a Materia si parla di bike to work, le storie di chi va al lavoro in bici



Più salute, meno stress, maggiore produttività sul lavoro, città meno congestionate e un ambiente più vivibile. Sono i benefici che, secondo relatori e partecipanti, rendono il bike to work – l’uso quotidiano della bici per andare al lavoro – molto più di una semplice scelta di mobilità. «Arrivi al lavoro con un’energia diversa», ha raccontato Paolo Landini, funzionario della Provincia di Varese. Mentre il docente dell’Università dell’Insubria Daniele Crotti ha ricordato che «quel farmaco che riduce il rischio di malattie cardiovascolari esiste già ed è la bicicletta». Da qui è partita la riflessione della serata organizzata a Materia da VareseNews, dedicata agli spostamenti quotidiani su due ruote e alle condizioni necessarie perché sempre più persone possano scegliere questa modalità di trasporto.


Per oltre due ore il giornalista di VareseNews Roberto Morandi ha moderato il confronto tra il presidente di Fiab Ciclocittà Leonardo Savelli, il funzionario della Provincia di Varese Paolo Landini e il docente dell’Università dell’Insubria Daniele Crotti, alternando dati, esperienze personali, riflessioni tecniche e un ampio dibattito con il pubblico.

Ad aprire l’incontro è stato anche un sondaggio promosso da VareseNews, che ha raccolto oltre 800 risposte. Ne emerge una fotografia della mobilità quotidiana: l’automobile resta il mezzo più utilizzato, ma quasi un partecipante su cinque ha dichiarato di spostarsi abitualmente in bicicletta, tradizionale o elettrica. Il principale problema percepito rimane il traffico, seguito dalla sicurezza stradale.


L’Italia con troppe automobili

Uno dei temi toccati in apertura della serata è stato il peso dell’automobile nella mobilità provinciale, strettamente connesso con la sicurezza stradale: le auto e il traffico restano, per molti, il principale ostacolo al passaggio alla bicicletta nella quotidianità.
«Il problema quando si parla di traffico dovrebbe essere la prima riflessione, quella che in realtà è un tabù: le auto sono troppe», ha osservato Leonardo Savelli, ricordando come il tasso di motorizzazione italiano sia tra i più elevati d’Europa. «È stato introiettato nel nostro immaginario che mobilità significhi potersi muovere in auto dappertutto con il minor numero possibile di vincoli».

Una riflessione condivisa anche da Paolo Landini: «Siamo invasi da pubblicità che ci fanno credere che con il Suv si possa andare ovunque. Questo alimenta una cultura dell’automobile che poi si riflette sulle nostre scelte quotidiane».

Il bike to work cambia anche il modo di affrontare la giornata

I tre relatori hanno raccontato anche la propria esperienza personale di pendolari in bicicletta. Landini, che raggiunge il posto di lavoro alternando bici e treno, ha spiegato come questa scelta abbia modificato il suo approccio alla giornata: «Quando arrivo a prendere il treno non sono nemmeno arrabbiato se è in ritardo. Arrivi al lavoro con un’energia diversa, sei reattivo, hai voglia di fare. Non arrivi nervoso dopo aver guidato in autostrada».


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Roberto Morandi ha sottolineato come anche la sua esperienza gli abbia fatto riscoprire un aspetto spesso trascurato: «Ho scoperto solo di recente quanto la bicicletta metta in movimento il corpo e la mente all’inizio della giornata lavorativa».

Crotti ha invece richiamato le evidenze della ricerca scientifica, citando gli studi che dimostrano che la bicicletta usata nella quotidianità ha un evidente beneficio sulla salute: «Se esistesse un farmaco capace di ridurre così tanto il rischio di malattie cardiovascolari tutti ne parlerebbero. Quel farmaco esiste già ed è la bicicletta».


Le infrastrutture sono importanti, ma da sole non bastano

La discussione si è poi concentrata sulle piste ciclabili e sulla sicurezza. È un tema che si affaccia “naturalmente”, quando si parla di uso della bici.

Per Landini le infrastrutture restano fondamentali, ma non esiste una soluzione valida ovunque: «Dove è possibile bisogna realizzare piste ciclabili dedicate. Dove non c’è spazio serve che sia la strada a diventare sicura per tutti gli utenti».

