Terra scavata, tetti vegetali e alberi sacri per un centro comunitario in Senegal: i vincitori e le menzioni di Kaira Looro 2026


Martedì 14 luglio 2026 sono stati annunciati i vincitori di Kaira Looro Architecture Competition, il concorso internazionale di idee promosso da Balouo Salo, organizzazione umanitaria fondata nel 2014 con l’obiettivo di affrontare emergenze umanitarie e sostenere lo sviluppo delle popolazioni più vulnerabili. L’edizione 2026 ha riunito partecipanti provenienti da oltre 125 Paesi attorno al progetto di uno spazio per l’educazione, la formazione professionale, le assemblee e le attività culturali delle comunità rurali

Il primo premio va ad Afroditi Ioannidou e Vladimir Gligorovski, dalla Grecia, con una reinterpretazione collettiva della casa a impluvio della Casamance. Biblioteca, area studio, laboratorio e servizi seguono un arco semicircolare aperto verso un anfiteatro, mentre la grande copertura in bambù diventa il principale spazio pubblico del centro. Più alta in corrispondenza dell’ingresso e quasi a contatto con il terreno alle estremità, la doppia falda regola ventilazione, luce e riservatezza dei diversi ambienti.

Secondi classificati Marta Kuczynska e Jakub Czak, dalla Polonia, con uno spazio comune trasformabile grazie a grandi pannelli pivotanti intrecciati a mano. Erbe e foglie di palma vengono essiccate, tinte con pigmenti ricavati da piante, cortecce e minerali e lavorate dagli artigiani locali. Attorno al nucleo semiaperto, aule, laboratori e servizi si dispongono lungo un volume rettangolare servito da un percorso esterno coperto.

Il terzo premio è assegnato a Karol Eliana Cuellar Narváez, Jhuliana Giraldo, Juan Sebastian Piedrahita, Juan Santiago Uribe e Oscar Valencia, dalla Colombia. Il gruppo prende come riferimento i rifugi scavati dagli animali, capaci di conservare condizioni abitabili anche durante le temperature più elevate. Il centro affonda quindi parzialmente nel suolo e riutilizza la laterite estratta per costruire le pareti in tapia.

Terra, bambù, pietra, legno, fibre vegetali e materiali di recupero compongono sistemi pensati per essere realizzati senza macchinari pesanti, con un budget inferiore a 100.000 euro e attraverso processi di autocostruzione. La possibilità di procedere per fasi non risponde soltanto ai limiti economici: costruire con tecniche e competenze disponibili sul posto rende più semplice riparare, ampliare o modificare il centro negli anni successivi.

Il concorso prevedeva circa 1.000 metri quadrati tra spazi interni ed esterni, con aule, biblioteca, laboratori, aree per le assemblee, attività culturali e ricreative e iniziative a sostegno dell’imprenditoria locale. Le proposte premiate evitano una suddivisione rigida delle funzioni e privilegiano ambienti intermedi, pareti mobili e superfici coperte utilizzabili in modi diversi durante la giornata.

Il rapporto con le foreste sacre del Senegal meridionale ritorna nelle due menzioni d’onore. Alexandre Fidèle, da Mauritius, sviluppa strutture iperboloidi in bambù a partire dall’osservazione dei nidi degli uccelli presenti nei bois sacrés. Schizzi, modelli fisici e simulazioni digitali affinano geometria, proporzioni e connessioni, trasformando l’intuizione iniziale in un sistema di elementi ripetibili, con giunti leggibili e modalità di montaggio manuale. Ariane Baillargeon, dal Canada, studia invece il ruolo degli alberi nella cultura Jola e lo traduce in tre azioni: convergere, radicarsi e trovare rifugio. I padiglioni seguono i percorsi già presenti nella foresta, accolgono laboratori per la lavorazione del legno e offrono alla vegetazione una struttura da colonizzare, aumentando nel tempo l’ombra sugli spazi sottostanti.

Le proposte sono state valutate da una giuria presieduta da Kengo Kuma e composta da David Adjaye, Benedetta Tagliabue, Amanda Levete, Manuel Aires Mateus, Mario Cucinella, Giancarlo Mazzanti, Agostino Ghirardelli, Urko Sanchez, Raul Pantaleo, Saad El Kabbaj, Driss Kettani, Emmanuelle Moureaux e Mohamed Amine Siana.

