Legge elettorale, Meloni cade sulle preferenze: i franchi tiratori aprono la prima vera crepa nella maggioranza


Una sconfitta parlamentare, ma soprattutto un segnale politico. La bocciatura, per un solo voto, dell’emendamento sulle preferenze nella riforma della legge elettorale segna uno dei passaggi più delicati della legislatura e consegna alla maggioranza il primo vero incidente politico consumato nel cuore dell’Aula di Montecitorio.

Il risultato – 188 voti contrari contro 187 favorevoli – assume un peso che va ben oltre il destino di un singolo emendamento. Perché quello sulle preferenze era diventato il terreno sul quale Giorgia Meloni aveva deciso di spendere personalmente il proprio capitale politico, trasformando una modifica tecnica in una prova di compattezza della coalizione. La premier aveva infatti invitato apertamente il Parlamento a “metterci la faccia”, criticando il ricorso al voto segreto e presentando il ritorno delle preferenze come una battaglia di democrazia dopo oltre trent’anni di liste bloccate. La risposta arrivata dall’Aula è stata diametralmente opposta.

Il voto che smaschera la maggioranza


Per tutta la giornata il centrodestra aveva dato l’impressione di aver ricomposto le tensioni interne. Dopo settimane di trattative, Fratelli d’Italia aveva trovato un punto di equilibrio con Lega e Forza Italia su un sistema misto: capilista bloccati accompagnati dalla possibilità di esprimere fino a tre preferenze.

L’emendamento portava la firma di Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc, ma aveva ottenuto il parere favorevole sia del Governo sia dei relatori di maggioranza. Anche Lega e Forza Italia, pur senza sottoscriverlo, avevano annunciato il proprio sostegno, mentre Futuro Nazionale di Roberto Vannacci aveva comunicato voto favorevole. Il pienone registrato in Aula raccontava quanto la maggioranza ritenesse decisiva quella votazione. Ministri, sottosegretari e deputati erano accorsi a Montecitorio subito dopo il Consiglio dei ministri. Sembrava una conta blindata.

Poi il tabellone elettronico ha ribaltato tutto.Un solo voto ha trasformato quella che doveva essere una dimostrazione di forza in un caso politico destinato a pesare sull’intero iter della riforma.

La caccia ai franchi tiratori


La domanda che attraversa immediatamente il centrodestra è una sola: chi ha tradito? I numeri raccontano che qualcosa, all’interno della maggioranza, non ha funzionato. Se ufficialmente cinque deputati di Fratelli d’Italia erano assenti perché in missione – tra loro anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – quattro deputati della Lega e due di Forza Italia non hanno partecipato al voto pur non essendo giustificati. È però evidente che le sole assenze non bastano a spiegare il risultato finale.

Nei corridoi della Camera inizia immediatamente la ricerca dei franchi tiratori. Galeazzo Bignami esclude responsabilità interne a Fratelli d’Italia, sostenendo di poter “mettere una mano, forse anche due, sul fuoco” per il gruppo. Forza Italia respinge qualsiasi sospetto. “Noi siamo stati presentissimi e solidissimi”, assicura il capogruppo Enrico Costa. Antonio Tajani minimizza parlando di “incidente di percorso”, mentre Francesco Lollobrigida riduce l’accaduto a un episodio “puntiforme”, non riconducibile a gruppi organizzati. Le rassicurazioni, tuttavia, non cancellano un dato politico evidente: la maggioranza è andata sotto proprio sul provvedimento che la presidente del Consiglio aveva trasformato in una battaglia simbolica.

Meloni: “Ha vinto la palude”

La reazione della premier arriva pochi minuti dopo il voto e tradisce una delusione difficilmente mascherabile. “Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude”, scrive Meloni sui social, rivendicando il tentativo di restituire agli elettori la possibilità di scegliere i propri parlamentari attraverso le preferenze. La premier riconosce che “anche nella maggioranza sono mancati diversi voti” e parla apertamente della necessità di una riflessione interna, ma allo stesso tempo sposta il confronto sul piano politico, accusando le opposizioni di aver festeggiato “come se avessero vinto un Mondiale” per impedire ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. È una lettura che punta a trasformare una sconfitta parlamentare in uno scontro tra due diverse concezioni della rappresentanza politica.

