Inaugurata nel settembre 2025 dopo quattordici anni di lavori, la Grande Diga della Rinascita Etiope (GERD) ha riacceso le tensioni tra Etiopia, Egitto e Sudan attorno alle acque del Nilo. Se per Addis Abeba l’opera rappresenta un simbolo di sviluppo e sovranità nazionale, per il Cairo costituisce una minaccia esistenziale alla propria sicurezza idrica.
“Parleremo del Nilo, perché è un po’ più vuoto di quanto dovrebbe essere, ed è proprio di questo che siamo qui per parlare, giusto? È stata costruita una diga in Etiopia e questo sta causando enormi problemi all’Egitto”, così Donald Trump, durante il G7 a Evian, pone nuovamente l’attenzione su un’infrastruttura che per più di dieci anni ha suscitato tensioni tra Egitto, Etiopia e Sudan: la diga GERD, Grand Ethiopian Renaissance Dam.
Inaugurata il 9 settembre 2025, si tratta del progetto idroelettrico più grande del continente africano e rappresenta, per il primo ministro etiope Abiy Ahmed, “una grande impresa”. Ma se da un lato il nome stesso di questa infrastruttura, Grande Diga del Rinascimento Etiope, rappresenta un’opportunità grandiosa per lo sviluppo del territorio e per il bacino del Nilo, dall’altro c’è chi avanza dubbi e perplessità sulla sua gestione, ritenendo che possa diventare uno strumento di conflitto e un’arma nelle mani di una sola nazione. La sua realizzazione mette fine a un assetto fondato sugli accordi del 1929 e del 1959, con cui Egitto e Sudan si erano spartiti le acque del Nilo, tagliando fuori gli altri paesi a monte. Nonostante Egitto e Sudan continuino ad appellarsi a quei trattati, l’Etiopia li considera il prodotto di un ordine coloniale privo di legittimità.
Ma andiamo a monte
Per capire appieno le tensioni territoriali bisogna vedere dove è situata la diga e dove nasce il Nilo Azzurro. Il Nilo è lungo in totale più di 6650 km ed è formato da due rami: il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro. Quest’ultimo si origina in Etiopia, scorre verso nord attraversando il Sudan, si unisce al Nilo Bianco per poi attraversare l’Egitto e sfociare nel Mediterraneo. L’85% delle acque del Nilo che confluiscono a Khartoum provengono dall’Etiopia. Fin dal Trattato Anglo-Etiope del 1902, le potenze coloniali regolano le acque del Nilo senza mai coinvolgere realmente l’Etiopia come parte attiva. Nel 1929 il Regno Unito, in rappresentanza dell’Egitto e del Sudan, assegna all’Egitto il veto su qualsiasi progetto idrico a monte, lasciando l’Etiopia completamente fuori dai negoziati. Con l’indipendenza del Sudan, gli accordi del 1959 ridisegnano la spartizione esclusivamente tra Egitto e Sudan: l’Etiopia, da cui proviene la stragrande maggioranza dell’acqua, non riceve alcuna quota. Per Addis Abeba, quei trattati restano il prodotto di un ordine coloniale privo di legittimità.
Solo nel 2010 l’equilibrio comincia a incrinarsi: i paesi a monte (Etiopia, Kenya, Tanzania, Uganda e Ruanda e Burundi, che si aggiungerà nel 2011) firmano il Cooperative Framework Agreement, che sostituisce il veto egiziano con il principio dell’uso equo. L’anno successivo, sfruttando il caos politico aperto dalle Primavere Arabe in Egitto e la conseguente caduta di Mubarak, l’Etiopia lancia ufficialmente i lavori della diga.
La diga come leva di potenza
Dal punto di vista etiope, la GERD è uno strumento di trasformazione nazionale. Con quest’infrastruttura Addis Abeba punta a rafforzare la produzione elettrica interna, a ridurre il deficit energetico e a proporsi come hub energetico regionale, tramite l’esportazione di elettricità verso i Paesi limitrofi.
Non è, infatti, solo un’opera funzionale allo sviluppo interno del Paese, la cui produzione elettrica lascia più della metà della popolazione senza accesso stabile alla rete, ma costituisce uno slancio nella costruzione di una rete di relazioni regionali in cui l’Etiopia assuma un ruolo centrale. La GERD assume rilevanza anche nel contesto politico del Paese: indebolito da numerose guerre civili, la diga è divenuta uno dei pochi simboli capaci di produrre consenso trasversale, trasformandola nell’emblema del “rinascimento” etiope. Con quest’opera il Nilo riacquista il ruolo di risorsa che contribuisce allo sviluppo nazionale.
Il Nilo fonte di approvvigionamento
Per l’Egitto invece, la GERD rappresenta una minaccia esistenziale. Il Nilo costituisce il 90% del fabbisogno idrico nazionale egiziano e di conseguenza, qualsiasi alterazione al flusso del fiume rappresenta un tema legato alla stabilità economica, politica e sociale del Paese. Il punto più rilevante è da leggersi anche nel contesto geopolitico. La diga ha modificato un equilibrio storico nel quale il Cairo aveva il pieno, o quasi, controllo delle acque del Nilo, ricoprendo il ruolo di principale referente politico della questione idrica regionale. Nel 2020 l’Etiopia ha iniziato il riempimento unilaterale del bacino ed entro l’estate 2024 era riuscita a trattenere 49,3 miliardi di m3 su una capacità massima di 74 miliardi di m3, completando il riempimento iniziale. Il “Water Policy”, una ricerca dell’Università del North Carolina e di Oxford, pubblicata sulla rivista IWA Publishing mostra un elemento essenziale: i cicli di riempimento dell’invaso cominciati nel 2020 e terminati nel 2025, non sembrano aver provocato significativi danni al flusso verso Sudan ed Egitto, né un abbassamento del livello della diga di Assuan. L’analisi evidenzia che le piogge favorevoli e una gestione prudente delle riserve idriche a valle hanno contribuito a contenere gli effetti immediati.
L’ambiguità del Sudan e il fallimento della mediazione internazionale
A complicare ulteriormente il quadro c’è il Sudan. Da un lato la GERD potrebbe garantire al Paese vantaggi concreti: maggiore regolarità dei flussi del Nilo Azzurro, riduzione delle inondazioni stagionali. Dall’altro la vicinanza tra la diga e il territorio sudanese rende il Paese esposto a rischi connessi a una gestione non coordinata delle acque. Tuttavia, dal 2023, travolto da una guerra civile interna, ha abbandonato il ruolo di mediatore per allinearsi alle posizioni del Cairo. Senza un Sudan stabile a fare da intermediario, Etiopia ed Egitto restano a confrontarsi senza un intercessore.
Anche la mediazione internazionale, negli anni, non è riuscita a sciogliere il nodo. Stati Uniti, Banca Mondiale e Unione Africana ci hanno provato più volte dal 2014, senza mai arrivare a un’intesa vincolante. Lo stesso Trump, parlando della questione al G7 di Evian, ha rivendicato di aver già “risolto” la disputa durante il suo primo mandato, accusando l’amministrazione Biden di averla abbandonata. Più che una soluzione, la sua dichiarazione suona come la conferma di un problema rimasto congelato per un decennio.
Ormai l’attenzione non riguarda più la costruzione della diga in sé, ma la gestione del potere che essa redistribuisce.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Rachele Galli
Source link


