Ho visto “Odissea” di Nolan, ecco cosa ne penso


Sono andato a vedere l’Odissea di Christopher Nolan con almeno tre paia d’occhi. In ordine sparso: quelli del fan di Nolan; quelli dell’insegnante che sull’Odissea (di Omero) s’è fatto (e ha fatto agli alunni) una capa tanta; e aggiungo pure quelli di chi, da qualche anno, si dedica a tempo pieno a studiare la ricezione del mito, ossia come il patrimonio mitico dell’antichità sia giunto fino a noi mutando pelle come i serpenti e risorgendo dalle ceneri come le fenici. I miei occhi erano gulosi, come dice Dante nel Convivio: avevano un hype pazzesco, in altri termini, poiché l’Odissea è tra le poche cose certamente sacre al mondo, e al sacro ci si accosta con tremore. Devo dire che nessuno dei sei occhi se ne è andato via insoddisfatto: ma non nego una punta di amaro.

Nolan era destinato a incontrare Odisseo

Adesso seguono gli spoiler! Il che fa già ridere, perché chi non conosce la vicenda del re di Itaca? Così come era prevedibile a chi abbia mai visto un film di Nolan che il grande regista fosse destinato a incontrarsi con l’epopea di Odisseo: ha costruito una carriera su film narrativamente elaborati, un trionfo di analessi e prolessi (flashback e flashforward, se siete addicted to the Perfida Albione); ma chi non sa che è stato proprio Omero ad inventarseli, proprio con l’Odissea? Nolan, poi, ci aveva già sedotto con racconti di epici ritorni a casa (Inception, Interstellar, Dunkirk…): ma quale personaggio mitico rappresenta il motivo del nostos (viaggio di ritorno) quanto Odisseo? Eccetera. Ma, spoiler, dicevamo: sì, e non c’è da stupirsene.

Due, stucchevoli, li sanno tutti, e da mesi prima che uscisse il film: Nolan ha piazzato una nera (non così bella e probabilmente raccomandata) a fare Elena di Sparta, e un transessuale (Eliot Page, ex Ellen Page) a impersonare Sinone (si vociferava che avrebbe ricoperto il ruolo di Achille, eroe che invece Nolan stralcia; Sinone peraltro in Omero non compare, è invece protagonista di alcune pagine memorabili dell’Eneide).

Non giudicate il film da Elena e Sinone

Francamente, giudicare un appassionante film di tre ore, capolavoro della tecnica (andate a cercare che cosa significhi in termini pratici che l’Odissea di Nolan sia il primo film girato interamente in IMAX 70 mm), sulla base di queste due forzature (sicuro e triste dazio alle draconiane norme che regolano gli Oscar), è adottare un metro di giudizio assai parziale. Peraltro, Eliot è bravo com’era bravo quand’era Ellen; a farmi storcere il naso è piuttosto Lupita Nyong’o-Elena, specie dopo le sue sparate becere e ignoranti sul presunto sessismo di Omero, che non si meritano commento, oltre a quel famoso adagio di Wittgenstein, per cui su ciò che non si sa occorre tacere.

In una scena del film
Odisseo nella grotta di Polifemo in una scena di “Odissea”

Nolan può cambiare delle parti dell’Odissea? Certo che può

Ma venendo a noi, Nolan può cambiare colori (Elena) o aggiungere personaggi (Sinone)? Così come possiamo chiederci: può Nolan non far proclamare a Odisseo il famoso stratagemma («Io sono Nessuno»), farlo scappare dall’antro del Ciclope senza attaccarsi al vello del montone, stralciare lo straordinario incontro con Nausicaa e i Feaci (per ragioni narrative), rendere Odisseo un drogato di loto sul sabbione di Calipso (mentre in Omero, ben meno eroicamente che per i nostri standard, egli sa bene di avere una moglie che lo aspetta, mentre si fa la bella dea), spacciare come morale del mondo antico il “Tratta il prossimo tuo come vorresti essere trattato tu”?

Può eliminare Achille dalla memorabile catabasi e quelle parole agghiaccianti ed eterne («Preferirei essere uno schiavo tra i vivi, che sovrano tra i defunti»), o addirittura inventarsi un finale completamente diverso da quello di Omero (dove Odisseo finisce col parlare di alberi assieme al proprio padre Laerte, mentre qui se ne va per mare con Penelope in stile elfi di Tolkien, lasciando Telemaco a fare il re di Itaca)? Che vi devo dire? Sì, certo che può. Ha ogni ragione per farlo, purché la si chiami la “Odissea di Nolan”, e non ci si illuda, vedendo il film, come dice Carandini sul Foglio, di avere quindi capito Omero.

