Crollo del ponte Morandi, è il giorno della sentenza per Giovanni Castellucci e altri 56 imputati


Genova. A quasi otto anni dalla strage costata la vita a 43 persone e dopo quattro anni di processo oggi, giovedì 16 luglio, è il giorno della sentenza per il crollo del ponte Morandi.

L’udienza è cominciata alle 9.30 e la sentenza, secondo le prime informazioni, dovrebbe arrivare attorno alle 14. Pochissimi gli imputati presenti, tanti invece i parenti delle vittime che hanno voluto esserci. Toccherà al presidente del collegio Paolo Lepri (affiancato dai colleghi Fulvio Polidori e Ferdinando Baldini) leggere nell’aula magna del palazzo di Giustizia di Genova il dispositivo nei confronti dei 57 imputati, ex dirigenti o tecnici di Aspi, Spea e Mit, accusati a vario titolo di 112 capi di imputazione, tra cui omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, falso e crollo colposo.

La tesi dell’accusa: “Manutenzioni all’osso per favorire i profitti”

In tutto i pm Walter Cotugno e Marco Airoldi hanno chiesto quasi 400 anni di carcere per 56 imputati e una sola assoluzione. Per la Procura i vertici di Aspi hanno attuato una politica sistematica di tagli alle manutenzioni con l’obiettivo di massimizzare i profitti della rete autostradale per ridistribuire dividendi più alti agli azionisti di Atlantia. I controlli non venivano fatti o venivano fatti “con i binocoli” e le manutenzioni ritardate fino all’estrema conseguenza.

Quando il ponte crollò era stato appena approvato il progetto di retrofitting, cioè di rinforzo di due pile tra cui quella crollata. Per l’accusa se quel progetto non fosse stato ritardato il ponte non sarebbe crollato. E la fragilità del ponte, per il tipo di progetto e per le indicazioni lasciate dallo stesso progettista Riccardo Morandi, era nota a tutti e meritava un’attenzione costante con verifiche ad hoc.  Se i controlli fossero stati fatti secondo le regole – dicono i pm Walter Cotugno e Marco Airoldi che è sopraggiunto a Massimo Terrile, andato in pensione e recentemente scomparso – avrebbero certificato l’insicurezza del ponte.


Per le difese invece sulla cima della pila nove c’era un difetto costruttivo che ha favorito la corrosione e che nessuno poteva scoprire neanche con indagini approfondite.

Gli imputati eccellenti e le richieste di condanna

L’imputato principale è l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci, per il quale i pm Walter Cotugno e Marco Airoldi hanno chiesto la condanna a 18 anni e 6 mesi di carcere. Castellucci si trova recluso nel carcere di Opera dove sta scontando la condanna a sei anni per la strage di Avellino. L’ex supermanager si è sempre dichiarato “responsabile ma non colpevole”. Anche nelle ultime dichiarazioni spontanee rilasciate dal carcere ha ribadito di non aver mai voluto attuare una politica di risparmi e che il crollo è stato come “un tumore senza sintomi”. E’ lui per i pm , il potentissimo supermanager, per i pm il principale responsabile della politica dei risparmi sulle manutenzioni per aumentare i dividendi.

Tra le altre altre pene più elevate, ci sono quelle per gli ex responsabili delle manutenzioni di Aspi: Michele Donferri Mitelli (15 anni e sei mesi) e Gabriele Camomilla (14 anni). La quarta pena più alta, 13 anni e 6 mesi, è stata chiesta per Mauro Malgarini, dal 1994 al 2011 direttore dell’ufficio Manutenzione opere strutturali di Autostrade per l’Italia. Per Riccardo Mollo, ex direttore generale di Aspi, anche lui già detenuto per la tragedia di Avellino la richiesta è di 12 anni e 8 mesi, mentre  12 anni e 6 mesi  sono stati chiesti per Paolo Berti, già direttore operazioni, anche lui già in carcere per la strage del bus di Acqualonga.

Tra gli imputati principali non di Aspi ci sono poi Antonino Galatà, amministratore delegato di Spea per circa 8 anni fino al crollo (chiesti 7 anni), il provveditore alle opere pubbliche Roberto Ferrazza (4 anni), l’ingegnere genovese Antonio Brencich (chiesti 8 anni) relatore del progetto di retrofitting al comitato per le opere pubbliche: lui secondo l’accusa avrebbe dovuto accorgersi, dall’analisi dei dati, dello stato in cui versava il ponte. Per il ministero delle infrastrutture e dei trasporti la pena più alta è quella chiesta per Mauro Coletta (10 anni): ai vertici del sistema di vigilanza del Mit non ha assolto agli obblighi di verificare il rispetto da parte della concessionaria Aspi di garantire la sicurezza delle opere

(Qui tutte le richieste di condanna)


Il crollo del 14 agosto 2018: il boato e il ponte accartocciato

Pioveva forte la mattina 14 agosto 2018. C’era un’allerta arancione e non sembrava proprio la vigilia di Ferragosto. Per questo c’era meno traffico del solito in autostrada sullo snodo genovese. Non era un giorno per andare al mare ma sul viadotto Polcevera viaggiavano comunque tanti turisti in procinto prendere un traghetto per per le vacanze , chi per andare a lavorare e chi semplicemente per attraversare la città.

Alle 11.36 un boato squarcia l’aria. Dopo un attimo la pila 9 del ponte che poggia nel greto del torrente Polcevera viene giù e 250 metri di viadotto si accartocciano su loro stessi (il crollo nel video diffuso dalla Procura) travolgendo tutti quelli che sono sopra e schiacciando chi si trova sotto. Sono 43 le persone perdono la vita. Alcuni, i più fortunati si sono salvati miracolosamente riportando però gravi ferite. “Sembrava un terremoto, invece ci siamo affacciati e abbiamo visto che è crollato il ponte di Brooklyn” hanno raccontato i primi testimoni nella diretta del cronista di Genova24 arrivato sul posto dopo pochi minuti.

