Nel variegato panorama politico italiano vuole ritagliarsi uno spazio anche ORA!, il partito nato dall’esperienza di Drin Drin e guidato dall’economista Michele Boldrin e dall’imprenditore Alberto Forchielli. Una formazione che si presenta come pragmatica, liberale e riformista, con l’ambizione di parlare soprattutto a quella parte di Paese che non si riconosce più nelle contrapposizioni tradizionali, tra cui giovani, lavoratori qualificati e produttori.
Dopo il congresso fondativo di Abano Terme, nell’ottobre 2025, il progetto sta operando per radicarsi sul territorio attraverso le prime esperienze amministrative e una piattaforma incentrata su crescita, riduzione della spesa pubblica, riforma della scuola, concorrenza, produttività e attrazione dei talenti. Al centro una questione prima ancora culturale: “La riforma shock? Portare in Aula un gruppo di parlamentari capaci di dire agli italiani la verità”, spiega Boldrin in questa intervista esclusiva a Milano Quotidiano.
Quale verità? Per il segretario di ORA!, riguarda la necessità di “riformare il Paese profondamente“, perché “sono cinquant’anni che il mondo cambia e noi ci rifiutiamo di cambiare”. Da qui il richiamo alla fuga dei giovani e delle competenze, ma anche il focus sulle grandi città del Nord. Milano, in questo senso, diventa un banco di prova: caro-affitti, sicurezza, mobilità, ambiente e Comunali del 2027. Dice Boldrin, rivendicando un approccio concreto: “Milano è una città molto pratica, molto concreta e vorremmo esserlo anche noi”. L’INTERVISTA
Segretario, ORA! nasce come un partito pragmatico per dare voce soprattutto ai giovani e a chi produce. In un ecosistema politico come quello attuale, qual è lo spazio vitale che ORA! vuole occupare?
L’obiettivo è quello di provare a rappresentare dei gruppi sociali, che a nostro avviso, non si sentono molto rappresentati. La reazione che c’è stata alla nostra iniziativa lo conferma. Chi sono? I giovani, certo: persone qualificate e che tentano, nel mercato del lavoro, di introdurre nel sistema italiano elementi di novità sia tecnologica che organizzativa. Ma che l’intero meccanismo fiscale e determinate scelte politiche tendono a lasciare ai margini. Ci sono per esempio tutte quelle persone che nel nostro sistema scolastico non si ritrovano. Che si sono rese conto che il sistema che abbiamo, pur con tutti i suoi meriti, non essendo stato riformato radicalmente per adattarsi al cambio tecnologico e culturale mondiale, è oramai arretrato e forma persone che arrivano sul mercato del lavoro in buona parte – non tutti, ma in buona parte – impreparate. Ma non ci sono solo loro. C’è tutto un pezzo di Italia che è fuori dal dibattito politico: quello a cui interessa la crescita, la riduzione della spesa pubblica. E a cui non interessano i bonus perché li paga e non li riceve.
Voi puntate molto sui temi della crescita, della demografia, sull’importanza di trattenere i talenti in Italia. Qual è la prima, vera riforma strutturale “shock” che ORA! proporrebbe per invertire la rotta del declino italiano?
Come al solito non esistono le riforme “shock”. Con un sistema come quello italiano che è andato incartandosi per molti anni, per decenni, non è con una terapia shock che si risolve tutto. Questa è una delle cose che ORA! cerca di dire onestamente agli italiani, al contrario di molti movimenti o partiti o leader emersi in questi anni i quali hanno tutti promesso il paradiso in terra con poche riforme. C’era chi doveva eliminare la povertà, chi doveva creare milioni di posti di lavoro e tagliare le tasse, chi con le riforme istituzionali avrebbe trasformato l’Italia in un Paese super efficiente…
E invece…
C’è tutto un complesso di interventi da attuare. C’è una riforma della scuola che occorre fare nella direzione adottata da tutti i Paesi avanzati. È una riforma radicale che adatti la scuola al mondo moderno, che introduca un ciclo unico uguale per tutti, dalle medie alle medie superiori, e che cambi i programmi per adattarli alla società attuale. Questo va fatto gradualmente ma con decisione. Va annunciato e poi va fatto. Nel tempo, perché bisogna aiutare il corpo docente ad apprendere nuove skill, a utilizzare nuovi metodi, bisogna attivare processi di preparazione e formazione del docente. Il ritorno della scuola comunque è cruciale. La seconda priorità è cominciare a introdurre concorrenza e responsabilità finanziaria nelle università italiane, abolendo il valore legale del titolo di studio e riconoscendo che nell’università e nella ricerca, senza concorrenza e senza competizione tra l’università e l’altra, non si va da nessuna parte. E, di nuovo, il resto del mondo lo dimostra.