L’opposizione fa muro e chiede il voto segreto sull’intera riforma


Se il centrodestra esce indebolito dalla votazione, il cosiddetto campo largo ritrova invece una compattezza che nelle settimane precedenti era sembrata incrinarsi. Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra avevano infatti scelto una linea comune fin dall’inizio dell’esame del provvedimento, chiedendo il voto segreto sull’intera legge elettorale, trasformando il passaggio parlamentare in una verifica politica della tenuta della maggioranza. La strategia si è rivelata efficace. Il ricorso allo scrutinio segreto ha consentito ai dissensi interni al centrodestra di emergere senza esporsi pubblicamente, facendo saltare proprio l’emendamento più identitario della riforma.

Dopo il risultato, le opposizioni hanno immediatamente chiesto la convocazione della Conferenza dei capigruppo e la sospensione dei lavori, richieste respinte dalla maggioranza, che ha invece imposto la prosecuzione dell’esame fino alla seduta notturna. Nel frattempo, fuori da Montecitorio, i leader delle opposizioni – Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni, Riccardo Magi e Davide Faraone – si sono ritrovati insieme nel sit-in organizzato contro quello che hanno ribattezzato il “Melonellum”.

Schlein e Conte:”Meloni è stata sfiduciata dai suoi”

L’opposizione interpreta immediatamente il voto come un passaggio che travalica la legge elettorale. Per Elly Schlein si tratta della dimostrazione che la maggioranza “si è divisa al voto segreto”, mentre le opposizioni si sono presentate compatte. Secondo la segretaria del Pd, il Parlamento ha respinto “l’arroganza di chi pensa che, in un Paese con salari bassi, crescita ferma e liste d’attesa infinite, la priorità fosse la legge elettorale”.

Ancora più duro Giuseppe Conte, che parla apertamente di “sfiducia politica” nei confronti della presidente del Consiglio.”La presidente Meloni ha sfidato il Parlamento e il Parlamento l’ha sfiduciata”, afferma il leader del Movimento 5 Stelle, chiedendo l’apertura di una crisi di governo. Anche Angelo Bonelli sostiene che la premier dovrebbe “andare al Quirinale”, mentre Matteo Renzi, pur rivendicando da sempre la battaglia sulle preferenze, invita il Governo a dimettersi e a tornare subito alle urne.


La maggioranza prova a ricompattarsi

Malgrado il contraccolpo politico, il centrodestra esclude qualsiasi ipotesi di crisi. Bignami ribadisce che la riforma “va avanti”. Tajani assicura che la legislatura non è in discussione. La stessa linea viene condivisa da Forza Italia e dalla Lega. A offrire una possibile via d’uscita interviene il presidente del Senato Ignazio La Russa, ricordando che il bicameralismo consente ancora di modificare il testo. A Palazzo Madama, osserva La Russa, non sarà possibile ricorrere al voto segreto su questo punto, rendendo quindi palesi le posizioni dei singoli senatori e riducendo il rischio di nuovi franchi tiratori. È un messaggio che guarda già al secondo tempo della partita parlamentare.

Sul piano procedurale, la riforma della legge elettorale prosegue il suo cammino. Sul piano politico, però, il voto sulle preferenze lascia una ferita destinata a pesare. Per la prima volta dall’inizio della legislatura la maggioranza viene sconfitta in Aula su un tema fortemente identitario e direttamente sponsorizzato dalla presidente del Consiglio. Non è una sconfitta numericamente ampia, ma proprio il margine minimo con cui si è consumata rende ancora più evidente quanto bastino pochi voti per incrinare una maggioranza finora apparsa compatta.

Il centrodestra continua a disporre dei numeri per governare e nessuno, nelle sue fila, parla seriamente di crisi. Tuttavia il voto di Montecitorio dimostra che la disciplina parlamentare non è più scontata e che il ricorso allo scrutinio segreto può trasformarsi in un terreno di vulnerabilità politica. Per Giorgia Meloni il passaggio rappresenta soprattutto un campanello d’allarme: quando una riforma viene personalizzata fino a diventare una prova di leadership, ogni sconfitta parlamentare finisce inevitabilmente per assumere il valore di una sconfitta politica.


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 Maria Ylenia Manzo

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