Summit NATO di Ankara: Industria, IA, Ucraina e Iran (ma niente Cina). La priorità è gestire Trump. 


Per anni i vertici della NATO sono stati raccontati come appuntamenti scanditi da dichiarazioni di principio, fotografie di gruppo e comunicati finali spesso prevedibili. 

Il summit di Ankara ha invece restituito l’immagine di un’Alleanza in trasformazione, in continuità con quanto stabilito nello scorso vertice dell’Aja nel 2025. La designazione della capitale turca come città ospite del vertice sarebbe stata una delle concessioni fatte dai leader ad Erdogan in cambio del suo consenso all’ingresso della Svezia tra i paesi membri.

Se durante la Guerra Fredda la NATO ha rappresentato essenzialmente una struttura militare guidata dagli Stati Uniti, oggi Washington chiede sempre più apertamente agli alleati europei di assumersi una quota maggiore delle responsabilità finanziarie e operative. 

Il dibattito sul burden sharing non è una novità, ma ad Ankara ha assunto una dimensione quasi strutturale. L’obiettivo non è più soltanto incrementare le spese per la difesa, ma trasformarle in capacità industriali e militari realmente disponibili.


L’annuncio di nuovi programmi congiunti e di commesse per oltre 50 miliardi di dollari conferma come la competizione strategica con Russia e Cina si stia spostando sempre più sulla capacità produttiva oltre che sulle capacità operative. 

La guerra in Ucraina ha imposto una lezione brutale: la deterrenza non vive solo nei documenti strategici, ma nelle fabbriche. La superiorità tecnologica, da sola, non è sufficiente se non è accompagnata dalla possibilità di produrre rapidamente missili, droni, munizioni e sistemi di difesa aerea su larga scala.

In tal senso, tra le iniziative principali figurano i negoziati tra undici paesi membri con la svedese Saab per l’acquisizione di dieci velivoli radar GlobalEye, il memorandum tra Rheinmetall e Lockheed Martin per produrre in Germania i missili ATACMS, l’acquisto della Danimarca di due pattugliatori Boeing Poseidon destinati alla sorveglianza dell’Artico (e della Groenlandia), il programma britannico da 250 milioni di dollari per i nuovi missili d’attacco PrSM e la decisione di Norvegia, Finlandia, Germania e Danimarca di dotarsi dei droni strategici MQ-4C Triton. 

Il summit ha dedicato ampio spazio anche all’IA, considerata una capacità strategica destinata a entrare stabilmente nelle architetture operative dell’Alleanza. I Paesi membri hanno approvato lo sviluppo di un’infrastruttura cloud militare interoperabile e l’integrazione di modelli avanzati di IA per accelerare i processi decisionali e migliorare il coordinamento delle forze nei diversi domini operativi.

Anche per l’Italia, però, il vertice ha rappresentato un’importante vetrina industriale. Accenture e Leonardo, ad esempio, lavoreranno a una rete sicura di comunicazioni NATO nell’ambito di un contratto da circa 200 milioni di euro su sette anni.


Inoltre, dopo anni di tensioni politiche tra Ankara, Parigi e Roma, sono stati ripresi i colloqui sul possibile acquisto da parte della Turchia del sistema di difesa aerea SAMP/T, sviluppato dal consorzio italo-francese Eurosam.

Per la Turchia significherebbe ridurre la dipendenza da sistemi esterni, dopo la gaffe della scoperta dell’acquisto degli S-400 dalla Russia nel 2019, dotandosi stavolta di una difesa antimissile compatibile con l’architettura NATO. 

Per l’industria europea sarebbe invece un successo politico-industriale, in grado di rafforzare MBDA, Thales e Leonardo in uno dei settori più sensibili della nuova competizione militare.

Inoltre, rinunciando agli S-400, Ankara avrebbe ottenuto dagli USA la revoca del divieto di acquisto dei caccia F-35, rappresaglia attuata da Washington sette anni fa.

Proprio la Turchia, padrona di casa nonché secondo esercito più grande dei 32 membri, si è distinta tra i protagonisti del vertice. Erdoğan ha sfruttato l’occasione per riaffermare il ruolo del Paese quale cerniera tra Europa, Mar Nero, Caucaso e Medio Oriente, dimostrando ancora una volta come la posizione geografica continui a rappresentare uno degli asset strategici più importanti della politica estera turca. 


Il riavvicinamento con Washington testimonia la volontà di entrambe le parti di ridurre le frizioni accumulate nell’ultimo decennio, già ai tempi in cui il Vicepresidente americano Mike Pence volò furente ad Ankara per frenare l’offensiva turca contro i curdi siriani, ritenuti allora alleati ancora utili nello scacchiere siriano per la Casa Bianca.

