C’è una fotografia che vale più di qualunque comunicato: le mani di monsignor Alfonso de Galarreta e di monsignor Bernard Fellay posate sul capo di quattro nuovi vescovi, nella mattina del 1° luglio, a Écône, in Svizzera. Chi conosce la storia recente della Chiesa sa che quelle mani hanno già vissuto questa scena, ma dall’altra parte: de Galarreta e Fellay sono due dei quattro vescovi che Marcel Lefebvre consacrò illecitamente il 30 giugno 1988, incorrendo nella scomunica di Giovanni Paolo II. Furono riammessi alla comunione nel 2009 da un atto di misericordia di Benedetto XVI. Trentotto anni dopo restituiscono quella misericordia ripetendo il gesto che li aveva resi scismatici, questa volta come consacranti.
I nuovi vescovi sono lo svizzero Pascal Schreiber, lo statunitense Michael Goldade e i francesi Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier. L’atto, compiuto senza mandato pontificio, comporta secondo il diritto canonico la scomunicalatae sententiae, che scatta nel momento stesso in cui il gesto viene compiuto, e con essa lo scisma dalla Chiesa cattolica. Questa volta Roma non ha lasciato margini all’ambiguità: la dichiarazione formale è arrivata nel giro di ventiquattr’ore. Il 2 luglio il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato il decreto che qualifica la cerimonia di Écône come atto di natura scismatica e ne certifica le conseguenze. La ferita non è più soltanto inferta: è sancita.
Un gesto straordinario, non ricambiato
Per misurare la gravità di quanto accaduto bisogna partire da ciò che lo ha preceduto. Il 30 giugno la Sala Stampa vaticana ha pubblicato una lettera di Leone XIV, datata 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo, indirizzata a don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità, e attraverso di lui a vescovi, sacerdoti, seminaristi e fedeli del mondo lefebvriano.
C’è un gesto straordinario, prima ancora delle parole, in quella lettera: il Successore di Pietro non impugna l’autorità che pure gli spetterebbe, ma sceglie il registro del padre. Apre riconoscendo ciò che nella Fraternità è degno di stima ecclesiale, l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico, il desiderio di fedeltà alla Tradizione, e ricorda che proprio questo ha motivato l’attenzione e la benevolenza dei suoi predecessori. È dentro questo abbraccio, e non contro di esso, che colloca la richiesta centrale: «tornate sui vostri passi». L’argomento decisivo non è giuridico ma pastorale, e rivela dove batte il cuore del Pastore: l’atto scismatico priverebbe i fedeli, le persone semplici, quelle che nelle cappelle della Fraternità cercano Dio in buona fede, della ricezione lecita, e in taluni casi persino valida, dei sacramenti. Fino all’ultima riga la lettera tiene aperta la porta a un percorso di dialogo e di intesa, e si chiude ammonendo, con la gravità di chi vede avvicinarsi il danno, che lacerare l’unità della Chiesa è un peccato di estrema gravità.
Non era il primo avvertimento, né il primo atto di pazienza. Già il 13 maggio il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, aveva ribadito che le ordinazioni annunciate erano prive di mandato pontificio e che il gesto avrebbe costituito un atto scismatico, richiamando il precedente dell’Ecclesia Dei di Giovanni Paolo II. La lettera papale era dunque l’estremo passaggio di mesi di tentativi di dialogo condotti da Roma, tutti caduti nel vuoto.
Il rifiuto travestito da devozione
La replica di Pagliarani, arrivata nel pomeriggio dello stesso 30 giugno, va letta per quello che è al netto della sua abilità retorica: un rifiuto mascherato dal linguaggio filiale. Il superiore della Fraternità ringrazia il Papa, si dice commosso dalla sua premura, e poi capovolge l’appello: chiede a Leone XIV di non dichiarare la scomunica e, anzi, di benedire la consacrazione. Si chiede cioè al Successore di Pietro di avallare un atto compiuto contro la sua esplicita volontà. Non è una richiesta di comunione, è la pretesa che la comunione si pieghi alle proprie condizioni.
L’argomentazione procede per paradossi che non reggono alla prova dei fatti. Il primo: la Fraternità fu già dichiarata scismatica nel 1988, eppure, nota Pagliarani, dopo tanti anni il Papa le scrive come un padre a un figlio; non sarebbe questa la prova che scismatica non è? Il paradosso, in realtà, dimostra l’esatto contrario: che un padre continui a scrivere al figlio che se ne va non prova che il figlio sia rimasto in casa. Prova soltanto quanto il padre lo ami. Il secondo rovesciamento è ancora più ardito: le parole del Papa sulla tunica lacerata di Cristo vengono riprese e rivoltate, perché sarebbe la Fraternità a volerla ricucire, mentre a lacerarla sarebbero non meglio precisate «forze e pressioni» interne alla Chiesa. Ma è difficile sostenere di ricucire una tunica nell’atto stesso di strapparla: la successione apostolica non si “salva” moltiplicando vescovi contro il volere di colui al quale Cristo ha affidato di confermare i fratelli.
