Si avvia alla conclusione, davanti alla Corte d’Assise presieduta da Giuseppe Fazio, il processo a carico di Vincenzo Gerardi per l’omicidio dell’ex moglie Teresa Stabile, aprile 2025. Un delitto consumato con 16 coltellate nel cortile del condominio dove i due ormai vivevano separati, dopo la decisione della donna di interrompere il matrimonio.
Nonostante l’arresto in flagranza e la successiva confessione, lo scontro in aula tra accusa, parte civile e difesa ha toccato livelli di altissima tensione, emotiva prima ancora che giuridica.
L’affondo della parte civile: “Nessun pentimento, solo la banalità del male”
L’avvocato di parte civile Cesare Cicorella, affiancato dalla collega Manuela Scalia, ha aperto il suo intervento ponendo l’accento sul dramma insanabile dei figli della coppia e dei famigliari: «Quando il processo sarà finito, per loro non sarà finita: non potranno mai andare oltre. E ad aggravare tutto c’è il fatto che a generare questo orrore è la persona che era loro padre». Per Cicorella non ci sono alternative alla pena massima: l’imputato non può che essere punito con l’ergastolo, come richiesto nella requisitoria dal pm Ciro Caramore.
Richiamando i concetti filosofici di Hannah Arendt, il legale ha parlato esplicitamente di “banalità del male”, che si manifesta quando un individuo rifiuta di essere persona e rifiuta l’attitudine a pensare, ossia “la capacità di distinguere il bene dal male”. Cicorella ha poi espresso profonda amarezza per l’atteggiamento tenuto dall’imputato durante il dibattimento: «Quando si è alzato ci aspettavamo dichiarazioni segnate dal pentimento, dall’emozione. Ci aspettavamo chiedesse solo perdono. Che dicesse mi dispiace ai suoi figli. Non è stato così».
La parte civile ha inoltre censurato duramente la rete familiare dell’imputato, in particolare la sorella, ricordando i messaggi inquietanti scambiati prima del delitto (“Non ho più niente da perdere”, “Almeno così avranno un motivo per non cercarmi”). «Mi chiedo se una donna che sente dire certe cose a suo fratello non avrebbe dovuto chiamare Teresa, i suoi figli, sua madre. Invece non è stato così, c’è stata indifferenza», ha stigmatizzato l’avvocato.
Infine, Cicorella ha ricostruito con crudo realismo la violenza dell’aggressione, smontando le giustificazioni dell’imputato: «Lui la vede negli occhi, la osserva urlare e morire, sente il coltello affondare, il colpo inferto con potenza devastante. Sedici coltellate là dove è la vita, senza contare le ferite da difesa alle braccia».
La linea della difesa: il crollo d’impeto e l’atto d’accusa contro i testimoni
Di tutt’altro segno l’arringa dell’avvocato difensore Vito Di Graziano, che ha tentato una complessa e discussa operazione di ridefinizione delle responsabilità di Gerardi.
Ormai tramontata la pista del vizio di mente legato alla “gelosia patologica” – dopo che la perizia della dottoressa Stefania Zeroli ha dichiarato l’imputato perfettamente capace di intendere e di volere– la difesa ha cercato di scardinare l’aggravante della premeditazione sostenuta dal pn Ciro Caramore.
Secondo Di Graziano, Gerardi non aveva pianificato nulla: quel giorno si trovava in garage con un coltello (si è discusso anche della lunghezza della lama) e una corda solo per mettere mano a una bicicletta. Il legale ha descritto l’imputato come un uomo disperato, crollato dopo un ultimo tentativo di approccio pacifico legato alla firma della separazione.
Davanti all’ennesimo rifiuto di lei (che alle minacce di suicidio del marito avrebbe risposto con un tagliente “fallo”), il mondo di Gerardi sarebbe crollato, portandolo a colpire d’impeto per poi fuggire urlando “ho ammazzato mia moglie, ho fatto una minchiata”, frase ovviamente emersa a processo e qui ripresa come prova di un immediato pentimento.
Anche i messaggi inviati alla sorella e le lettere-testamento lasciate ai figli (in cui preannunciava l’omicidio-suicidio) sono stati riletti dalla difesa non come prove di un piano lucido, ma come drammatiche «richieste di aiuto» di un uomo che voleva farla finita.
L’avvocato Di Graziano ha poi sferrato un attacco frontale – inatteso – ai testimoni e ai familiari della vittima: «Tutti qui hanno mentito, hanno detto solo una parte di verità, forse una verità concordata. I familiari, gli amici, hanno tutti mentito. Tutti hanno detto che vivevano nella paura di Gerardi. Possibile che per anni tutte queste persone abbiano vissuto nel terrore senza mai tentare una reazione?».
Una tesi che ha toccato il culmine quando il difensore ha affermato che, per le presunte omissioni e i silenzi del contesto circostante, «qui sono tutti colpevoli come in un romanzo di Agatha Christie», provocando l’immediato sdegno (sempre silenzioso e dignitoso nelle forme, ma leggibile chiaramente) dei parenti di Teresa Stabile presenti in aula.
La difesa ha persino sollevato dubbi sulle cause effettive del decesso, ipotizzando un potenziale ritardo dei soccorsi piuttosto che la letalità delle sedici ferite inferte al torace della donna.
Verso il verdetto
Da un lato, la richiesta della massima pena per un femminicidio efferato e lucido; dall’altro, il tentativo di leggere il delitto come un raptus emotivo (il celebre e già contestato “cortocircuito”, evocato anche in questa udienza) all’interno di un contesto di presunta, generale indifferenza.
La parola passa ora definitivamente alla Corte d’Assise: la sentenza è attesa per venerdì 24 luglio, dopo le conclusioni della difesa e la eventuale – ma quasi certa – replica del Pm.
Una sentenza che riguarda solo Gerardi: per quanto si sia provato a spostare l’attenzione su presunte colpe collettive, è solo l’ex marito a dover rispondere dell’accusa di omicidio premeditato.
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