è chi parla di “fanatismo religioso”, chi evoca i suoi “seguaci”.

C’è chi sostiene che “c’è la tendenza di una certa area pseudo-progressista, molto woke e poco progressista, a trasformare alcune figure in icone intoccabili, al riparo da ogni critica”.

Ecco alcuni commenti social di questi giorni:

“Per alcuni Michela Murgia è una specie di santa laica, infallibile per definizione. Eppure anche lei ne ha dette di stronzate”.

“Murgia è stata una scrittrice men che mediocre. Ed è strano che se ne parli ancora. Tutto il resto è miserabile tifoseria”.

“Murgia incarna, ancor meglio da morta che da viva, il ruolo del profeta”.

“La Murgia è un mostro sacro si è soggetti al giudizio di lesa maestà”.

Insomma, è come se fossimo in mezzo a un fenomeno di revisionismo storico in cui Murgia viene scoperta responsabile di qualcosa di orrendo nei confronti dell’umanità o comunque della comunità nazionale, e scattano commenti solenni come questo: “Più di qualcuno dovrebbe rivedere la sua idea di Murgia, giusto per amor di verità”.

Rimane inevasa la domanda centrale: perché tutto questo?

Perché io non posso difendere la memoria di una mia amica da una diffamazione collettiva? Ma in fin dei conti la domanda è mal posta e la risposta non c’è.

Chi partecipa ai pestaggi in genere non sa di che cosa è accusata la vittima. Però si diverte un sacco.

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