E sul piano economico, dove si interviene per arginare il declino?
C’è da affrontare la questione dell’eccesso di spesa pensionistica. Questa è il tema che più scandalizza normalmente. Perché la reazione tende ad essere: “Ah, volete affamare i poveri pensionati?” No, non c’è nessun pensionato da affamare. Come dimostrano i dati, una buona fetta dei pensionati italiani vive molto meglio dei loro nipoti, con redditi crescenti, mentre quelli dei loro nipoti sono calati. Lì si tratta di “limare”. Ci sono posizioni pensionistiche e pensionati che cumulano più di una posizione, i quali ricevono redditi sino a 5mila euro al mese netti. E parliamo di qualche milione di persone, non di 300. Ora, quando uno vuole calcolare se quei redditi sono giustificati dai contributi pregressi di queste persone, si rende conto che non c’è maniera di legittimarli. Tali pensioni non sono per nulla giustificate dai contributi e allora occorre accettare che vanno limate. Di nuovo, senza annunci dal balcone, senza urla alla Camera, ma spiegando anche a queste persone che occorre capire. Perché questo è necessario? Per uno degli obiettivi cruciali: ridurre il carico fiscale sul lavoro dipendente. Proprio il carico contributivo, che è enorme, è la vera ragione del dissesto italiano. Oggi, aziende che utilizzano personale altamente qualificato non hanno nessuna convenienza a venire in Italia, nessuna. Il costo del lavoro per ora lavorata, di persone che portino a casa redditi netti, dai 50mila euro in su è estremamente più alto, a volte il 30-40% più di altri Paesi concorrenti in Europa, senza andare a confrontare con Giappone o con Stati Uniti dove cambia ancora di più.
Tra i nodi strutturali inserisce anche la giustizia?
Il sistema giudiziario continua a non funzionare e avrebbe continuato a non funzionare anche dopo la riforma fallita di Meloni. Grandi annunci, nessun risultato. Perché? Perché era una riforma fatta male, ideologica. Noi l’abbiamo appoggiata dato che la sostanza della riforma era corretta, ma era troppa poca cosa: non riformava le carriere dei magistrati, non riformava le procedure della magistratura, sia inquirente che giudicante, e sembrava, purtroppo, un puro tentativo di punire un gruppo ritenuto antipatico. Il risultato è stato misero perché un pezzo di riforma che era utile, ovvero la separazione delle carriere, è finita ammazzata . La vera riforma shock sarebbe un’altra
Quale?
Che entrasse in Aula un gruppo di parlamentari capaci di dire agli italiani la verità. Ecco, questa è la riforma shock. La verità è che occorre riformare il Paese profondamente. Perché sono cinquant’anni che il mondo cambia e noi ci rifiutiamo di cambiare. E questo ci sta distruggendo.
In che modo?
La parte migliore di ogni generazione tende ad andar via. Quando rimane è un po’ per ragioni personali, un po’ perché magari così eredita qualche buon lavoro dai genitori, ma una parte sempre più grande delle nuove generazioni se ne va e questo è il peggior segnale che ci sia. Ecco quindi: la riforma vera è una riforma culturale di atteggiamento della maggioranza degli italiani.
Veniamo a Milano. L’emergenza abitativa e il costo della vita sempre crescente stanno mettendo a dura prova i residenti e l’intera classe media. Come si risolve il problema del caro-affitti in una metropoli così attrattiva senza bloccare il mercato?