Community Center in Casamance – A Shaded Landscape for All ©Afroditi Ioannidou, Vladimir Gligorovski

Kaira Looro 2026 | i vincitori

1° classificato | Community Center in Casamance – A Shaded Landscape for All

Afroditi Ioannidou, Vladimir Gligorovski [Grecia]

La proposta riprende la casa a impluvio della Casamance, tipologia tradizionale organizzata attorno a una corte dove si raccolgono l’acqua piovana, la luce e le attività quotidiane. Afroditi Ioannidou e Vladimir Gligorovski ne trasferiscono il principio alla scala collettiva, distribuendo il centro comunitario lungo un arco semicircolare, allungato e leggermente torsionato, aperto verso un anfiteatro esterno.

Ingresso coperto, biblioteca, area studio, spazio comunitario, laboratorio, deposito e servizi igienici seguono la curva e mantengono un affaccio diretto sulla corte. La ghiaia lateritica rende lo spazio centrale permeabile e adatto ad assemblee, feste, spettacoli e incontri pubblici. Durante gli eventi, panchine e sedute occupano anche le fasce coperte, trasformando l’intero impianto in una platea rivolta verso il centro.

A unificare il complesso è una grande copertura a doppia falda, che sale in corrispondenza dell’ingresso e del colmo e si abbassa progressivamente verso le estremità. Non funziona soltanto come riparo, ma come principale spazio pubblico del progetto: una superficie ombreggiata sempre accessibile, utilizzabile per studiare, incontrarsi o sostare anche quando non sono previste attività organizzate.

La struttura utilizza coppie di pilastri e travi in bambù, assemblate attraverso corde in polipropilene e rinforzi in filo zincato. Sopra l’orditura, uno strato di paglia protegge gli interni dal calore, mentre il rivestimento in lamiera garantisce la tenuta alle piogge. Lo sfalsamento tra i due lati della copertura lascia aperta una fascia lungo il colmo. L’aria calda sale e fuoriesce dall’alto, mentre quella più fresca entra dal basso; la luce naturale raggiunge gli spazi sottostanti senza esporli direttamente al sole.

Cinque volumi in terra battuta, strutturalmente indipendenti dal telaio in bambù, racchiudono biblioteca, area studio, laboratorio, deposito e servizi. La miscela di laterite, sabbia e piccoli aggregati viene compattata a strati in casseforme lignee, lasciando sulle superfici le striature orizzontali del processo costruttivo. Nello spessore delle pareti, aperture romboidali funzionano come piccoli moucharabieh: filtrano la luce, attivano la ventilazione trasversale e proteggono la riservatezza degli interni senza interrompere la vista verso l’esterno.

Porte, persiane e pannelli in bambù regolano l’uso degli ambienti. Una volta chiusi, definiscono stanze raccolte per lo studio e i laboratori; aprendosi completamente, eliminano le separazioni e riuniscono volumi in terra e spazi coperti in un unico padiglione per assemblee, feste e manifestazioni.

Infine, una grondaia nascosta nello spessore del volume dei servizi raccoglie le precipitazioni dalla copertura e le convoglia verso le postazioni per il lavaggio delle mani. L’acqua che raggiunge l’anfiteatro filtra invece attraverso la ghiaia lateritica, che agisce come bacino naturale di infiltrazione durante la stagione delle piogge.

©Afroditi Ioannidou, Vladimir Gligorovski

2° classificato | Community Center

Marta Kuczynska, Jakub Czak [Polonia]

Un rettangolo compatto, suddiviso in nuclei autonomi e affiancato da un percorso esterno coperto. Marta Kuczynska e Jakub Czak, designer e studenti di architettura, impostano una distribuzione lineare che consente a lezioni, laboratori, assemblee, eventi culturali e momenti di preghiera di svolgersi contemporaneamente senza interferenze.

Aule e biblioteca formano il settore educativo, previsto per programmi di alfabetizzazione, apprendimento e formazione professionale. Seguono una sala multifunzionale per incontri pubblici, attività culturali e campagne di sensibilizzazione, uno spazio per la preghiera e la riflessione, depositi, servizi e un laboratorio utilizzabile come unico ambiente o suddivisibile in tre stanze per attività artigianali e piccole iniziative imprenditoriali.

A servire le diverse funzioni è un portico-corridoio disposto lungo la facciata maggiore. La circolazione viene portata all’esterno del volume, liberando gli ambienti interni e permettendo accessi indipendenti. Il centro può così accogliere gruppi e programmi differenti durante l’intera giornata, senza subordinare il funzionamento di una parte dell’edificio alle attività in corso nelle altre.

