AGI – Lucas Gámez compie 9 anni, ma la sua festa non ha palloncini né tavolate apparecchiate. Ha solo polvere, ferri contorti e il rumore delle ruspe che da giorni cercano di raggiungerlo tra i piani collassati dell’edificio Miramar a La Guaira, una delle zone più colpite dal terremoto in Venezuela. Il doppio sisma del 24 giugno ha trasformato quel condominio in un cumulo di cemento; da allora, il bambino è ufficialmente disperso, intrappolato sotto le macerie dove si trovava insieme agli zii di ritorno da una giornata al mare.
Nato e cresciuto in Argentina da genitori venezuelani, appassionato di calcio e delle giovanili di un club di Buenos Aires, viveva da pochi mesi in Venezuela quando il terremoto ha strappato la sua quotidianità. Il suo volto è diventato, insieme a quello di tanti altri bambini, il simbolo di una tragedia che conta migliaia di morti, dispersi e feriti, ma che ha bisogno di nomi e biografie per non restare solo un numero.
Una madre che non lascia il luogo della tragedia
Accanto al palazzo Miramar, dal 24 giugno, c’è una figura che non si sposta mai: è Blancalida Martínez Coronado, la madre di Lucas. Di giorno segue ogni movimento delle squadre di soccorso, di notte resta nelle vicinanze, come se la sua presenza fosse un filo invisibile che la collega al figlio sotto i piani collassati. Per lei, l’edificio non è solo un luogo di lavoro tecnico, ma è un corpo ferito che potrebbe ancora custodire vita.
In questo tempo sospeso, Blancalida ha imparato il linguaggio della protezione civile, dei geolocalizzatori, delle telecamere-sonda. Sa distinguere i momenti in cui le ruspe devono fermarsi per non destabilizzare ulteriormente la struttura e ha chiaro quali settori del palazzo corrispondono alle ultime coordinate note del figlio. Ogni dettaglio, un numero, una misura, una traccia, è un frammento di possibilità che prova a tenere insieme.
Le ricerche tra le macerie
La ricerca di Lucas viene descritta come una corsa contro il tempo per chi ha fede, ma anche come un lavoro di chirurgia sulle rovine. I soccorritori hanno usato georadar, rilevatori di calore, telecamere infilate tra le crepe del cemento e sofisticate apparecchiature acustiche in grado di captare suoni impercettibili e persino battiti cardiaci. Una delle svolte emotive per la famiglia è stata la geolocalizzazione del cellulare del bambino, spento ma ancora rintracciabile. Gli esperti sono riusciti a definirne l’altezza e l’area approssimativa sotto i piani collassati, orientando il lavoro dei soccorritori.
In questo scenario tecnico, la madre non è solo spettatrice, ma è parte dell’operazione. Le è stato chiesto di partecipare a una “prova di suono”, avvicinandosi alle macerie e chiamando il figlio mentre i sensori acustici registravano ogni vibrazione e ogni possibile risposta dall’interno. Blancalida ha raccontato di vivere nell’attesa dei risultati. Ogni rumore, ogni assestamento percepito sotto il palazzo può diventare, per qualche istante, il segnale che qualcuno sta ancora lottando là sotto.
La speranza della famiglia
Nel ripetere la sua storia ai giornalisti, Blancalida oscilla tra fede assoluta e lucidità estrema. Sa che il tempo gioca contro la sopravvivenza di un bambino intrappolato senza acqua né cibo, ma continua a parlare di miracolo in termini che non sono solo spirituali. Chiede più mezzi, più volontari, più esperti e, allo stesso tempo, insiste sul fatto che il figlio potrebbe resistere grazie alla sua corporatura minuta, capace di “incastrarsi” in spazi minimi tra una trave e l’altra.
La donna ha trasformato ogni episodio in un tassello di speranza. Ha raccontato della piccola tartaruga trovata viva sotto le rovine, un dettaglio che per lei dimostra che “c’è ancora vita, c’è aria lì”. Ha ricordato il salvataggio di un altro bambino, tirato fuori dalle macerie dopo giorni, come precedente che alimenta la possibilità che anche Lucas ce la faccia. La sua narrativa personale mescola dati tecnici e immagini emotive, perché ha bisogno di entrambe le dimensioni per reggere un’angoscia quotidiana.
En Venezuela, un rescatista intenta abrir otra vía para llegar al pequeño Lucas, que hoy cumple nueve años y está atrapado bajo los escombros.
Sus padres no abandonan la esperanza de sacarlo con vida.
️@oscarmijallo pic.twitter.com/UsZjqu5J35
— Telediarios de TVE (@telediario_tve) July 6, 2026
Un compleanno tra le macerie
Nel giorno del nono compleanno, la scena che ha fatto il giro dei social e dei media è quella di una piccola torta portata accanto alle macerie. Appoggiata vicino all’area delle ricerche, nel punto in cui la madre immagina il figlio intrappolato, la torta diventa il centro di una festa che non può davvero iniziare perché non ci sono bambini che corrono, non ci sono canti, solo caschi, giubbotti, polvere e strumenti. Il gesto, semplice e quasi discreto, rompe la logica del luogo: uno spazio di emergenza trasformato per qualche ora in un angolo di casa, perché Lucas resti un bambino e non solo un “disperso”.
È un’immagine fortissima che racconta senza parole la distanza fra l’infanzia e la catastrofe, fra il rito rassicurante del compleanno e la brutalità di un palazzo fantasma.
La mobilitazione sui social
Sui social, Blancalida ha dedicato a Lucas un messaggio che molti media hanno ripreso. Lo definisce “una luce che ci ha insegnato che la speranza può restare viva anche nel buio” e scrive che “il miglior regalo dei tuoi 9 anni sia tornare a casa vivo”.
Intorno alla famiglia Gámez si è creata una mobilitazione digitale importante. Club sportivi, giornalisti, influencer, comunità di emigrati e utenti comuni rilanciano appelli, hashtag e catene di preghiera. I post su Lucas si intrecciano con quelli che denunciano la fragilità delle strutture venezuelane, la carenza di mezzi, la fatica dei soccorritori.
“Papá, yo quiero ser santo”: el conmovedor relato del padre de Lucas Gámez mientras continúa su búsqueda
El padre de Lucas Gámez, el niño de nueve años que permanece desaparecido tras el colapso de un edificio en La Guaira durante los terremotos del pasado 24 de junio, compartió… pic.twitter.com/e6FjDUFxrg
— NotiExpresColor (@NotiExpressColo) July 8, 2026
Il simbolo di una tragedia
La vicenda di Lucas e di sua madre ha assunto una forte valenza simbolica. In un contesto in cui il terremoto viene raccontato soprattutto con numeri, morti, dispersi, feriti, edifici crollati, la storia di questo bambino e di questa donna restituisce al disastro una dimensione umana concreta, con nomi, abitudini, sogni interrotti, compleanni celebrati in un modo che nessuno avrebbe immaginato.
Per chi legge o guarda da lontano, Blancalida è la madre che, restando accanto alle rovine, si rifiuta di accettare la parola “fine”. E Lucas è il bambino che, a 9 anni, si ritrova involontariamente al centro di una storia che parla di responsabilità, di infrastrutture fragili, di crisi, ma soprattutto di quanto l’amore di una madre possa continuare a tenere aperta una speranza anche sotto le macerie.
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