come cambia il mercato delle emissioni e la competitività europea



“La competitività dell’Europa si baserà sull’energia pulita, non sui combustibili fossili importati”. Lo ha sostenuto con forza Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva della Commissione europea con delega alla transizione pulita, equa e competitiva. Perché con la storica revisione del sistema Ets (Emissions Trading System) presentata il 17 luglio 2026, la Commissione europea ha ufficialmente trasformato quello che era un semplice mercato dei permessi di inquinamento in un sofisticato scudo di politica industriale.

Non si tratta più solo di ridurre le emissioni, ma di decidere se la manifattura europea potrà sopravvivere alla sfida della neutralità climatica o se dovrà soccombere sotto il peso di costi energetici insostenibili.

Che cos’è l’Ets: il mercato dove l’inquinamento ha un prezzo

Per chi non frequenta i palazzi di Bruxelles, l’Ets può sembrare un labirinto burocratico. In realtà, è il cuore pulsante del Green Deal: un mercato basato sul principio “cap and trade” (fissa un limite e scambia). L’Unione europea stabilisce un tetto massimo (il cap, appunto) alla quantità di CO2 che i settori pesanti – acciaierie, cementifici, chimica, aviazione e centrali elettriche – possono emettere. Questo tetto è diviso in “quote”: un permesso equivale a una tonnellata di CO2 emessa. Ogni anno l’Europa riduce il numero di quote disponibili per spingere i prezzi verso l’alto e rendere economicamente vantaggioso investire in tecnologie pulite piuttosto che continuare a inquinare.

L’impatto è colossale: l’Ets incide sulle emissioni 25 volte più delle norme sulle auto.


La battaglia tra “pragmatici” e “ambiziosi”

La riforma è il risultato di un violento braccio di ferro politico. Da un lato il “Fronte dei 10”, guidato dall’Italia insieme a Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia. Questi Paesi hanno chiesto una riforma “pragmatica ed equa”, temendo che “nuove tasse sul clima” possano distruggere la competitività europea in un contesto di crisi energetica e instabilità geopolitica. Dall’altro lato, il blocco degli “ambiziosi” (Spagna, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Svezia) ha spinto per un rafforzamento del sistema, convinto che solo un prezzo della CO2 alto possa garantire il ritorno degli investimenti fatti in rinnovabili.

La scelta della Commissione: i 5 pilastri della riforma

La Commissione ha optato per una mediazione che prova a salvare gli uni e gli altri, allineando il sistema all’obiettivo di tagliare le emissioni del 90% entro il 2040.

  1. Nuovi ritmi di riduzione. Il tetto alle emissioni scenderà in modo più “gestibile”: del 3,7% annuo tra il 2031 e il 2035, rallentando poi all’1,7% tra il 2036 e il 2040. Questo evita che la scarsità di quote faccia esplodere i prezzi troppo velocemente.
  2. Dalle quote gratis alle “quote di investimento”: è questa la svolta più radicale. I permessi gratuiti alle aziende non saranno più incondizionati. L’80% delle quote verrà concesso solo dopo la pubblicazione di piani aziendali di decarbonizzazione approvati; il restante 20% sarà erogato solo a investimento avvenuto e risultati certificati.
  3. La Banca per la Decarbonizzazione: per aiutare le imprese, Bruxelles mobilita 130 miliardi di euro. Lo strumento opererà in due fasi: 30 miliardi tra il 2027 e il 2030 (Fase Booster) e 100 miliardi tra il 2031 e il 2040.
  4. Uso dei proventi: gli Stati membri saranno obbligati a reinvestire almeno il 50% delle entrate delle aste Ets direttamente nella decarbonizzazione dei settori coinvolti (energia, chimica, aviazione, marittimo). Oggi, in Italia, questa quota è solo del 9%.
  5. Riserva di Stabilità: la Commissione ha deciso di smettere di annullare le quote in eccesso nella riserva, mantenendole come “scorta” per calmierare il mercato se i prezzi dovessero salire troppo.

I rischi per l’industria europea (e italiana)

Perché tanta cautela? I dati del rapporto tecnico Cesisp svelano una realtà drammatica: l’Europa ha già perso il 14,6% degli impianti manifatturieri (934 installazioni chiuse o delocalizzate) tra il 2013 e il 2024. In settori come il cemento, i costi dell’Ets arrivano ad assorbire tra il 15% e il 35% del margine operativo lordo delle imprese. Inoltre, la transizione climatica richiede investimenti per 1.500 miliardi di euro l’anno nel periodo 2031-2040. Le simulazioni mostrano che i ricavi delle aste Ets, pur essendo enormi, copriranno nel migliore dei casi solo il 3,3% di questa cifra.

In conclusione, la sfida di Bruxelles è enorme: dimostrare che il mercato della CO2 può trasformarsi da “tassa” a motore di investimenti, evitando che la transizione ecologica diventi il funerale dell’industria pesante europea. La palla passa ora al Parlamento europeo e al Consiglio per l’approvazione finale, attesa entro l’inizio del 2027.

“Il modo migliore per ridurre la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili è alimentare la nostra economia con elettricità pulita prodotta a livello nazionale – ha spiegato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen -. Oggi proponiamo di rendere l’Europa il primo continente al mondo alimentato elettricamente. Dalla riduzione dei prezzi dell’elettricità all’adattamento del nostro mercato del carbonio alle mutate realtà globali, questo è anche un piano di investimenti e indipendenza. Per mantenere la transizione verso un’energia pulita, alleggerire la pressione sulle nostre industrie e sostenere la decarbonizzazione. Diamo il via all’energia elettrica”.


“Il sistema di scambio di quote di emissione dell’Ue ha dimostrato che la fissazione di un prezzo al carbonio funziona. Ha ridotto le emissioni, rafforzato la sicurezza energetica in Europa e mobilitato investimenti in tutta la nostra economia. La proposta odierna di revisione dell’Ets unisce tre obiettivi principali: azione per il clima, competitività e indipendenza. Promuove l’azione per il clima rendendo l’Ets un vero motore di innovazione e investimenti”, ha concluso Wopke Hoekstra, membro della Commissione per il clima, le emissioni nette zero e la crescita pulita.


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