Il moncone di ponte rimasto in piedi dopo il crollo

Una skyline agghiacciante che lascia senza fiato gli abitanti di Certosa mentre la macchina dei soccorsi si attivava rapida per salvare i feriti. Poi il lavoro senza sosta, giorno e notte per recuperare i corpi di chi non ce l’ha fatta.

Oltre a quello delle vittime c’è il bilancio pesante degli sfollati (oltre 500), che vivevano sotto il moncone di levante rimasto in piedi, in via Porro. E c’è quella di una città e di una regione si sono ritrovate improvvisamente spezzate in due.

I nomi delle 43 vittime

A perdere la vita sono Cristian Cecala, la moglie Dawna e la figlia Kristal, di 9 anni, di Oleggio (Novara).  Marian Rosca, camionista romeno di 36 anni e il collega e connazionale che viaggiava con lui, Anatoli Malai, di 44 anni. Andrea Vittone, nato a Venaria Reale, 50 anni, la moglie Claudia Possetti, nata a Pinerolo, 48 anni, i figli della donna Manuele e Camilla di 16 e 12 anni. Un’altra famiglia sterminata da ponte Morandi è quella dei Robbiano che vivevano a Campomorone (Genova): il padre Roberto, 44 anni, nato a Genova, la madre Ersilia Piccinino, 41 anni, nata a Fersale (Catanzaro), il figlio Samuele, 8 anni. Andrea Cerulli, 48 anni, portuale di Genova; Elisa Bozzo, 34 anni, nata a Genova e residente a Busalla (Genova); Francesco Bello, 42 anni, di Serrà Riccò (Genova); Alberto Fanfani, 32 anni, nato a Firenze, fidanzato con Marta Danisi, 29 anni, nata a Sant’Agata di Militello (Messina); Stella Boccia, 24 anni, nata a Napoli e residente a Civitella Val di Chiana e il fidanzato Carlos Jesus Erazo Truji, 27 anni peruviano. Poi ci sono i quattro amici di Torre del Greco (Napoli): Giovanni Battiloro 29 anni, Antonio Stanzione, 29 anni, Gerardo Esposito, 27 anni e Matteo Bertonati, 27 anni.


Tra le altre vittime: Giorgio Donaggio, 57 anni, nato a Genova e residente a Toirano (Savona), Alessandro Campora, 55 anni, nato a Genova, Giovanna Bottaro, 43 anni, di Novi Ligure (Alessandria), Vincenzo Licata, 58 anni, nato a Grotte (Agrigento), Luigi Matti Altadonna, 35 anni, nata a Genova, Angela Zerilli, 58 anni, nata a Corsico (Milano), Gennaro Sarnataro, 43 anni, nato a Volla (Napoli), Alessandro Robotti, 50 anni, nato a Alessandria, Bruno Casagrande, 57 anni, nato a Antonimina (Reggio Calabria) residente a Genova e il collega di Mirko Vicini di Genova, entrambi lavoravano in Amiu.

Poi ci sono le vittime francesi: Axelle Place 20 anni, Nathan Gusman 20 anni, Melissa Artus 22 anni, William Pouza 22 anni. I morti cileni sono Juan Ruben Figueroa Carrasco 59 anni residente a Genova, Leyla Nora Rivera Castillo 48 anni e il marito Juan Carlos Pastenes Rivillo, 64 anni, vivevano a Genova da anni. Due i morti albanesi: Admir Bokrina 32 anni, Marius Djerri 22 anni e il colombiano Henry Diaz Henao, 38 anni.

La scuse di Autostrade e la reazione dei parenti delle vittime

Intanto, a surriscaldare gli animi della vigilia è stata la lettera di scuse scritta dall’amministratore delegato di Autostrade, Arrigo Giana. Una missiva che non è stata gradita dai parenti delle 43 persone morte otto anni fa. “Credo che neanche Totò, in qualche sceneggiatura, avrebbe potuto immaginare un momento meno opportuno”, la risposta di Egle Possetti, portavoce del Comitato ricordo vittime. “In queste ore – le parole di Giana – siamo in attesa della sentenza di primo grado con lo stesso desiderio di verità che sentono i familiari, i cittadini genovesi e tutti gli italiani”. Dopo il crollo “continuavo a domandarmi come fosse stato possibile non chiedere immediatamente scusa per quanto era successo”. Quella diffusa è anche una lettera per prendere le distanze dalla vecchia dirigenza: “Le azioni e le scelte di alcuni hanno lasciato ferite indelebili, quindi porgere oggi quelle scuse non fatte ieri è una nostra esigenza morale”. Adesso però “questa azienda è altro rispetto ad allora: un nuovo corso sotto il controllo dello Stato e con nuovi azionisti” che lavorano per garantire “la sicurezza delle infrastrutture, dei viaggiatori e dei lavoratori”.  Scuse tardive e inopportune, secondo Possetti. “Dovevano essere fatte a suo tempo, ma nessuno le fece, i nuovi amministratori che via via si apprestano a dirigere la società forse dovrebbero fare le scuse non appena nominati, spiegando però insieme alle scuse il loro piano dettagliato e molto convincente che vada in direzione opposta alla gestione pre crollo, le scuse non bastano, occorrono sempre i fatti conseguenti. Noi siamo preoccupati per la sicurezza, avendo purtroppo toccato con mano gli esiti nel caso in cui la stessa sia stata sempre sottovalutata”.

striscione su Moretti davanti al tribunale





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 Katia Bonchi

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