Fondamentalmente, quando i prezzi vanno su vuol dire che c’è più domanda che offerta, giusto? Quindi occorre liberare l’offerta, occorre permettere che si costruisca senza le speculazioni. Purtroppo in Italia c’è l’ossessione dell’uso del suolo e il tentativo assurdo di bloccare l’espansione edilizia laddove c’è domanda, perché nel passato – ed è vero – ci sono stati degli abusi, c’è stato un uso sconsiderato del suolo, ci sono stati fenomeni di corruzione e così via. Ma se la gente viene a Milano, occorre permettere che a Milano si costruiscano case. Poi ci sono altre cose da fare. La città di Milano deve spingere i suoi atenei principali a riconoscere il fatto che una vita studentesca universitaria piena si può avere solo vivendo nella zona dove si studia, in aree e in campus dedicati a questo. Occorre avere il coraggio di adattare i campus universitari ad aree anche periferiche e crearne le connessioni con il centro e con il resto della città. Occorre quindi decongestionare il centro della città dalla forte domanda universitaria per questo posto.
Cosa altro?
Occorrerebbe qualche modifica anche a livello nazionale. Ci sono stati insani provvedimenti fiscali per via dei quali invece di ridurre le imposte sui lavoratori dipendenti italiani, il Paese è divenuto un paradiso fiscale per pochi, pochissimi ricconi mondiali, concentrati a Milano e un paio di altre città, che alterano il mercato edilizio per non pagare le tasse nei loro Paesi. Noi non ci guadagniamo nulla perché non portano investimenti, non portano lavoro, non portano aziende, non portano nulla se non la domanda di case che altera i prezzi nel centro delle città, rendendo i costi degli alloggi in certe aree molto lontani dal reddito dei milanesi. Questo c’è da fare obiettivamente: calmierare prezzi non è mai servito né mai servirà. Occorre che l’amministrazione comunale affronti con grande coraggio il problema dell’abitabilità e quindi della residenzialità e dell’edilizia. Dello sviluppo di una Milano più grande. Vale per Milano, ma vale anche per Bologna, Venezia, Padova e per tutte le città del Nord dove c’è attrazione, turistica o di sviluppo.
Un altro tema molto sentito a Milano è quello della sicurezza e del degrado urbano. Dal vostro punto di vista, come si garantisce la vivibilità di una grande città?
Occorre imparare dagli esempi del mondo che funzionano. Milano ha zone ottime, ma ha poi zone in cui la vivibilità e la sicurezza sono estremamente basse. Occorre capire che la soluzione principale cammina su due fronti. Da un lato la presenza costante, metodica, molto professionale delle forze dell’ordine, a piedi o in bicicletta o su piccoli mezzi motorizzati. Una presenza dissuasiva che si percepisca nelle zone ad alto rischio. Dall’altro lato, una collaborazione da parte della magistratura con la costruzione di luoghi di detenzione adeguati. In Italia la delinquenza esiste, quindi bisogna anche trovare il posto dove mettere i delinquenti. Le carceri non devono essere né dei lager, come purtroppo a volte sono, né delle strutture insufficienti per cui, con la scusa del sovraffollamento, rilasciamo a piede libero gente che invece dovrebbe stare rinchiusa in carcere. Va affrontato in maniera decisa questo problema anche a livello comunale. I comuni devono fare su questo delle battaglie con il governo centrale. Quindi: legge e ordine razionale, serio, professionale, invece di grida manzoniane o, anzi peggio che manzoniane, masanielliane, che non servono a nulla.
La sicurezza però non è solo ordine pubblico. C’è anche un tema di integrazione?
