Farage, il popolo e il bidone


La questione, purtroppo, è drammaticamente politica. Farage ripropone il repertorio più vecchio del populismo: quando vince, parla il popolo; quando deve spiegare, è un complotto dell’elite. Il punto, però, è che questa volta non siamo davanti a una disputa ideologica

Marzia Maccaferri

Nigel Farage voleva il tribunale del popolo e una battaglia epica, il popolo contro l’establishment. Per ora ha ottenuto il popolo contro un bidone della spazzatura.

Mercoledì 8 luglio il leader di Reform UK si è dimesso ufficialmente da deputato di Clacton per ricandidarsi nello stesso collegio e trasformare una questione di trasparenza politica in un plebiscito personale. La formula è quella di sempre: non sono io a dover rispondere alle istituzioni, sono le istituzioni a dover rispondere al popolo.


Ma questa volta, la sua mossa rischia di non funzionare. Labour, Conservatori, Liberal Democratici, Verdi, persino Restore, il partito nato dalla scissione a destra di Reform, hanno deciso di non contestare l’elezione suppletiva. Così Farage, che voleva combattere Westminster, si ritrova senza Westminster.

Resta Count Binface.

Per chi non lo conoscesse: Count Binface è il candidato satirico creato dal comico Jonathan Harvey, famoso per presentarsi alle elezioni con un bidone della spazzatura in testa e un programma deliberatamente assurdo.

È una parodia della politica britannica. O almeno lo era. Perché nel momento in cui diventa l’unico vero avversario di Farage, la parodia cambia lato del palco e il bidone non è più soltanto la maschera, ma lo specchio tragicomico della crisi.

La questione, purtroppo, è drammaticamente politica. Farage ripropone il repertorio più vecchio del populismo: quando vince, parla il popolo; quando deve spiegare, è un complotto dell’elite. Il punto, però, è che questa volta non siamo davanti a una disputa ideologica.


Farage è sotto pressione per una serie di donazioni non dichiarate: dal regalo da 5 milioni di sterline ricevuto dal miliardario delle criptovalute Christopher Harborne, fino alle nuove accuse emerse attorno a George Cottrell. Lo scoop del Sunday Times ha infatti cambiato la natura della vicenda.

Cottrell non è un semplice sostenitore. È il famoso “Posh George”: aristocratico, finanziere, crypto-gambler, vecchio uomo d’ombra del mondo Ukip, già condannato negli Stati Uniti per frode telematica.

Secondo l’inchiesta del Sunday Times, avrebbe finanziato pezzi significativi della macchina privata di Farage: staff, sicurezza, alloggio, persino personale per la comunicazione social. Non una cena, non un favore occasionale, ma un’infrastruttura politica parallela. Una macchina al servizio del leader, fuori dallo sguardo pubblico, poi derubricata a rapporto personale.

È qui che la distinzione fra personale e politico diventa grottesca, e indecente. Farage pretende di essere il tribuno del popolo, ma il popolo dovrebbe credere che staff, sicurezza, case e comunicazione siano semplici cortesie personali. Come se la politica finisse magicamente nel momento esatto in cui entra in scena il conto in banca di un amico milionario.

A questo si aggiunge il caso Robert Jenrick, oggi volto importante di Reform, ma finito sotto attenzione per una donazione legata alla sua precedente campagna per la leadership conservatrice.


Il partito che promette di ripulire Westminster comincia così ad assomigliare moltissimo a ciò che dice di voler distruggere: soldi opachi, ricchi finanziatori, relazioni personali, scorciatoie, dichiarazioni tardive, zone grigie.

La mossa di Farage ha dunque un obiettivo immediato: salvarsi la pelle. Dimettendosi, prova a congelare il procedimento parlamentare e a rimettere tutto sul terreno più comodo per lui: la campagna permanente, la rabbia contro i “media di regime”, il vittimismo anti-sistema. Ma l’obiettivo più profondo è un altro: radicalizzare lo scontro per salvare Reform da se stessa.

Dopo Makerfield, dove Andy Burnham ha mostrato che Reform può essere battuta quando non le si lascia monopolizzare il linguaggio della politica, Farage aveva bisogno di riprendersi il centro della scena. E lo ha fatto nel modo più faragista possibile: usando una carica pubblica come strumento privato di autodifesa.

Qui sta il vero nodo politico. Farage prende un seggio parlamentare, lo svuota, lo rimette in vendita agli stessi elettori come un prodotto difettoso e pretende che il risultato cancelli le domande sui suoi finanziamenti. Come se una rielezione potesse funzionare da lavatrice morale.

A parte il fatto che il Regno Unito è (ancora?) un sistema democratico parlamentare e non una democrazia diretta, qui siamo di fronte a un mero uso privatistico delle istituzioni. E le conseguenze potrebbero essere pericolose.


La stampa più amica come il Daily Express lo sta seguendo in questa crociata, ma l’operazione per il momento sembra non produrre l’ondata plebiscitaria che Farage sperava. Un sondaggio lampo di YouGov mostra che soltanto una minoranza approva la sua decisione di forzare una suppletiva, mentre una quota molto più ampia la respinge. Ancora peggio per lui: molti elettori sembrano leggere la mossa non come coraggio democratico, ma come manovra disperata.

Certo, Farage vincerà il “suo” seggio, e può ancora vincere alle prossime elezioni politiche, che comunque non arriveranno prima del 2029. Ma questa volta la rielezione potrebbe non bastare. Perché il problema non è il seggio ma la perdita di controllo della narrazione.

Cosa succederà ora? Per il momento, una cosa è chiara: Nigel Farage passerà l’estate a litigare con un bidone della spazzatura.

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