Savelli ha allargato lo sguardo: «Più che la singola ciclabile conta l’accoglienza di un territorio. Se un territorio è bike friendly e tutti i pezzi del puzzle ci sono, allora la gente pedala».


Tra quei “pezzi del puzzle” sono stati indicati parcheggi sicuri per le biciclette, spogliatoi e docce nei luoghi di lavoro, una migliore integrazione con il trasporto ferroviario, ma anche la formazione e una diversa cultura della strada.

L’Università dell’Insubria punta a creare una comunità

Crotti ha illustrato il lavoro che l’Università dell’Insubria sta sviluppando insieme al mobility manager dell’ateneo. «Vogliamo capire quali siano gli ostacoli percepiti ma anche creare una community che condivida questa pratica quotidiana. Molti ci dicono: “Userei la bicicletta”. Ora bisogna rimuovere gli ostacoli».


L’obiettivo è accompagnare un cambiamento culturale, soprattutto tra gli studenti che iniziano un nuovo percorso di vita e possono costruire nuove abitudini di mobilità: l’inizio di una nuova routine – quella universitaria – può rivelarsi quel punto di svolta che costruisce nuove pratiche.

Lo sguardo verso la Svizzera

Nel confronto è emerso anche il tema del rapporto con il Canton Ticino.
Basta attraversare il confine per trovare una rete di corsie ciclabili, segnaletica e servizi molto più sviluppati. «In Svizzera c’è un sistema che rende il territorio davvero accogliente per chi pedala. È un peccato che questo influsso si percepisca così poco da noi», ha osservato Savelli.

Landini ha d’altro canto ricordato i progetti Interreg che vedono collaborare Provincia di Varese e Canton Ticino per sviluppare una mobilità sostenibile condivisa, pur sottolineando le difficoltà legate ai diversi sistemi di finanziamento dei due Paesi. Un esempio? Il progetto TiCicloVia, dalla valle Olona verso Stabio, nuovo accesso al Canton Ticino, che ha avuto anche un successo inatteso (ben fuori dalla Provincia) come itinerario per il tempo libero.


Il pubblico: dagli incentivi alla tutela assicurativa

La seconda parte della serata ha dato ampio spazio agli interventi dei partecipanti, in un confronto che era pensato come aperto.
C’è chi ha raccontato come un’esperienza all’estero – a Friburgo in Brisgovia – abbia cambiato il modo di concepire la mobilità urbana, sottolineando il ruolo decisivo della comunicazione e della divulgazione. Un mobility manager impegnato nei progetti transfrontalieri ha spiegato come in Svizzera gli incentivi economici al bike to work siano finanziati anche attraverso la gestione dei parcheggi aziendali, con le risorse reinvestite nella mobilità sostenibile.

Particolarmente significativo l’intervento della professoressa Simona Dallavalle dell’Università dell’Insubria, che ha richiamato l’attenzione su un aspetto poco affrontato e legato strettamente al tema della serata, l’accesso al lavoro in bici: la tutela assicurativa dei lavoratori che scelgono percorsi ciclabili più sicuri ma più lunghi.
«Se per andare al lavoro utilizzo un percorso consigliato, più lungo ma più sicuro, e ho un incidente, cosa succede? Credo sia importante coinvolgere anche l’Inail quando si progetteranno questi percorsi, perché per quella persona farà la differenza».


Non sono mancati anche punti di vista critici. Uno studente universitario (a Milano) ha definito oggi il bike to work «un privilegio» per chi può contare su orari flessibili e servizi adeguati, chiedendo maggiori incentivi, più bike sharing e un rafforzamento dell’intermodalità, in particolare nel contesto metropolitano.

La serata si è conclusa con un messaggio condiviso da relatori e pubblico: parlare di bicicletta significa parlare di qualità della vita, salute, organizzazione delle città e libertà di scelta. Non una contrapposizione tra chi usa l’auto e chi pedala, ma la ricerca di un sistema che renda possibile, per un numero sempre maggiore di persone, scegliere ogni giorno il mezzo più adatto per i propri spostamenti. E attenzione: più persone vanno in bici, meno traffico di auto si crea. Chi va al lavoro in bici fa bene anche a chi usa l’auto.






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