A Tormento bastano solo sette brani, un EP, per mostrare che anche un approccio estremamente intellettuale al rap può risultare estremamente cool. Il rapper, ei fu Sottotono, lo ha intitolato Antidoto, forse perché, in effetti, si tratta di un approccio futurista al male che sta attanagliando la musica italiana di oggi, una certa superficialità dilagante che assottiglia lo spessore della proposta. Tormento va in tutt’altra direzione, rimanendo fermamente, strettamente, in contatto con i tempi che corrono, le nuove sonorità, i nuovi volti della scena, ma facendosi link per reference altissime, per generi ancora poco esplorati dalle nostre parti, confezionando così un disco che è una vera e propria perla.
In che momento della tua carriera arriva questo disco?
«Devo dire di maturità totale. Sono sempre stato molto zen, ma ho raggiunto la pace, la calma, ho imparato che spesso quelle cose che ti fanno arrabbiare perché non vanno come vorresti, se le prendi come piccole lezioni per cui devi cambiare qualcosa nel tuo modo di vedere ogni cosa, acquistano un loro senso, soprattutto i momenti di down. Sicuramente c’è qualcosa che devi perfezionare di te stesso, quindi dopo una vita di lotta perché l’hip hop non viene capito, perché il rap ha perso anche quella sua profondità, tutto assume un suo senso e funziona bene così com’è».
Quando hai cominciato ti aspettavi che l’hip hop sarebbe diventato questa cosa qua?
«Noi lo sapevamo, noi ne eravamo certi. È incredibile, quando ero piccolo tutti volevano fare il calciatore, oggi vogliono fare il rapper, a questo livello non l’avrei mai detto. La mia generazione ha colto la forza espressiva del rap ed era assurdo che gli altri nei ‘90 non l’accogliessero, perché poi bastava guardare la Francia, l’Inghilterra, la Germania, per non dire gli Stati Uniti, dove era veramente dilagante, mentre invece da noi sembrava una cosa che non avrebbe mai preso piede. Invece ha una forma di scrittura e di espressione che è talmente ricca rispetto alla poetica della forma canzone che ti permette di andare anche a toccare argomenti più spinosi in maniera più cruda e quindi rispecchia molto di più questi tempi che stiamo vivendo. Era un po’ un percorso logico e naturale che finalmente è arrivato, infatti la vera forza del rap la trovo proprio nel sociale, i ragazzi di quartiere che si ritrovano, scrivono, si esprimono, quella per me è veramente la vera forza, più di un artista che poi fa successo e fa milioni di stream».
Credi che l’impegno sociale del rap, causa successo commerciale, sia stato un po’ messo da parte, specie dai giovani?
«Il mainstream come forma di musica più leggera, è sempre stato demonizzato, noi come Sottotono siamo stati visti come il diavolo quando siamo usciti e abbiamo avuto un grosso successo insieme agli Articolo 31, però in realtà avevamo un linguaggio che veniva compreso da chi il rap non lo seguiva, non lo conosceva, e quindi eravamo un po’ degli apri porta per chi volesse poi approfondire e scoprire tutto un altro mondo. Anche a me spiace che i rapper, italiani ma anche stranieri, che affrontano dei temi importanti, anche in maniera proprio sentita, quelli che ti danno delle chiavi che possono essere utili, rimangono sempre in secondo piano. È sempre stato così, le cose più ricercate, più profonde, per poterle comprendere devi avere la preparazione, devi conoscere quel tipo di linguaggio. Però trovo nel rap, anche nella sua forma più leggera o anche nella sua forma più arrabbiata, che è quella che oggi infastidisce di più gli adulti, tante chiavi che aprono una porta verso le nuove generazioni. Ma gli adulti vedo che rispondono, come quando ero piccolo io, ai giovani di oggi, “Non capiscono un cazzo!”. Invece quando io mi ritrovo ai concerti dei ragazzi, dei rapper più giovani, loro sono contentissimi di vedere un adulto che cerca di comprendere il loro linguaggio. Con mio figlio è stata una porta fantastica per creare un dialogo su tantissimi argomenti che oggi sarebbero importanti da affrontare».