C’è un problema più complicato che va affrontato, l’integrazione dei gruppi etnici e culturali che hanno comportamenti e stili di vita diversi e spesso incompatibili con quelli degli italiani. In questo l’amministrazione comunale può fare molto. Si tratta di fare da mediatori culturali. Si tratta da un lato di accettare quella parte del modo di vivere di persone musulmane e di altre religioni, che è diversa dalla nostra ma non infrange alcuna libertà e non danneggia nessuno. Dall’altro lato serve lavorare sull’ambiente dell’immigrazione, per far capire che la mancanza di tolleranza e rispetto verso le donne, attività di schiamazzi e di occupazione del suolo pubblico non sono accettabili, perché nella cultura e nella legge degli italiani queste cose non si fanno e quindi se vuoi vivere in Italia queste cose non le fai. È un lavoro di mediazione culturale, di intervento a volte repressivo ma soprattutto educativo che un grande comune di Milano deve saper fare.
Le politiche sulla mobilità e l’ambiente a Milano sono spesso accusate di essere ideologiche e “nemiche” di chi lavora. Come integrereste le tematiche green con le esigenze del mondo produttivo?
A me sembra uno scenario realizzabile. Londra, New York e molte città dimostrano che nelle zone ad alta congestione introdurre oggi dei ticket di entrata svolge una funzione selettiva utile e non danneggia il trasporto. A Milano non è così male. A me sembra che non sia fra le città peggiori. Quindi non mi sento di dire che occorre rifare tutto da capo. Occorre certamente fare meglio. L’elemento ideologico anti-automobile è sciocco e io mi oppongo ad esso. L’idea di imporre limiti di velocità a 30 chilometri orari ovunque con atteggiamento punitivo non lo condivido. Non sarebbe questo l’atteggiamento che noi avremmo in un’amministrazione comunale. Vi sono problemi obiettivi di difficoltà di trasporto, di congestione in certe aree che vanno affrontati cercando di introdurre mezzi diversi dalla vettura individuale per permettere il trasporto di persone. Questo però richiede un tipo di interventi che in Italia non si fanno, che anche culturalmente si rifiutano.
Quali?
La costruzione di aree di parcheggio in zone dove le persone che vengono da fuori città possono lasciare l’auto, per poi muoversi, per esempio, utilizzando biciclette elettriche e sistemi di questo tipo. Ci sono questi elementi ideologici che vanno attenuati e serve più sforzo per dare alle persone l’incentivo a utilizzare mezzi pubblici e non necessariamente cercare di parcheggiare la vettura in centro dove lo spazio obiettivamente non c’è.
Il vostro partito quale ruolo intende giocare alle Comunali del 2027 e alle Regionali lombarde del 2028?
Noi abbiamo adottato dappertutto lo stesso atteggiamento. Crediamo che un buon candidato sindaco debba essere una persona che ha una squadra, che ha un programma convincente e di qualità per l’amministrazione della città e che sia capace di aggregare attorno a sé forze rappresentative della società civile della città che garantiscano che non si tratta semplicemente di un affascinante ideologo dell’ultimo momento senza un piano, senza una relazione stretta con la città. Governare una città vuol dire anzitutto riuscire a parlare, a stare assieme, a cooperare con i gruppi sociali, le forze imprenditoriali e culturali che nella città vivono. Quindi questo è il criterio. Il nostro criterio non è ideologico. Quella del sindaco è una figura che ha poco di ideologico e molto di pratico. Noi stiamo dialogando, stiamo lavorando sul nostro programma per l’idea di città da mettere sul terreno. Stiamo anche avendo relazioni con persone interessanti di alto profilo. In questo momento non abbiamo un candidato ma c’è tempo e non vediamo ragione di fare una fuga in avanti. Vedremo in autunno. L’approccio anche qui è pragmatico: si cerca chi meglio si adatti al profilo di una figura che sappia essere il manager, il rappresentante, il coordinatore della città. Milano è una città molto pratica, molto concreta e vorremmo esserlo anche noi.
Nel dibattito politico attualmente in corso, quali posizioni sentite più affini alle vostre?