Sul fronte europeo, invece, il sostegno all’Ucraina si è confermato anche quest’anno tra i pilastri del summit. I Paesi membri hanno confermato un impegno di 70 miliardi di euro di assistenza militare per il 2026, impegnandosi a rispettare tale cifra anche per il prossimo anno, mentre gli Stati Uniti hanno autorizzato la produzione su licenza dei sistemi Patriot destinati alle forze ucraine, per contrastare i missili balistici russi che Kiev non riesce ad intercettare.

Nonostante il via libera però, la messa a terra di una produzione ucraina consistente di questi sistemi non sarà immediata. Ad ogni modo, la decisione americana riflette i gravi limiti dell’attuale base industriale statunitense. Per Washington significa dover compiere scelte sempre più difficili tra il sostegno all’Ucraina e il mantenimento delle proprie scorte strategiche da impiegare nei teatri di crisi, dal Medio Oriente all’Indo-Pacifico.

Il vertice ha mostrato infatti la natura sempre più condizionata della garanzia americana. Trump ha legato il rapporto con gli alleati non soltanto alla spesa militare, ma anche a dossier scomodi come quelli su Groenlandia e Iran. 

Le velleità statunitensi per l’annessione dell’isola artica e le critiche agli europei per il mancato sostegno alle operazioni israelo-americane contro Teheran (riprese proprio durante il summit) sono accompagnate dalle minacce di ridurre la presenza militare americana in Europa in assenza di maggiore convergenza politica.


Non basta la continua captatio benevolentiae nei confronti di Trump del Segretario Generale Rutte, soprannominato dagli osservatori il Gianni Infantino della Difesa, in quanto giudicato troppo accondiscendente agli instabili desiderata del tycoon, proprio come il Presidente della Fifa.

Nella sua opera di appeasement mediatico, infatti, Rutte glissa sugli affondi imbarazzanti di Trump, reduce da invettive contro la Spagna e offese dirette alla premier italiana, elogiandone invece il merito nell’essere riuscito ad equiparare il contributo economico all’Alleanza Atlantica degli europei allo stesso livello di quello americano, realizzando il sogno dell’ex presidente Eisenhower.

Quanto all’impegno europeo nello scenario iraniano, esso sembra limitarsi per ora al sostegno della libertà di navigazione nello stretto di Hormuz (non è chiaro se solo diplomatico o in futuro anche militare) e alla denuclearizzazione di Teheran, dimostrando la saggia riluttanza europea ad invischiarsi in un conflitto mal pianificato e per cui nessuno dei paesi membri è stato prima consultato. Per quanto riguarda l’Artico e la Groenlandia, invece, gli europei hanno preferito rispondere col silenzio. 

Non meno significativa è stata l’assenza della Cina dalla dichiarazione congiunta finale. Dopo anni in cui Pechino era entrata progressivamente nel lessico strategico dell’Alleanza, il documento di Ankara ha preferito concentrarsi su deterrenza, riarmo europeo, spazio, cyber, intelligenza artificiale e sostegno all’Ucraina, evitando un riferimento diretto alla Repubblica Popolare. 

La scelta appare come un compromesso politico. Gli Stati Uniti continuano a considerare la Cina il principale rivale sistemico, mentre molti alleati europei non vogliono trasformare la NATO in uno strumento apertamente indo-pacifico. Questa omissione conta forse ben più del rafforzamento dell’Alleanza sul piano militare, se poi resta divisa sul perimetro geografico e politico della propria missione.


Infine, tra i retroscena più curiosi emersi al termine del vertice figura quello di alcuni diplomatici che avrebbero iniziato a mettere in discussione il formato stesso dei grandi summit annuali della NATO, ritenuti sempre più esposti al rischio di tensioni politiche e dichiarazioni estemporanee capaci di oscurarne i risultati. 

La dichiarazione finale, infatti, non indica né la sede né la data del prossimo summit. A colmare il vuoto è stato il segretario generale Mark Rutte, che ha annunciato lo svolgimento del prossimo vertice in Albania senza però precisarne la data. Un dettaglio tutt’altro che secondario, perché potrebbe prefigurare una discontinuità rispetto alla consuetudine, ormai consolidata, di riunire ogni anno i leader dell’Alleanza.

Evidentemente, per il momento, la vera priorità della NATO è gestire Donald Trump.




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 Francesco Iasevoli

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