L’impegno sociale degli artisti è un tema abbastanza caldo nella musica italiana di oggi dopo l’uscita di De Gregori…Credi che voi abbiate in qualche modo delle responsabilità civili rispetto al vostro pubblico?
«Banalmente, penso che gli artisti questa responsabilità se la prendano a priori, perché nel momento in cui si esprimono stanno mettendosi a nudo su qualcosa di veramente profondo ed è un po’ una sofferenza la creazione, perché tu devi tirare fuori molte cose che le persone invece di solito tengono per sé, tengono nascoste. Quindi non è che devi scaricare su di lui la responsabilità di esporsi ulteriormente. Poi chiaramente molti artisti lo fanno anche nelle interviste, io lo faccio sempre in modo pacato, però in realtà le cose che dico sono delle critiche ferocissime».
Il tuo disco è pieno di reference altissime, quanto è importante anche per un rapper possedere una buona cultura musicale?
«Si dice che il sample è una piccola porzione di futuro in un brano del passato, qualcosa che poi se lo riprendi 30 anni dopo ancora funziona e puoi rinnovarlo, quindi impari che le chiavi sono nel passato per quello che può essere sia il presente ma anche per delle visioni future. Questa è una cosa che oggi sicuramente si è persa, perché siamo proiettati costantemente in un avanzamento tecnologico che galoppa, quindi c’è poca ricerca verso il passato. Miles Davis negli anni ’80 diceva: “Questi suonano la musica che io ho già suonato e la suonano anche peggio di me”».
Nel tuo disco ci sono molti featuring con artisti più giovani, si sono avvicinati più loro al tuo mondo o al contrario?
«In realtà loro sono entrati nel mio mondo, una cosa incredibile, infatti all’inizio eravamo sempre in dubbio: “Ma questo è per il tuo disco o per il mio? Intanto facciamolo però!”. Da parte loro ho visto tantissimo amore e rispetto per quello che ho fatto. Mi piace lavorare con i ragazzi più giovani, sono un boost energetico, anche a livello di comunicazione io li trovo spaventosamente avanti. Quando vado nei backstage dei vari trapper, vedo le facce che dicono “Cosa ci fai qui?”, ma vedo anche che non c’è nessuno della mia generazione, anche solo per creare una legacy fra le varie generazioni del rap, ed è veramente un peccato perché è bellissimo aprire queste porte».
Quando io intervisto rapper della tua generazione però sono sempre molto aperti ai giovani…
«Però poi non si presentano nei backstage dei concerti. È innegabile che i rapper di oggi siano bravissimi, anche solo il fatto che da piccoli abbiano avuto già così tanti esempi di chi l’ha fatto prima di loro li porta ad essere veramente bravissimi, noi invece in pratica ce lo siamo dovuti inventare. A noi manca proprio questa comunicazione tra generazione, che non riguarda solo gli artisti, manca proprio in generale. Ricordo quando a Los Angeles ho conosciuto il discografico di Ludacris che ai tempi aveva 24 anni e aveva già potere decisionale, perché all’estero si tende a dare a ragazzi così giovani potere decisionale, proprio perché hanno una visione. In Italia invece chi è più adulto deve decidere e lo facciamo in vari campi e in vari ambiti di non ascoltare mai i ragazzi più giovani, che sicuramente sono acerbi e possono anche dire delle cose un po’ fuori dal mondo, ma molto spesso hanno delle chiavi che sono appunto proiettate nel futuro e ci possono aiutare».