Questa questione è forse una delle ragioni per cui alla fine il partito è nato. A noi sembra che le urla dei due pollai non siano molto interessanti. Le due cosiddette coalizioni o poli sembrano più dei pollai dove moltissimi starnazzano, dicono cose strane, urlano, fanno grandi proclami ideologici a cui poi però corrisponde il nulla. Ci sentiamo avanti rispetto a questo dibattito, perché non è molto un dibattito. Prendiamo le questioni di politica estera. Abbiamo un po’ dappertutto grandissimi proclami, grandissime affermazioni retoriche. C’è chi vuole cedere alla Russia e c’è chi vuole lasciare che Israele distrugga il Medio Oriente in nome di una supposta autodifesa. C’è chi, invece, vorrebbe arrivare alla sconfitta totale della Russia e interpreta l’europeismo come una sorta di invito rivolto agli ucraini a continuare a combattere anche per noi. C’è chi vorrebbe che i palestinesi distruggessero Israele e lo cancellassero per vendicarsi dei suoi crimini. Ecco, a noi sembra che tutto questo sia furia ideologica nella quale non ci non ci riconosciamo.
Quali sono le vostre posizioni?
Noi crediamo che la difesa dell’Ucraina sia essenziale. Io personalmente sono stato tra le pochissime persone che fin dall’inizio, fin da prima dell’invasione, ha detto di difendere l’Ucraina e i Paesi europei, che ha richiesto una no-fly zone, che ha combattuto politicamente perché si desse supporto militare all’Ucraina. D’altra parte credo che un’Europa unita e seria si costruisca in maniera più pragmatica operando anche sui meccanismi europei e non solo agitando la bandiera ucraina. In Ucraina occorre lavorare affinché questa rimanga intatta e protetta e che la guerra finisca, aiutando per davvero gli ucraini a colpire la Russia laddove fa male. Io sono anche dell’opinione che continuare a proclamare a vuoto due Stati e due popoli, quando poi si permette a uno degli Stati di distruggere l’altro e ci si rifiuta di considerare seriamente e pragmaticamente misure di sanzionatorie nei confronti dello Stato di Israele, sia una maniera oscena di fare ideologia e propaganda. Come lo è agitare continuamente la Kefia e attaccare le rappresentanze ebraiche, o chiedere la sparizione dello Stato di Israele perché non aiuta il popolo palestinese. Rispetto a questo tipo di dibattiti noi tendiamo a porci un po’ più avanti, un po’ più in là. Oltre la furia ideologica, chiedendoci concretamente cosa c’è da fare.
Le grandi città del Nord, come Bologna e la sua Venezia, vi hanno dato le prime occasioni per farvi conoscere e sondare il terreno. Al di là delle scadenze elettorali e dei posizionamenti futuri, come intendete radicare il progetto di ORA! sul territorio per farlo diventare un punto di riferimento stabile?
Lavorando sul problema del territorio. Per esempio, io a Venezia sono stato eletto consigliere. La nostra prima esperienza è andata molto bene e adesso abbiamo costruito una giunta ombra per seguire l’amministrazione comunale nelle sue attività. Né criticandola né appoggiandola a priori. Ma a più di un mese dalle elezioni io non ho ancora un ufficio da consigliere comunale, non ho accesso agli atti, c’è stata una prima riunione del consiglio comunale, del tutto simbolica e rituale, con la maggioranza che non ha manifestato alcun desiderio di interagire con il resto del consiglio comunale. Nel frattempo, stanno probabilmente procedendo alle nomine nelle numerose partecipate in totale isolamento, senza confrontarsi con il resto del Consiglio comunale.
Il tema delle partecipate può diventare centrale anche a Milano?
Ecco, questo è uno dei temi su cui noi intendiamo intervenire anche a Milano. Vi sono decine di partecipate controllate comunali, regionali, pubbliche che non hanno senso, che violano la legge, che sono inutili. Vanno o chiuse o privatizzate. E quelle che invece sono utili al bene comune vanno amministrate con criteri trasparenti e con la selezione di personale che avvenga utilizzando parametri oggettivi. Quindi in particolare noi chiediamo ovunque, come abbiamo chiesto a Venezia, come continuiamo a chiedere, che la selezione del management delle partecipate venga fatta da commissioni internazionali di manager e non sia appannaggio dei politici trombati che una coalizione mette lì a prendere stipendi senza saper fare il lavoro. Questo sta avvenendo anche a Venezia ed è molto grave.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione Milano
Source link