Quanti autori si sono impossessati di Odisseo prima di Nolan

D’altronde, lo diceva già Friedrich Schelling che «il mito è essenzialmente qualcosa che si muove». O vogliamo prendercela con Dante per quello che scrive nel XXVI canto dell’Inferno, per le Colonne d’Ercole, il folle volo e tutto il resto? Per non parlare delle altre centinaia e centinaia di penne che si sono impossessate di Odisseo e che gli hanno fatto fare quello che volevano. Né ci si può lamentare dei cenni di femminismo, pacifismo e quant’altro emerga da codesto film: «Una poesia, un romanzo o un dramma contraggono tutte le malattie dell’umanità», diceva Harold Bloom, e dunque è normale che un rifacimento odierno del mito risenta della sensibilità di oggi (che certo non è tutta malata). Purché, appunto, non lo si spacci per Omero, bensì per un lavoro liberamente ispirato a; cosa che Nolan dichiara, nei titoli di coda, senza fare il furbo.

Un classico o un film appassionante?

C’è, però, un però. Come scriveva Gadamer, «Quando chiamiamo qualcosa “classico” lo facciamo in base a una coscienza di permanenza, di indistruttibilità, in base al riconoscimento di un significato indipendente da ogni situazione temporale; classico è così una specie di presente fuori del tempo, che è contemporaneo a ogni presente». L’Odissea di Omero è dunque il classico dei classici, qualcosa per cui ci si sente uomini più saggi in virtù del tempo passato con essa (T.S. Eliot). Bisogna vedere se questa nuova Odissea del XXI secolo diventerà un classico, oppure resterà una nota nella straordinaria melodia cominciata duemilaottocento anni fa dalla cetra di un aedo cieco dell’isola di Chio (o di chi per lui).


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Di certo, resta un film appassionante, che a diverse persone intelligenti che conosco ha fatto nascere la curiosità di riprendere in mano il capolavoro di Omero, che probabilmente non toccavano da venti o trent’anni. Per quanto riguarda me, mi godo il nuovo ma mi sposo l’antico; su questo mi allineo (in linea di massima) a Italo Calvino, che diceva: «Ogni interpretazione impoverisce il mito e lo soffoca: coi miti non bisogna aver fretta; è meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio, ragionarci sopra senza uscire dal loro linguaggio di immagini. La lezione che possiamo trarre da un mito sta nella letteralità del racconto, non in ciò che vi aggiungiamo noi dal di fuori».

Matt Damon (Odisseo) e Zendaya (Atena) in una scena di Matt Damon (Odisseo) e Zendaya (Atena) in una scena di
Matt Damon (Odisseo) e Zendaya (Atena) in una scena di “Odissea”

Le vittime eccellenti di questo film? Gli dèi

E la mia amarezza di cui sopra? È presto detta. Qual è la vittima più eccellente che Nolan e il nostro tempo hanno mietuto dalle pagine di Omero? Gli dèi. Attenzione, perché senza dèi diventa più difficile parlare di epica: meglio parlare di romanzo. Non ci sono dèi, però rimangono streghe e mostri: allora viriamo in direzione dell’horror. Interessante, segno dei tempi. Così come era segno dei tempi (dei Greci) che non cadesse foglia senza volere divino, che si trattasse di un Poseidone infuriato o della Moira che sovrasta le stesse divinità. In Nolan c’è tanto uomo, forse troppo.

C’è una domanda sugli dèi, sul fatto che non si manifestino, ma rivolta a una proiezione mentale (Atena-Zendaya altri non è che la sacerdotessa di Atena che Odisseo vede morire a Troia, come si svela nel finale), e la cui unica risposta è di osservare la natura nel suo misterioso svolgersi, di rispettare gli stranieri dietro cui potrebbe celarsi un dio in incognito, oppure di considerare le sofferenze degli altri esseri umani.

Una scelta poco omerica di rendere Omero

Ma in Omero c’è di più, ben di più: dèi che dell’eroe errante «hanno pietà» (I, 19) il cui cuore «si spezza per lui» (I, 48), che di lui «non si dimenticano» (I, 65), che intercedono (Ermes presso Circe); e la lista potrebbe andare avanti. Certo, sono scostanti e volubili, generano mostri con un occhio solo e irretiscono i mortali, però sono una presenza tangibile, a volte troppo. Basti pensare che la pagina più bella dell’Odissea (o una delle più belle) è quella di Atena che, nel primo libro, convince Telemaco a farsi uomo, a trovare il coraggio, a partire per cercare il padre: tutte cose che nel film di Nolan il ragazzo decide da sé, senza bisogno dello sprone di nessun amico.

Non intendo esaltare i Greci, né stigmatizzare noi: mi limito a rilevare questa prevedibile, comprensibile e poco omerica scelta di rendere le cose di Omero. Attenzione, che la restrizione della sensibilità religiosa genera essa stessa una certa provincialità (T.S. Eliot). Certo, lottare per uscire dalla provincia è impresa per pochi. Ma, come diceva Aristotele, «più divento solitario, più amo i miti».


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Carlo Simone

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