È come se accettare un approccio diverso alla musica significasse ammettere che noi come persone siamo passate. Molti adulti vedo che la prendono proprio sul personale…
«Non accettare la musica di oggi significa non voler accettare la società di oggi, pensando che la nostra fosse migliore, invece aveva tutte le mancanze dell’epoca e di cui ci siamo lamentati all’epoca. Però è impossibile parlare, anche io purtroppo nei commenti ai miei post, parlando dei miei pezzi dicono: “Ah, che bello! Mica la musica di merda di oggi!”. E quella roba lì mi dilania l’anima! Se mi segui, mi conosci, sai che io ho sempre detto l’opposto, ho sempre lavorato con i ragazzi giovanissimi. Anche io faccio fatica a capire certa musica e mio figlio la traduce per me. Quando vado ai concerti di Tony Boy e vedo l’impatto che ha su un ragazzo giovane, mi viene da pensare che è il Vasco Rossi di oggi. E tutti mi guardano come se fosse una bestemmia, ma io sono cresciuto con Vasco e so qual è la sua forza e il suo potere, lo dico con cognizione di causa. Quando vedo i ragazzi che un pezzo piangono, il pezzo dopo ridono, il pezzo dopo saltano per aria, poi ritornano tristi la canzone dopo… se l’effetto è quello poi al di là di come si sta esprimendo musicalmente, ti accorgi che l’impatto comunque ce l’ha e racconta la loro generazione».
Ok, non mi aspettavo come esempio Tony Boy…
«Io trovo che abbia delle soluzioni melodiche che sono comunque originalissime e quindi geniali. Anche a me chiaramente mi si crepa un attimo dentro qualcosa quando inizio a sentire che ogni rima c’è dentro o una droga o una bestemmia, però vedere la reazione di mio figlio, vedere che per lui è adrenalina costante, mi riporta a quando ascoltavo gli NWA, che facevano le interviste con le mitraglie in mano. Quando mi dicono che la trap di oggi è cruda rispondo “Non avete mai sentito i 2 Live Crew”».
Ultimamente sto notando un odio vero nei confronti dei rapper, sembra che tutti i rapper siano brutti, sporchi e cattivi di default…ma era così anche una volta?
«Quando c’è chiusura dall’altro lato diventa quasi inutile aprire un discorso. Ai miei tempi oltre la musica c’era anche l’abbigliamento che infastidiva, io mi ricordo la preside che mi fermava nei corridoi e diceva “Con questi vestiti non ti si può vedere! E poi sappi che anche questa che indossi tu è una divisa!”. Poi in quinta superiore è esplosa La mia coccinella in tutte le radio e la preside la passava in filo diffusione durante la pausa delle 11, quella è stata una grandissima rivincita».
Fare rap era una cosa di nicchia, per molti rapper fu anche una soluzione sociale…
«All’epoca il successo è stata una grande rivincita, ma prima era bello perché ci riconoscevamo tra i pochi anche solo dall’abbigliamento e nasceva subito un bellissimo rapporto tra tutti i vari rapper di tutte le città. Però per il resto della società era musica che non ci apparteneva, che non faceva parte della nostra cultura, infatti l’idea nostra era già quella di un mondo in cui le culture si mescolano. Io nei miei live lo dico sempre: “La lasagna non ve la toglierà nessuno! Nessuno ci ruberà la carbonara, non vi preoccupate, anche se ci apriamo ad altre culture!”».
Tu appartieni ad una generazione di rapper, tra le prime, che sta diventando adulta. Come invecchia un rapper e che genere di padre è?
«Per fortuna abbiamo Jay-Z o Snoop Dogg che ci fanno vedere che puoi salire su un palco e ancora fare i pezzi degli anni 90 con una credibilità pazzesca, per fortuna possiamo ancora rappare senza perdere la faccia. Penso che il fatto di essere un rapper come padre sia un super plus, perché in realtà tutti quelli che mi vedono e mi sentono parlare con mio figlio vedono che c’è uno scambio in due direzioni, mentre invece purtroppo vedo molti padri miei coetanei che sono unidirezionali: devi fare questo e lo devi fare così, un po’ come facevano i nostri genitori con noi e poi noi facevamo tutt’altro. Invece ho visto che, a seconda dell’età che aveva, avevo l’opportunità di parlare di certi argomenti come sesso e droga in vari modi. I trapper che ha iniziato ad ascoltare già a 11-12 anni mi davano l’opportunità di aprire argomenti che erano veramente spinosi, quindi il rap per me è stato veramente una chiave con lui per comprenderci e sono contento che oggi i prof mi dicono “Matteo sta avanti rispetto agli altri”».
L’articolo Tormento: «Il rap mi ha aiutato a comunicare con mio figlio» – L’intervista proviene da Open.
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Gabriele Fazio
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