Il fulcro della proposta è una grande area semiaperta, protetta dal sole e destinata agli incontri quotidiani, alle assemblee e alle celebrazioni. Le facciate laterali sono formate da pannelli pivotanti che, ruotando, trasformano lo spazio da padiglione aperto a sala più raccolta e riparata dalle piogge stagionali.

I pannelli sono intrecciati a mano con erbe naturali e foglie di palma, prima pulite ed essiccate al sole, poi tinte con pigmenti ottenuti da piante, cortecce e minerali. Motivi, texture e variazioni cromatiche rendono l’artigianato una parte attiva dell’involucro: gli stessi elementi che regolano ombra, ventilazione e riparo possono essere prodotti dagli artigiani locali attraverso tecniche tramandate nel tempo.

“La cosa più importante per noi è stata creare un’architettura semplice, ma soprattutto funzionale, che soddisfacesse le esigenze della comunità locale”, spiegano i progettisti. La ricerca ha dovuto conciliare la disponibilità dei materiali, il contenimento dei costi e condizioni climatiche con cui i due autori non si erano mai confrontati, cercando al tempo stesso un punto di contatto tra architettura contemporanea e patrimonio culturale senegalese.

Le pareti sono costruite con mattoni di terra cruda prodotti localmente e rifiniti con intonaco tradizionale. La massa termica rallenta il passaggio del calore verso gli interni, mentre i tratti in mattoni forati lasciano circolare l’aria e proiettano sulle superfici una luce filtrata.

Capriate leggere in bambù sostengono lamiere metalliche lisce, incurvate tra una struttura portante e l’altra. Il sistema richiede pochi componenti, ripara gli ambienti dal sole e dalle precipitazioni e mantiene aperti i passaggi necessari alla ventilazione naturale. L’inclinazione della copertura dirige inoltre l’acqua piovana verso le zone piantumate accanto all’ingresso e lungo il percorso esterno, irrigando la vegetazione durante la stagione umida.

Materiali, giunti e modalità di posa sono stati scelti anche in funzione dell’autocostruzione e di una possibile realizzazione per fasi. Il coinvolgimento degli abitanti non viene considerato soltanto un mezzo per ridurre i costi, ma parte del funzionamento del centro: lascia sul posto le competenze necessarie per eseguire manutenzioni, sostituire le parti danneggiate e adattare gli ambienti alle esigenze future.

©Marta Kuczynska, Jakub Czak

3° classificato | Invisible Architectures

Karol Eliana Cuellar Narváez, Jhuliana Giraldo, Juan Sebastian Piedrahita, Juan Santiago Uribe, Oscar Valencia [Colombia]

Un’architettura scavata nel terreno, che sfrutta la massa della terra come protezione termica e i vuoti come ingressi per la luce, l’aria e la vita collettiva. Il gruppo colombiano prende come riferimento i rifugi sotterranei presenti in natura, capaci di conservare condizioni abitabili anche durante le temperature più elevate.

L’impianto disegna una mezzaluna incisa nel suolo, composta da moduli accoppiati e separati da corti aperte. Questi vuoti portano luce e ventilazione trasversale negli ambienti interrati; i bordi terrazzati diventano superfici coltivabili, mentre lo scavo centrale forma un’agorà riparata dalle ondate di calore grazie alla massa del terreno circostante.

“Abbiamo cercato di integrare l’architettura nel paesaggio come una sua estensione, invece di imporla su di esso”, spiegano gli autori. Il titolo Invisible Architectures indica proprio questa riduzione della presenza fuori terra: l’edificio utilizza il suolo, l’ombra e la vegetazione come parti del proprio funzionamento ambientale.

Un grande albero occupa il centro dell’impianto e ordina lo spazio comunitario principale. Il laboratorio creativo e l’area studio-biblioteca si distribuiscono lungo un’estremità della mezzaluna; gli ambienti educativi e di servizio proseguono nell’altra, mentre corti, percorsi e superfici aperte estendono le attività verso il paesaggio produttivo.

La scelta riprende il ruolo degli alberi in molte comunità dell’Africa occidentale, dove l’ombra identifica il luogo delle assemblee, della trasmissione orale, della memoria e delle decisioni collettive

La mancanza di informazioni precise sul possibile sito di costruzione ha rappresentato, secondo il gruppo, una delle principali difficoltà del concorso. Il progetto è stato quindi pensato come un sistema capace di adattarsi a condizioni differenti senza perdere la propria struttura: una sequenza modulare, ampliabile e costruita con materiali e tecniche compatibili con il territorio.

