Dietro la retorica del Cremlino sulla protezione delle popolazioni russofone e i confini storici si cela una realtà puramente materiale: il conflitto in Ucraina è, nei suoi veri obiettivi, una spietata guerra di appropriazione ecologica e geologica. Il controllo strategico dei fattori produttivi naturali – suoli agrari, acqua, immensi giacimenti minerari ed energia – guida l’avanzata delle truppe russe, ridisegnando la geografia delle risorse globali.
Tra l’altro in questa battaglia per le preziose risorse naturali ucraine sono scese da tempo in campo anche gli occidentali, con varie multinazionali del settore.
Il primo, inestimabile obiettivo è lo straordinario patrimonio edafico (relativo al suolo) dell’Ucraina. Il Paese ospita circa un quarto del chernozem mondiale, la celebre “terra nera”. Questo suolo, ricchissimo di humus (fino al 15%) e nutrienti stabili, possiede una struttura granulare perfetta che garantisce un’idratazione e una fertilità naturale uniche, fondamentali per la sicurezza alimentare globale.
Come documentato dai dati satellitari del Programma Copernicus dell’Unione Europea, l’occupazione russa ha sottratto all’Ucraina milioni di ettari di queste colture d’eccellenza, trasformando i granai d’Europa in avamposti geopolitici militarizzati e futuri importanti granai produttivi per la Madre Russia.
In realtà la produttività di questi suoli oggi è leggermente inferiore a quelli più produttivi (“pompati” dall’agrochimica industriali) dell’Europa occidentale. Ma, a parità di condizioni, essi diverrebbero molto più performanti non solo per la quantità prodotta, ma nel loro insieme funzionale, ovvero nel rapporto costi/benefici biologici:
- Fertilità naturale e risparmio di concimi: Il chernozem possiede uno strato profondo di humus (fino al 15%) ricco di azoto, fosforo e potassio assimilabili. Questo permette agli agricoltori ucraini di ottenere 5-6 t/ha di grano utilizzando una frazione minima dei fertilizzanti chimici necessari in Italia o in Francia.
- Resistenza idrica (effetto spugna): Grazie alla sua struttura granulare soffice, il chernozem trattiene l’acqua piovana in modo impeccabile. Nei suoli agrari occidentali, impoveriti da decenni di sfruttamento intensivo, la carenza di materia organica costringe a continui e costosi cicli di irrigazione artificiale per non far collassare la pianta.
- Margine di profitto e competitività: Come evidenziato dai report del think-tank Farm Europe, l’Ucraina gode di una “competitività del carbonio” naturale. Produrre una tonnellata di grano sul chernozem costa molto meno in termini di carburante, acqua e chimica rispetto all’Europa occidentale.
Vi è poi da dire che, se la legge ucraina oggi impedisce od ostacola fortemente l’acquisto diretto di suoli agrari da parte di società straniere, nei fatti il loro controllo è mantenuto attraverso tutta una serie di “furberie” burocratiche.
Il sistema agricolo ucraino è dominato dalle agroholding: gigantesche concentrazioni societarie che gestiscono centinaia di migliaia di ettari. Le aziende straniere o a capitale misto controllano la terra aggirando il divieto di acquisto tramite contratti di locazione e affitto a lunghissimo termine (spesso di 49 o 99 anni). I proprietari della terra restano i piccoli contadini ucraini (che hanno ricevuto i loro appezzamenti, chiamati paju, dopo la dissoluzione dei kolchoz sovietici), ma la gestione operativa ed economica è centralizzata.
Secondo i report del think-tank Oakland Institute e i dati del catasto ucraino:
- Le dieci più grandi aziende agricole ucraine controllano complessivamente circa 2,8 milioni di ettari di terreno (un’area grande quasi quanto il Belgio).
- Molte di queste imponenti agroholding (come Kernel, MHP o UkrLandFarming) sono formalmente di proprietà di oligarchi ucraini, ma sono quotate alle borse occidentali (Londra, Varsavia) e sono finanziate massicciamente da fondi d’investimento europei, statunitensi, banche di sviluppo occidentali (come la BERS) e fondi sovrani del Golfo Persico.
- Inoltre, aziende a capitale direttamente straniero (europeo, americano o cinese) gestiscono in affitto una quota stimata tra il 5% e il 10% dei terreni coltivabili totali del Paese.
Se il controllo di questi territori dovesse passare ai russi probabilmente questi contratti di affitto verrebbero annullati e da ciò si cominciano a capire almeno una parte dei veri motivi che spingono l’Unione Europea rimanere esposta in questo conflitto.
Ci sono poi le risorse minerarie. Sotto lo strato agricolo si estende infatti un tesoro minerario e fossile di proporzioni colossali. Le analisi dell’istituto indipendente Securing America’s Future Energy (SAFE) e del Center for International and Strategic Studies (CSIS) indicano che le aree temporaneamente occupate dalla Russia custodiscono risorse naturali stimate, secondo i dati del Ministero dell’Economia ucraino, in oltre 350 miliardi di dollari, all’interno di un potenziale complessivo nazionale che la mappatura geologica valuta in circa 15 mila miliardi.
Nel sottosuolo del Donbas e delle regioni meridionali si concentra oltre il 55% delle riserve di carbone fossile ucraino, pilastro energetico regionale, a cui si sommano imponenti giacimenti di gas naturale transfrontalieri e circa l’11% dei campi petroliferi attivi. Non meno rilevante è la caccia ai cosiddetti “minerali critici”: la Russia ha occupato o minaccia direttamente i più grandi depositi europei di litio (fondamentale per la transizione energetica), titanio, uranio e terre rare come tantalio e cesio.
Insomma chi controlla i chernozem e le vene metallifere dell’Ucraina orientale e meridonale non conquista solo un territorio, ma acquisisce una formidabile leva di ricatto economico in grado di condizionare le catene di approvvigionamento industriali e alimentari dell’intero pianeta e in particolare dell’Occidente.
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L’articolo La terra nera e l’oro invisibile del Donbas sembra essere il primo su La Rivista della Natura.
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Armando Gariboldi
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