la stabilità è un merito, ma ora serve liberare l’Italia


Il Wall Street Journal ha appena pubblicato un lungo ritratto di Giorgia Meloni, descrivendola come una leader combattiva, pragmatica, capace di tenere unita la maggioranza, di muoversi con abilità sul piano internazionale e di garantire all’Italia un risultato tutt’altro che scontato: la stabilità politica.

Condizione necessaria ma non sufficiente

Il dato merita di essere riconosciuto. In un Paese abituato a governi fragili, maggioranze mutevoli e crisi continue, la durata di un esecutivo non è irrilevante. La stabilità riduce l’incertezza, rafforza la credibilità esterna, consente di programmare, offre tempo per intervenire su mali antichi.

Ma proprio per questo non può essere considerata un traguardo. È una condizione. È capitale politico da investire.

Un governo stabile dispone di una forza che gli esecutivi deboli raramente hanno: quella necessaria per sfidare corporazioni, rendite, burocrazie, apparati e interessi organizzati. La continuità dovrebbe servire a tagliare ciò che tutti dichiarano di voler tagliare e nessuno taglia mai, a dire dei no, a sottrarre potere alla politica e a restituirlo ai cittadini. Quando questo non accade, la stabilità diventa soltanto la forma più ordinata della conservazione.

Cosa è cambiato

È questo il punto. Non basta che un governo duri. Occorre chiedersi che cosa cambi mentre dura. La questione vera, dunque, non è se Giorgia Meloni arriverà alla fine della legislatura. È piuttosto capire quanto spazio di libertà abbiano conquistato gli italiani nel frattempo: più reddito lasciato a chi lo produce, meno autorizzazioni, investimenti senza continui permessi, proprietà più sicura, lavoro meno imbrigliato, burocrazia meno invadente. In definitiva, uno Stato arretrato almeno di qualche passo nella vita quotidiana dei cittadini.

A queste domande è difficile rispondere con entusiasmo. La pressione fiscale resta pesantissima. La spesa pubblica continua ad assorbire una parte enorme della ricchezza nazionale. Il debito pubblico rimane il grande trasferimento occulto di costi dal presente al futuro. La produzione normativa non rallenta.

Chi vuole intraprendere continua a muoversi in un labirinto di autorizzazioni, adempimenti, controlli, scadenze, procedure e responsabilità spesso sproporzionate. L’Italia resta un Paese nel quale l’energia produttiva della società viene prima ostacolata e poi, magari, compensata con qualche incentivo.

La ricchezza non nasce nei ministeri

Il problema non è soltanto quantitativo. È culturale. Anche quando cambia il linguaggio, spesso non cambia l’impianto. Si parla di impresa, merito, famiglia, lavoro, nazione. Ma l’economia continua a essere vista come qualcosa da guidare dall’alto. Bonus, crediti d’imposta, fondi pubblici, programmi settoriali, politiche industriali, incentivi mirati e tavoli ministeriali restano gli strumenti preferiti.

Lo Stato non arretra: seleziona, orienta, corregge, distribuisce, concede. È una visione che non libera la società, la tiene dipendente.

La ricchezza – dovrebbe essere chiaro a tutti – non nasce nei ministeri. Nasce dalle scelte di milioni di persone che usano conoscenze locali, informazioni disperse, intuizioni, risparmi, competenze e assunzioni di rischio. Nessun ufficio pubblico può sapere meglio degli individui dove convenga investire, quale impresa meriti capitale, quale settore abbia futuro, quale prezzo sia corretto, quale domanda emergerà domani. Quando la politica pretende di sostituirsi a questo processo, non produce ordine: produce distorsioni.

I prezzi, la concorrenza, il profitto e la perdita non sono nemici sociali da sorvegliare. Sono segnali. Indicano dove le risorse sono richieste, dove vengono sprecate, quali errori devono essere corretti, quali iniziative meritano di crescere. Ogni volta che lo Stato altera quei segnali con sussidi, divieti, protezioni o favoritismi, rende l’economia meno libera e meno capace di correggersi.

Una svolta liberale

Per questo la stabilità del Governo Meloni avrebbe potuto aprire una stagione radicalmente diversa: privatizzazioni vere, taglio della spesa improduttiva, riduzione permanente delle tasse, semplificazione drastica delle norme, liberalizzazioni nei settori ancora bloccati, tutela più forte della proprietà privata, maggiore libertà contrattuale, meno discrezionalità amministrativa. Non si tratta di amministrare meglio lo Stato. Si tratta di ridurne il perimetro.

Naturalmente l’Esecutivo guidato dalla Meloni presenta differenze rispetto a quelli di centrosinistra. Sarebbe ingiusto negarlo. Ha mostrato maggiore prudenza nei conti pubblici, una collocazione internazionale più solida e una diversa sensibilità su molti temi culturali. Ma tutto questo non basta a fare una svolta liberale.

Un governo amico della libertà si vede da ciò che sottrae alla decisione pubblica. Meno norme, meno enti, meno tasse, meno autorizzazioni, meno poteri discrezionali. Non basta rendere più efficiente la macchina statale, perché una macchina più efficiente può anche comprimere meglio la società. La vera svolta arriva quando la politica smette di occupare spazi che spettano ai cittadini.

Niente alibi

Il lungo ritratto del citato quotidiano statunitense coglie un dato reale: la Meloni ha dato stabilità al sistema politico italiano. Ma proprio per questo oggi non ha più l’alibi della fragilità. Ha avuto consenso, tempo, maggioranza e autorevolezza. Se tutto questo serve solo a governare meglio lo stesso Stato ingombrante, il risultato resta incompiuto.

Come ammoniva Ludwig von Mises, “i governi diventano liberali solo quando vi sono costretti dai cittadini”. La lezione resta attuale: il potere tende ad allargarsi, gli apparati difendono le proprie competenze, le maggioranze finiscono spesso per usare gli strumenti che avevano promesso di ridurre. Per questo la libertà richiede una società esigente, capace di pretendere meno tasse, meno vincoli, meno burocrazia, meno Stato.

Vale qui anche quella che Gianfranco Miglio chiamava la ”legge di gravità” (o gravitazionale) del potere: ogni potere tende ad attrarre altro potere, a concentrarlo, a trattenerlo, a giustificare la propria espansione come necessaria.

Stabilità non è libertà

Per questo la stabilità, da sola, non libera: può persino rendere più solido l’apparato che dovrebbe essere ridimensionato. Solo una pressione costante della società può impedire che il governo stabile diventi semplicemente uno Stato più stabile.

La storia non ricorda i governi perché sono rimasti in piedi più degli altri. Ricorda quelli che hanno cambiato il rapporto tra potere e cittadini. Quelli che hanno reso più libera la società, più sicura la proprietà, più aperto il mercato, più responsabili gli individui. La stabilità è un merito. Ma non è ancora libertà.

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 Sandro Scoppa

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