La laterite estratta durante lo scavo viene riutilizzata per costruire le pareti in tapia, limitando il trasporto di materiale verso il cantiere. Nei tratti interrati, muri di contenimento in calcestruzzo assorbono le pressioni laterali del suolo e incorporano sistemi drenanti che allontanano l’acqua dalle fondazioni, proteggendo le murature in terra dall’umidità.

Un terzo sistema di chiusura, formato da pietrame trattenuto da una rete elettrosaldata, delimita i moduli predisposti per le espansioni future. Le pareti possono essere rimosse o riconfigurate senza modificare la struttura primaria, consentendo agli ambienti di crescere, contrarsi o cambiare distribuzione con l’evoluzione delle attività.

La copertura è una soletta in calcestruzzo alleggerita mediante pneumatici fuori uso, inseriti come vuoti permanenti nella cassaforma. Il riutilizzo riduce il volume del conglomerato e attribuisce una funzione costruttiva a un materiale difficile da smaltire. La superficie rimane esposta affinché la vegetazione possa occuparla gradualmente, confondendo nel tempo il profilo dell’edificio con il terreno circostante.

La soletta poggia su pilastri in bambù Guadua riempiti di calcestruzzo per aumentarne la resistenza a compressione. Lungo il perimetro, gruppi di quattro canne collegati da due elementi diagonali formano appoggi più robusti e sostengono gli aggetti che ombreggiano corti e percorsi.

Tra le pareti in terra e la copertura, pannelli in bambù locale ed elementi lignei completano l’involucro. Le dimensioni dei componenti vengono adeguate alle lunghezze effettivamente disponibili, riducendo tagli, sfridi e lavorazioni. Lucernari in policarbonato portano invece una luce zenitale diffusa negli ambienti parzialmente interrati.

©Karol Eliana Cuellar Narváez, Jhuliana Giraldo, Juan Sebastian Piedrahita, Juan Santiago Uribe, Oscar Valencia

Menzioni d’onore

#1 | Shelter, Assembly and Organic Growth

Alexandre Fidèle [Mauritius]

Una sequenza di ambienti circolari, ciascuno riconoscibile ma collegato agli altri da una copertura continua. Alexandre Fidèle, giovane mauriziano neolaureato in Architettura, sviluppa il centro comunitario come un insieme di elementi frammentati raccolti sotto un’unica struttura, evitando il volume compatto preferendo un edificio aperto, attraversabile e adattabile alle diverse attività.

L’origine del progetto è legata ai nidi degli uccelli presenti nei bois sacrés, le foreste sacre del Senegal meridionale. Fidèle non ne riproduce direttamente la forma, ma ne rielabora i principi costruttivi: protezione, adattamento alle condizioni ambientali, impiego efficiente delle risorse disponibili e continuità con il paesaggio.

“Volevo che il centro sembrasse un’estensione naturale del villaggio, non un edificio isolato”, spiega il progettista. La proposta deriva quindi dallo studio delle tecniche costruttive, del clima e delle consuetudini attraverso cui la comunità si incontra, impara e condivide le attività quotidiane.

A definire l’impianto è una serie di strutture iperboloidi in bambù. La loro geometria genera i moduli circolari della pianta, imprime un movimento ascendente alla copertura e mantiene gli spazi permeabili alla luce e all’aria. Il telaio resta visibile, mostrando elementi portanti, giunti, sostegni secondari e logica di montaggio.

Pareti inclinate e un basamento in terra battuta completano il sistema. La massa della terra contribuisce al comfort termico e offre un appoggio stabile alla struttura leggera in bambù. L’accostamento dei due materiali definisce sia il comportamento costruttivo sia il carattere degli ambienti.

La copertura utilizza scandole ricavate da bambù appiattito. Una superficie continua riunisce i diversi nuclei, offre ombra e riparo e regola il passaggio tra stanze, aree protette e spazi aperti senza chiudere completamente l’edificio. La struttura rimane leggibile anche negli ambienti più raccolti, attraversati dalla ventilazione e dalla luce naturale.

Il progetto deriva da un processo di progressivo controllo della forma. Schizzi, modelli fisici e studi digitali hanno corretto progressivamente geometria, proporzioni e connessioni, fino a convertire il gesto iniziale in un sistema costruibile. Componenti ripetibili e assemblaggi manuali rendono la complessità dell’impianto compatibile con un cantiere basato su risorse e competenze locali.

Per conoscere il contesto, Fidèle ha studiato le comunità rurali del Senegal meridionale e si è confrontato con studenti senegalesi dell’École Nationale Supérieure d’Architecture de Nantes, raccogliendo immagini e testimonianze sulle diverse regioni del Paese. Ha inoltre consultato le ricerche dell’architetto senegalese Patrick Dujarric. L’impossibilità di visitare il villaggio è rimasta il principale limite del processo, colmato attraverso lo studio delle pratiche abitative, dell’economia locale e delle tradizioni costruttive.

