Valter Lavitola torna a parlare del rapporto con Sigfrido Ranucci, del sondaggio che avrebbe dovuto misurare la popolarità del conduttore di Report in vista di un possibile ingresso in politica e dell’inchiesta che lo vede indagato per l’attentato ai danni del giornalista. Lo fa prima in un’intervista a Repubblica e poi al Tg1, dove aggiunge nuovi dettagli e replica alle ultime dichiarazioni del conduttore.
Il passaggio più duro riguarda proprio le parole pronunciate da Ranucci sull’attentato. Il giornalista aveva affermato: “Non può averlo fatto Lavitola; se lo ha fatto, non lo ha fatto per farmi del male“. Un’ipotesi che il faccendiere giudica offensiva, perché in fondo ritiene possibile (anche solo in ipotesi) che a piazzarla sia stato proprio lui. «Mi dispiace, mi offende, se dubitasse davvero di me gli sputerei in faccia», aveva dichiarato a Repubblica. Al Tg1 rincara la dose: «Il solo fatto che abbia messo quel “se” mi inizia a far mettere in discussione se c’è o non c’è questa amicizia. In più, si poteva anche evitare di parlare della questione di mio figlio, che è il motivo della mia enorme gratitudine nei suoi confronti».
Sull’inchiesta evita invece di entrare nei dettagli. «Non posso dire nulla dell’indagine, ho già parlato ai magistrati. Eravamo d’accordo? Ma figurarsi, saremmo stati dei pazzi», aveva detto a Repubblica. Un concetto ribadito anche al Tg1: «Io e Ranucci saremmo stati due stupidi a farci da soli l’attentato. E io altrettanto a farglielo come atto d’amicizia a ottobre per poi fare un sondaggio a giugno su di lui come candidato del campo largo».
Gran parte dell’intervista è dedicata proprio alla nascita del sondaggio che, secondo Lavitola, avrebbe dovuto valutare la spendibilità politica del conduttore di Report. «Tutto è nato a ridosso di Natale, ero all’estero, a un cocktail, una cena in piedi», racconta a Repubblica. «Posso solo dire che eravamo fuori dall’Italia. C’erano vecchi amici dell’internazionale socialista. Ho sempre mantenuto i contatti con i progressisti. Uno di loro, autorevolissimo, straniero, mi racconta che avevano sondato alcuni personaggi illustri italiani, in vista delle elezioni».
Secondo il suo racconto, il nome di Ranucci sarebbe emerso proprio in quella circostanza. «Forse perché avevano visto il suo servizio sui finanziamenti alle fondazioni di destra, anche negli Usa; in quel periodo se ne stava occupando. Comunque nel sondaggio Ranucci era andato fortissimo. Talmente bene che stentavo a crederci anche io». Al Tg1 aggiunge ulteriori particolari sulla genesi dell’idea: «Nell’ambito di quelli che sono gli ambienti internazionali e democratici socialisti, dove io ho militato tutta la vita e dove ho un sacco di contatti, mi hanno fatto vedere un sondaggio per potenziali e attuali leader della sinistra di tutta Europa e tra questi c’era pure Sigfrido».
Da lì sarebbe nato il tentativo di convincere il giornalista a candidarsi. «Un giorno l’ho invitato a pranzo, gli ho raccontato questa cosa, lui mi ha mandato a quel paese pensando quasi che scherzassi», racconta. «Ho insistito un po’, e ci sarà anche una caterva di messaggi che tanto avrà la procura, fine delle trasmissioni!».
A Repubblica Lavitola ricostruisce invece il successivo sviluppo della vicenda. «Sì, ci siamo visti intorno a Natale, a cena. Mi ha risposto: sei impazzito. Mi riteneva farneticante. Non ne voleva sapere di entrare in politica». Nonostante quel rifiuto, spiega di aver deciso comunque di proseguire. «È stato come con Berlusconi, con la casa di Montecarlo o con la compravendita dei senatori. Non è che aspetto il via libera, io agisco, poi a volte Berlusconi si incazzava, altre era d’accordo».
Successivamente avrebbe coinvolto altri giornalisti nella predisposizione del questionario. «Qualche tempo dopo quella cena con altri colleghi giornalisti, di cui ho grande stima, ragionavamo dei problemi della sinistra, della difficoltà di trovare un leader terzo. Mi è tornato in mente il sondaggio estero. Ho chiesto loro un aiuto per formulare i quesiti. L’ho fatto vedere anche a Sigfrido, che ha fatto qualche correzione finale. Poi ho fatto una colletta per pagare il sondaggista».
Un elemento ribadito anche nell’intervista al Tg1, con un racconto ancora più diretto: «Gli ho detto: senti sei un cafone, che ti costa dirmi se sta roba qua… hai paura? Insomma l’ho sfidato e lui mi ha corretto quattro domande». Lavitola aggiunge anche un particolare economico: «Mi aspettavo almeno 500 euro. Invece niente. Io ne ho messi mille, gli altri sono arrivati da amici che lo stimano e a cui poi ho offerto un paio di cene nel mio bistrot».
Il sondaggio, però, non sarebbe mai stato completato. «Non lo so. Lo stavano realizzando proprio nei giorni dei primi arresti… E ho chiesto di sospendere, per evitare che fosse falsato», spiega. Nel corso dell’intervista a Repubblica replica anche alle dichiarazioni del direttore degli Approfondimenti Rai, Paolo Corsini, che aveva sostenuto come chi avesse problemi con Report finisse a cena da Lavitola. «Ho già dato mandato al mio legale di querelarlo. Forse Corsini è abituato a fare così, nella sua carriera», afferma. Lo stesso concetto viene ribadito al Tg1, con toni altrettanto netti: «Io ho già predisposto una querela, non te la far fare pure tu per favore», risponde alla domanda se fosse vero che chi aveva problemi con Report si rivolgesse a lui.
Infine, il faccendiere aggiorna anche sulla posizione del suo collaboratore Gomes Clesio Tavares, spiegando che «è ancora in Camerun. Non so se sperare che torni o non torni, ma mi ha scritto che tornerà», aggiungendo di essere pronto a consegnare agli inquirenti «gli elementi che spiegano tutto».
In chiusura, Lavitola torna a spiegare perché fosse convinto che Ranucci avrebbe dovuto lasciare il giornalismo per la politica. «Sigfrido è una persona perbene e avrebbe potuto fare tante cose per questo Paese», sostiene. E conclude con una battuta sul futuro del conduttore: «Lo spero. Così potrebbe fare i soldi, vivere ai Parioli anziché a Campo di Carne».
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