Oggi non è una giornata super pesante in termini di dati, ma c’è né comunque uno da tenere d’occhio, che è il PPI americano di giugno, atteso alle 14:30 italiane. Dopo il CPI, il mercato vuole capire se le pressioni sui prezzi alla produzione si stanno calmando o se continuano a correre. A maggio il PPI era salito a un robusto +6,5% annuo (dato già rivisto al rialzo), quindi gli analisti si aspettano un leggero raffreddamento. Se il numero dovesse uscire più basso del previsto, sarebbe una buona notizia, perché significherebbe che i costi per le aziende stanno rallentando e darebbe un po’ di ossigeno alla Fed, riducendo le probabilità di un rialzo dei tassi a breve. Se invece arrivasse forte o sopra le attese, confermerebbe che l’inflazione resta appiccicosa, soprattutto con i prezzi dell’energia ancora sensibili per la situazione in Medio Oriente e i dazi. In quel caso, il dollaro si rafforzerebbe ulteriormente e l’azionario potrebbe soffrire.
Per l’Europa, invece, oggi è abbastanza tranquillo. Sono in uscita i dati sul commercio internazionale e qualche dato secondario su imprese e fallimenti. Niente di che, l’appuntamento vero per l’Eurozona è venerdì 17 con l’inflazione definitiva YoY di giugno, attesa in rallentamento al +2,8% (dal +3,2% di maggio).
L’inflazione USA headline è scesa al 3,5% su base annua (dal 4,2% di maggio), contro aspettative del +3,8%. Ancora più impressionante è il dato mensile: -0,4%, il calo più forte da aprile 2020. Praticamente un tonfo. Anche il core (quello senza cibo ed energia, che alla Fed interessa di più) è sceso più del previsto: +2,6% annuo contro attese di 2,8%, e praticamente piatto nel mese. Il motivo principale è evidente e chiama prezzo della benzina, crollato del 9,7% nel mese, grazie al petrolio più basso e alla distensione geopolitica. Questo ha tirato giù tutto il carrello della spesa.
Per la Fed è una boccata d’ossigeno. Dopo qualche mese di preoccupazioni per un’inflazione che sembrava essersi riaccelerata, oggi si torna a vedere una traiettoria più sana. Il mercato l’ha presa benissimo: futures in rialzo, rendimenti in calo e dollaro che perde terreno. E si riapre di nuovo la scommessa su un taglio dei tassi entro la fine dell’anno. Ovviamente non è ancora tutto risolto — siamo ancora lontani dal 2% — ma la direzione è quella giusta. Il calo dell’energia è in parte temporaneo, però il miglioramento del core fa pensare che il raffreddamento sia più strutturale di quanto temessero gli investitori. Insomma, un dato “dovish” bello deciso. Azionari e oro contenti, dollaro un po’ meno.
La prima metà del 2026 ha condensato l’equivalente di un decennio di eventi in soli sei mesi: una guerra in Medio Oriente, uno shock energetico causato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, nuove minacce di tariffe doganali, preoccupazioni sul Private Credit. Credo che basti. Ovvio quindi che gli investitori si facciano delle domande su cosa li aspetta nei prossimi 12/18 mesi. Crediamo che si preannunci altrettanto movimentata, con le elezioni di midterm, un nuovo presidente della Fed e una rivoluzione dell’AI che evolve di giorno in giorno. Di seguito analizziamo alcune di queste domande chiave che – crediamo – domineranno il panorama degli investimenti per il resto dell’anno e probabilmente per una buona parte del 2027.
La rotazione è destinata a durare? Sì, secondo il nostro punto di vista. L’S&P 500 ha guadagnato il 9,6% nella prima metà dell’anno, un risultato impressionante, ma in ritardo rispetto al suo omologo equal-weighted (+11,1%), al Russell 2000 Index (+21,9%) e all’MSCI All-Country World Index (ACWI) ex-U.S. (+12,2%). È vero, alcune società tecnologiche continuano a dominare i movimenti dell’indice (al rialzo o al ribasso) grazie alle loro grandi dimensioni. Eppure le Magnificent 7 hanno chiuso i primi sei mesi in territorio negativo, sottoperformando i settori Real Estate, Consumer Staples e Healthcare. In effetti, sotto la superficie c’è stata molta turbolenza e mentre l’S&P 500 ha superato la prima metà dell’anno con un massimo drawdown del 9,1% a livello di indice, il titolo medio ha registrato un massimo drawdown del 23,0%.
Ci aspettiamo che la rotazione prosegua mentre il capitale si sposta verso industrie e aziende che beneficiano della spesa in AI e dei guadagni di produttività. Non ci aspettiamo una diminuzione della volatilità all’interno del settore Technology a causa di diversi fattori. Tra questi, utili che deludono rispetto alle elevate aspettative, nuova concorrenza da parte di modelli AI cinesi più economici, e/o miglioramenti nell’efficienza che richiedono meno potenza di calcolo rispetto a quanto originariamente stimato, il tutto su uno sfondo di posizionamenti già molto affollati. Da qui il nostro invito a una maggiore diversificazione nei portafogli. Nel frattempo, la ripresa del manifatturiero dovrebbe continuare a sostenere le aree pro-cicliche come Industrials, Materials ed Energy.
