Domenica 19 inizia una stagione elettorale che culminerà con le legislative di settembre, ancora più importanti
Il capo dello stato Vila Nova prova la riconferma, sullo sfondo le conseguenze della crisi istituzionale del 2025
Un uomo fissa i resti di una roca, costruzione coloniche che sorgevano nei pressi delle piantagioni di cacao e caffè. (Credits: Alexis HUGUET / AFP)
São Tomé e Príncipe va al voto per le elezioni presidenziali domenica 19 luglio. È l’inizio di una stagione elettorale che culminerà con il voto locale e legislativo di fine settembre.
Nel sistema semi presidenziale che vige nelle isole gli aventi diritto eleggono direttamente anche il capo dello stato, ma il reale detentore del potere esecutivo è il capo del governo, che viene nominato da chi vince in Parlamento.
São Tomé e Príncipe è un arcipelago di una ventina di isole, tra cui due principali, situato nell’oceano Atlantico e più precisamente nel Golfo di Guinea, davanti le coste di Guinea-Equatoriale e Gabon.
Con i suoi 225mila abitanti e i suoi poco più di 1000 chilometri quadrati di estensione, l’arcipelago è uno dei paesi più piccoli e meno popolosi d’Africa. E anche tra i meno raccontati.
Un contesto poco noto
Lontano dai riflettori, il voto si svolge in realtà in una fase piuttosto cruciale: il piccolo stato insulare è da poco uscito da una serie crisi istituzionale mentre la sua posizione strategica lo colloca al centro delle mire di diversi attori regionali e internazionali, dall’Unione europea che rimane il primo partner economico di São Tomé al Brasile che punta a investire sulle potenzialità petrolifere offshore fino alla Russia, con cui le isole hanno firmato un accordo di cooperazione in materia di difesa nel 2024.
C’è poi la storia, a rendere questo arcipelago più che degno di interesse. Indipendente dal Portogallo dal 1975, il paese ha attraversato una fase di monopartitismo politico di stampo socialista come quasi tutte le ex colonie lusofone, per approdare poi al multipartitismo e alla democrazia all’inizio degli anni ‘90.
Da allora, questo nuovo sistema ha retto: nonostante alcune battute d’arresto, nelle isole si osserva da decenni una delle più rodate alternanze politiche del continente. Un’apertura politica ben diversa da quella che si è osservata in altri paesi passati al multipartitismo negli stessi anni, come a esempio l’Angola.
Una governance sostanzialmente democratica non è però riuscita a tradursi in sviluppo economico e benessere diffuso, con più della metà della popolazione che vive al di sotto della soglia nazionale di povertà.
Pesano i problemi di corruzione e l’inefficienza della classe politica, ma anche alcune zavorre geografiche e storiche: l’isolamento tipico delle isole e la necessità di importare circa il 90% del fabbisogno energetico, da un lato, e l’eredità di un sistema economico che durante il periodo coloniale era interamente basato sullo sfruttamento intensivo e schiavistico di caffè e cacao, con ben poche ricadute per la popolazione locale.
Cosa aspettarsi al seggio
È questo il contesto in cui va calato il voto che si terrà domenica e tutta la fase elettorale che vi seguirà. Gli elettori registrati nelle isole sono circa 143 mila e la campagna elettorale si è chiusa oggi 17 luglio. Qualora ce ne fosse bisogno, le presidenziali prevedono la possibilità di un ballottaggio, da disputarsi ad agosto.
I candidati ammessi dalla Corte costituzionale del paese sono quattro: il presidente in carica Carlos Vila Nova, che punta alla riconferma dopo essere stato eletto nel 2021 col 57% dei consensi, Nito d’Abreu, Miques João Bonfim ed Eugénio Tiny. Un quinto candidato, Jorge Bom Jesus, si è invece ritirato dalla corsa alla presidenza.
La maggior parte degli osservatori puntano lo sguardo su Vila Nova e d’Abreu. I due candidati fanno in realtà parte dello stesso partito, l’Azione democratica indipendente (ADI), ma concorreranno come rivali.
L’origine di questa stranezza va rintracciata nella crisi politica che ha travolto l’ADI e tutto il paese. Nel gennaio 2025 il capo dello stato ha infatti disposto la sostituzione del primo ministro Patricio Trovoada al culmine di mesi di tensioni.
All’origine della spaccatura ci sarebbe stata l’insofferenza del presidente per i continui viaggi all’estero e per gli sconfinamenti istituzionali del capo del governo, oltre che delle divergenze su alcune agende specifiche.
Se l’impasse istituzionale non fosse stato già abbastanza grave, a peggiorarlo è valso sicuramente il peso specifico di Trovoada, il primo ministro messo da parte.
Figlio del primo presidente del paese Miguel Trovoada e quattro volte premier dal 2008, il politico è ritenuto da molti il vero deus ex machina della politica delle isole.
D’Abreu rappresenta in definitiva il candidato dell’ala dell’ADI vicina a Trovoada.
Vila Nova invece, ha deciso di farsi sostenere direttamente dal Movimento per la liberazione di São Tomé e Príncipe (MLSTP), principale rivale politico dell’ADI nonché storica formazione politica che ha guidato il paese durante i 15 anni di monopartitismo.
Il ritiro di Bom Jesus, ex presidente del partito, va letto proprio nell’ottica di concentrare tutte le forze nel sostegno al presidente.
Si comprende allora, che al centro della disputa elettorale c’è la faglia tra il presidente e l’ormai ex premier, che è finita per ridare nuovo vigore all’MLSTP, privo di un presidente della repubblica da 15 anni. Una tensione cui l’onda d’urto si propagherà sicuramente fino alle legislative di settembre.
I temi centrali
Da qui a tre mesi, chiunque avrà la meglio alla guida del paese si troverà davanti gli stessi temi. Tra i problemi principali da affrontare ci sono la crisi del debito, la dipendenza energetica dall’esterno, quasi totale, e poi la corruzione, individuata come questione centrale da tutti i candidati.
Diverse le sfide: dal futuro sfruttamento dei giacimenti petroliferi che sono stati scoperti negli ultimi anni al rilancio del turismo, che da alcuni anni a questa parte sta investendo molto sulla riconversione in strutture ricettive delle rocas, grandi proprietà coloniali attorno a cui ruotava la coltivazione di cacao e caffè e lo sfruttamento degli schiavi.
C’è poi il posizionamento in politica internazionale. Una volta cessata la fase di orientamento socialista, la proiezione estera di Sao Tome è stata caratterizzata dalla massima apertura e dall’interlocuzione con gli attori più disparati.
Un clima politico globale sempre più polarizzato potrebbe forzare delle scelte più nette per i prossimi leader del paese.
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