©Alexandre Fidèle

#2 | Roots of Memory

Ariane Baillargeon [Canada]

Tre padiglioni ai margini della foresta, attraversati dagli alberi esistenti e innestati sui sentieri sabbiosi del villaggio di Enampore. Ariane Baillargeon, studentessa al terzo anno del Bachelor in Architettura all’Université Laval, in Québec, imposta il centro comunitario a partire dal ruolo delle foreste sacre nella cultura Jola, dove gli alberi sono luoghi di incontro, custodi della memoria collettiva e riferimenti per la trasmissione delle conoscenze.

Il progetto non riproduce la forma dell’albero, ma ne traduce le funzioni in tre azioni: convergere, radicarsi e trovare rifugio. A ciascuna corrisponde un padiglione e un diverso modo di abitare la foresta.

Il Convergence Pavilion, collocato all’ingresso, costituisce il principale spazio collettivo. Riprende il ruolo del tradizionale albero delle assemblee e ospita riunioni, consigli comunitari, danze, celebrazioni e decisioni condivise. Visibile dai percorsi circostanti, segna l’accesso al centro e raccoglie i movimenti quotidiani provenienti dal villaggio.

Il Rootedness Pavilion si dispone attorno a un kapok, specie sacra associata nella cultura locale alla presenza degli spiriti e alla conservazione della memoria. Qui trovano spazio racconti, tradizioni e conoscenze legate alla foresta. Un laboratorio per la lavorazione del legno consente inoltre di tramandare tecniche artigianali e pratiche connesse all’uso responsabile delle risorse, compresi i rituali che precedono l’abbattimento di un albero.

Più interno alla vegetazione, il Refuge Pavilion accoglie attività educative e laboratori per la produzione di corde, strumenti musicali, oggetti intrecciati e carta ricavata da fibre vegetali. Gli spazi alternano aree per il lavoro collettivo e luoghi più raccolti per la lettura, con scaffalature, panche ricavate dai tronchi, amache e sedute sospese in fibre naturali.

Un piccolo caffè all’aperto si organizza attorno a un mango già presente, i cui frutti restano a disposizione dei bambini del villaggio. La biblioteca prosegue tra gli alberi: scaffali e arredi regolano i percorsi e individuano zone con diversi gradi di apertura, ombra e riservatezza. 

“Volevo progettare un’architettura che sostenesse la foresta, invece di imporsi su di essa”, spiega Baillargeon. La difficoltà principale è stata rendere il sistema sufficientemente discreto da lasciare alla vegetazione il ruolo dominante, senza perdere la riconoscibilità dei padiglioni e delle attività ospitate.

Una fitta orditura di travetti d’acciaio si estende sopra i percorsi esistenti e lascia aperture in corrispondenza degli alberi, che possono attraversare la struttura e continuare a crescere. Il tetto diventa anche un supporto per la vegetazione: con il tempo, rami e piante ne occupano progressivamente la superficie e aumentano l’ombra sugli ambienti sottostanti. 

Nei padiglioni della convergenza e del radicamento, gli elementi della copertura sono inclinati di 38 gradi per schermare il sole occidentale. Nel padiglione del rifugio, la vegetazione si estende invece sopra il tetto e accentua l’immersione degli spazi nella foresta.

Le pareti sono costruite con tronchi di palma morti recuperati localmente e sovrapposti secondo un sistema piece-on-piece. Limitate a circa due terzi dell’altezza complessiva, separano gli ambienti senza bloccare la ventilazione naturale e mantengono aperte le visuali verso il paesaggio.

Anche gli appoggi della copertura impiegano tronchi di alberi già morti, appartenenti a specie differenti presenti nella foresta. La scelta evita di intervenire sugli esemplari viventi considerati sacri e lega la disponibilità dei materiali alle credenze della comunità.

Pareti discontinue, aperture, vegetazione e schermature solari formano un involucro poroso, attraversato dalla luce e dall’aria. Il comfort dipende dall’ombra della foresta, dalla progressiva crescita delle piante sulla copertura e dalla riduzione delle superfici completamente chiuse. L’architettura resta così un supporto sul quale alberi, attività e percorsi possono continuare a svilupparsi.

©Ariane Baillargeon

Tutti i progetti vincitori e finalisti
[ kairalooro.com ]

pubblicato il:




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link