Siamo al picco degli investimenti in conto capitale (capex)? Improbabile. Pensiamo che ci sia ancora spazio per correre. Con gli hyperscaler che allocano oltre 700 miliardi di dollari in capex quest’anno (secondo le proiezioni delle singole aziende), la domanda per gli investitori resta se le stime di spesa siano destinate a scendere da qui in avanti. Non lo crediamo, finché la domanda di energia supererà l’offerta. Per ora, l’equazione continua a pendere a favore di ulteriori investimenti (e spiega il rialzo storico dell’86% dei semiconduttori nei primi sei mesi dell’anno). La buona notizia, emersa anche dai risultati del primo trimestre, è che stanno aumentando i segnali di ritorni positivi sugli investimenti in AI.
Ciò che resta importante monitorare è come viene finanziata la costruzione dei data center per l’AI. Poiché gli impegni di spesa stanno superando gli utili e i free cash flow, gli hyperscaler si sono rivolti all’emissione di debito, che secondo la Bank for International Settlements potrebbe raggiungere i 175 miliardi di dollari quest’anno, rispetto ai 105 miliardi del 2025. Un improvviso inasprimento delle condizioni creditizie rappresenta un rischio di coda da tenere d’occhio per le parti più indebitate della catena dell’AI.
Abbiamo già visto il peggio dell’inflazione? Pensiamo di sì, anche se il percorso delle aspettative di inflazione rimane un aspetto chiave da monitorare. Con il mercato del lavoro che si è dimostrato più stabile del previsto nella prima metà dell’anno, sia gli investitori che la Fed di Warsh ora si concentrano sull’inflazione. Le pressioni al rialzo sui prezzi dell’energia dovute alla guerra, le carenze di beni legati all’AI, gli effetti residui delle tariffe e dati economici più forti del previsto hanno portato i mercati a prezzare un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno.
Detto questo, riteniamo che l’inflazione abbia probabilmente raggiunto il picco (il dato di ieri lo conferma), poiché i prezzi dell’energia sono rapidamente tornati ai livelli pre-guerra nelle ultime settimane. Le aspettative di inflazione a lungo termine sono scese di pari passo e restano ancorate vicino all’obiettivo del 2% della Fed. La crescita salariale è sana ma ben lontana dai livelli del 2021-2022, riducendo le probabilità di una cosiddetta “spirale salari-prezzi”. Nuove escalation delle tensioni in Medio Oriente, un altro prolungato picco dei prezzi energetici o segnali di surriscaldamento del mercato del lavoro sarebbero motivi che spingerebbero gli analisti a rivedere l’outlook.
Cosa significano i cambiamenti nelle aspettative delle banche centrali globali per gli investitori? Dipende. Si prevedeva che la divergenza nella politica monetaria globale avrebbe caratterizzato il 2026, con la Fed in modalità di tagli e il resto del mondo (escluso il Giappone) in attesa. A causa della guerra, i calcoli sono cambiati. Importanti banche centrali sia nei Mercati Emergenti (Indonesia, Filippine, Sudafrica, Colombia e altri) sia nei Mercati Sviluppati (Eurozona, Giappone, Australia, Norvegia) hanno attuato rialzi dei tassi negli scorsi mesi. Per gli investitori, i differenziali nei tassi di interesse globali potrebbero favorire un dollaro più debole, mentre le banche centrali estere alzeranno i tassi. In alternativa, una Fed molto più hawkish del previsto rispetto al resto del mondo implicherebbe un dollaro più forte. In entrambi i casi, ci aspettiamo comunque un sostegno strutturale sottostante al dollaro grazie alla resiliente crescita statunitense. Al 57% delle riserve valutarie nel primo trimestre 2026 (secondo il FMI), il dollaro resta la valuta di riserva mondiale. Lasciate quindi perdere – almeno per il momento – le preoccupazioni sul deprezzamento del dollaro.
In che modo le elezioni di midterm influenzeranno i mercati? Una correzione pre-elettorale non sarebbe fuori dall’ordinario. Nel breve termine, il periodo che precede le elezioni di midterm può essere più volatile, prima del tipico sollievo dall’incertezza politica post-elettorale. Guardando alle elezioni di midterm dal 1950 in poi, l’S&P 500 ha registrato un drawdown medio del 12,7% tra l’inizio di giugno e la fine di ottobre. Una correzione nei prossimi mesi quindi non ci sorprenderebbe, mentre il mercato recupera ampiezza e cerca nuovi catalizzatori dopo il forte rally.
Guardando oltre il 3 novembre, per quanto sia allettante cercare di sincronizzare le decisioni di investimento in base ai possibili risultati elettorali, la storia ci insegna che ossessionarsi sugli esiti di Washington non è un buon strumento di market timing né una valida strategia di investimento. Ciò che guida i mercati nel tempo non è il partito al potere, bensì la traiettoria della crescita, degli utili, dei tassi di interesse, della liquidità e di altri fattori fondamentali. Lasciamo che i 24 nuovi massimi storici dell’S&P 500 registrati nella prima metà di quest’anno siano quindi un gentile promemoria dove, anche nel mezzo dell’incertezza, i mercati azionari tendono a guardare avanti a ciò che conta davvero, ossia i profitti futuri, che continuano a essere rivisti al rialzo.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
info@orafinanza.it (OraFinanza.it)
Source link