Il registro si è fatto esplicito nell’omelia pronunciata a Écône durante la cerimonia, dove Pagliarani ha rivendicato che la Fraternità e Roma «parliamo due lingue diverse»: da una parte, nella sua rappresentazione, la lingua della fede e della tradizione, dall’altra quella dell’inclusione, del dialogo, dell’accompagnamento. Dichiararsi pronti a pagare qualunque prezzo, persino quello di essere trattati da ribelli, per amore di un Papa che si dice di non voler vedere umiliato, mentre si compie l’atto che più di ogni altro ne umilia il ministero, è una contraddizione che nessuna eloquenza riesce a sanare.
Il decreto: la scomunica nera su bianco
La risposta di Roma è arrivata con una rapidità che è essa stessa un messaggio. Il 2 luglio, a ventiquattr’ore dalla cerimonia, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato il decreto, firmato dal cardinale Fernández e controfirmato dai due segretari del Dicastero, che chiude la questione sul piano canonico: consacranti e consacrati (de Galarreta e Fellay da una parte, Schreiber, Goldade, Poinsinet de Sivry e Hanappier dall’altra) sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica, per aver compiuto un atto di natura scismatica.
Ma è la Nota esplicativa che accompagna il decreto a rivelare l’ampiezza reale della frattura. Le conseguenze non si fermano ai sei vescovi. Tutti i ministri sacri della Fraternità sono da considerarsi scismatici, soggetti alla scomunica prevista dal canone 1364. Quanto ai fedeli laici, sono scomunicati coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità, secondo i criteri già fissati dalla Nota del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996, che il Dicastero fa nuovamente propria. E soprattutto, questo il punto che tocca la vita concreta delle persone, la Nota avverte il Popolo di Dio che i sacerdoti lefebvriani amministrano illecitamente i sacramenti, e che le confessioni da loro ascoltate e i matrimoni da loro assistiti sono invalidi.
È esattamente lo scenario che Leone XIV aveva descritto nella sua lettera, quando indicava il danno più grave non nella disobbedienza in sé, ma nel prezzo che l’avrebbero pagato i semplici: chi si inginocchierà in una cappella della Fraternità credendo di ricevere l’assoluzione, non la riceverà. Chi vi si sposerà, non contrarrà un matrimonio sacramentalmente valido. La profezia pastorale del Papa è diventata, nel giro di due giorni, diritto vigente. Con un invito finale ai fedeli: rimanere saldi nella comunione con il Romano Pontefice e astenersi dal partecipare alle celebrazioni della Fraternità.
Diciassette anni di pazienza, archiviati in una mattina
La consacrazione episcopale non è un rito tra gli altri. Tocca la successione apostolica, il meccanismo con cui la Chiesa trasmette se stessa nel tempo, e per questo il diritto della Chiesa la vincola al mandato del Pontefice. È la ragione per cui Giovanni Paolo II, nel motu proprio Ecclesia Dei del 1988, qualificò il gesto di Lefebvre come disobbedienza in materia gravissima, implicante un rifiuto pratico del primato romano: un atto scismatico. Non a caso è proprio quel testo che il decreto di oggi cita, saldando in un’unica parabola il 30 giugno 1988 e il 1° luglio 2026.
Da allora la storia dei rapporti tra Roma e la Fraternità è la storia di una pazienza a senso unico. Il punto più alto fu il 2009, quando Benedetto XVI rimosse la scomunica ai quattro vescovi consacrati da Lefebvre (Fellay, Tissier de Mallerais, Williamson e de Galarreta) pagando anche un prezzo personale altissimo sul piano dell’opinione pubblica, pur di riaprire la strada dell’unità. Sono seguite concessioni sulle confessioni e sui matrimoni, colloqui dottrinali, mediazioni, aperture. A ogni passo di Roma non ha mai corrisposto il passo decisivo della Fraternità. Il 1° luglio 2026 archivia questa parabola nel modo più amaro: diciassette anni di mano tesa si chiudono con uno strappo unilaterale, aggravato dal fatto che la Fraternità, dandosi una nuova generazione episcopale, si struttura per durare fuori dalla comunione. E questa volta anche le facoltà concesse da Francesco nel Giubileo della Misericordia (le confessioni valide, i matrimoni assistiti) sono travolte dallo strappo: ciò che era stato donato per il bene dei fedeli si dissolve nell’atto che quei fedeli ha traditi.
La casa che resta aperta
Resta la domanda di fondo, che va oltre la cronaca. Può esistere una fedeltà che passa per la disobbedienza al Successore di Pietro? I lefebvriani rispondono di sì da quasi quarant’anni, e su questo paradosso hanno costruito la propria identità: obbedire a una Chiesa “eterna”, modellata a propria immagine, disobbedendo alla Chiesa di Roma. Ma la comunione cattolica non è un menù dal quale scegliere le portate: una comunione decisa unilateralmente, alle proprie condizioni, non è comunione. È la sua imitazione.
C’è però un ulteriore dettaglio che merita attenzione, nel decreto che sancisce la separazione: prima ancora di elencare le sanzioni, il Dicastero scrive che la Chiesa, come madre premurosa, accoglierà con affetto sincero tutti coloro che desiderano tornare alla piena comunione, e incarica i Nunzi Apostolici di predisporre le procedure per il ritorno. Persino nell’atto più severo, Roma disegna già la via del ritorno.
La verità semplice di questa giornata è che a Écône non è stata Roma a chiudere una porta: è stata la Fraternità a uscirne. E sulla soglia il Padre, che ieri chiedeva di restare, oggi lascia la luce accesa per chi vorrà tornare.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Giuseppe Giordano
Source link


