Se c’è un attore che negli ultimi anni ha interpretato ruoli complessi e dalle forti personalità, questo è Fabrizio Gifuni. Ospite della 56^ edizione del Giffoni Film Festival e reduce dal successo – di critica e di pubblico – della serie Portobello, l’attore ha incontrato il pubblico e i giurati parlando della sua carriera e dei suoi desideri per il futuro.
Il desiderio di Fabrizio Gifuni
In questi anni le storie portate al successo sul piccolo e grande schermo, sono state per lo più drammatiche e tratte da storie di cronaca nera. Un duro lavoro che lo ha visto prepararsi per mesi interi e che lo costretto a mettere da parte un genere che, a detta sua, avrebbe voluto esplorare maggiormente: la commedia.
In conferenza stampa, Gifuni ha dichiarato: “Mi sarebbe piaciuto fare più commedia. Quando mi arriva un testo di questo genere, lo leggo sempre con molta attenzione. Io ci metto in tutto quello che faccio di mantenere la complessità dell’essere umano, fatto di momenti comici, drammatici e fragili”.
Ha continuato dicendo: “Gli anni della commedia all’italiana erano racconti altamente drammatici ma che con la commedia riuscivano a dare una zampata graffiante. Anche ne La meglio gioventù ho cercato di giocare con la commedia in alcune scene con Lo Cascio e Gioè e ci siamo divertiti come pazzi. Diciamo però, che sto aspettando un ruolo per la commedia”.
Intervista a Fabrizio Gifuni
Il tema del Giffoni sono “Le cose impossibili”, ti sei cimentato in personaggi che definirli complessi è un eufemismo. C’è stato uno tra tanti che ti ha fatto sorgere il dubbio che effettivamente si trattava di una storia impossibile. Sia da interpretare e sia nel modo di farla recepire dal pubblico adulto e da quello più giovane. Un esempio tra tanti, in Portobello, la storia di Enzo Tortora ai più giovani era sconosciuta e ai più grandi ha fatto riaprire una cicatrice umana e giudiziaria importante.
“Non ho ombra di dubbio: Enzo Tortora in Portobello. Un po’ per i motivi che dicevi tu e un po’ perché è stato un personaggio complesso, difficile da inquadrare e pieno di apparenti contraddizioni. All’epoca era il più popolare del mondo della televisione, con gli ascolti più alti rispetto agli altri tre moschettieri (Bongiorno, Corrado, Baudo). Ma lui non voleva essere simpatico come gli altri. Ho pensato al modo di condurre degli altri tre colleghi e loro sapevano come rendersi simpatici di mestiere. Basta pensare alle gaffe di Bongiorno, al tipo di romanità di Corrado e al modo indolente e intelligente di Baudo. Sapevano come andare incontro la pubblico”.
Le difficoltà nell’interpretare Enzo Tortora
Continuando a parlare del personaggio di Tortora, Gifuni ha affermato: “Lui voleva rimanere se stesso e come disse, quando accadde la sua tragedia: “In Italia si perdona qualsiasi cosa, i crimini più orrendi. L’unica cosa che non si perdona è l’antipatia”. “Questa era la prima cosa da risolvere. Perché parlando con Marco Bellocchio e gli sceneggiatori, dicevano che era impossibile fare un personaggio antipatico e respingente. Ma allo stesso tempo, non lo puoi snaturare e rendere Tortora un’altra persona”.
La vicenda giudiziaria del conduttore di Portobello
Il celebre conduttore televisivo, arrestato nel cuore della notte il 17 giugno 1983, venne accusato di associazione a delinquere di stampo camorristico e traffico di droga. Una notizia che all’epoca provocò un terremoto nel mondo della televisione e dell’opinione pubblica e un enorme danno d’immagine di Enzo Tortora.
Per prepararsi a questo ruolo, Fabrizio Gifuni ha dovuto approfondire la conoscenza di questo caso, affermando: “È stato molto difficile da sbrogliare. Tutti conoscevano il caso Tortora, ma superficialmente, considerandolo il caso più importante di errore giudiziario. Ma come si è prodotto questo errore? Se lo si studia a fondo, è un labirinto non così facile, perché non è possibile che siano impazziti tutti i giudizi”.
“Io devo dire che tendo sempre a autoflagellarmi in quello che faccio, rifarei tutto il film, pagando anche il regista per rifare scene già fatte. Però, devo dire che di questo lavoro sono molto soddisfatto, riuscendo a risolvere una serie di difficoltà che nel complesso, mi sembra di essere riuscito a sbrogliare in qualche modo.
C’è un autore che tu consiglieresti ai giovani da recuperare, magari nei momenti di maggiore difficoltà.
“È un consiglio difficile da seguire. Credo che, il cinema come il teatro, siano lo specchio di un’ epoca. Trovo impossibile separare due cose. Non riesco a superare quello che succede nel mondo e il cinema. Quando tra 50 anni si studierà il cinema di questa epoca, per forza verra fatto il parallelo con quello che sta succedendo”.
Il vero problema dei giovani secondo Fabrizio Gifuni
“Credo che c’è un problema di povertà di linguaggio e inviterei i giovani ad affrontarlo di petto. La lingua si è progressivamente impoverita anche per questioni tecniche, come i caratteri dei post nei social. Tutto assomiglia a tutto, mentre abbiamo una lingua italiana stupefacente”.
“Da Dante a Gadda, che io esorterei a leggere, come ‘Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana’ che è esilarante e ti fa venire le lacrime agli occhi. Io stesso quando ho letto il Pasticciaccio a vent’anni, ho detto, non posso leggere questo libro senza un vocabolario a portata di mano, perché in ogni pagina c’erano due o tre termini di cui non avevo mai sentito il suono e il significato nella vita. Però io non mi arrabbiavo con Gadda che scriveva in maniera così difficile. Ho cercato di capovolgere il problema e mi sono detto perché io non conosco queste parole”.
La passione di Fabrizio Gifuni per Carlo Emilio Gadda
Continuando il discorso su Gadda, che lui stesso ha portato a teatro, ha affermato: “La lettura di Gadda che è una mia passione che ho portato a teatro è stata una sfida linguistica. Affronti una montagna altissima ma quando sei riuscito a conquistarla, il bagaglio che ti porti appresso è enorme”.
“Per dirla come Nanni Moretti: “Chi parla male, pensa male e vive male”, ed è verissimo. Questo perché se sei consapevole è una frustrazione continua perché non hai le parole per dire quello che hai in testa. Se non ne sei consapevole è un disastro, perché pensi che la lingua e il pensiero siano quelli. Metti insieme una serie di banalità, pensando di aver detto delle cose serie in un post, convinto di averle cantate, ma senza renderti conto degli errori grammaticali e di aver cantato la tua marcia funebre”.
E ha concluso consigliando: “Se invece, dovessi scegliere qualcuno di più semplice da un punto di vista linguistico, direi Sciascia e Calvino, che brillano di intelligenza”.
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Leila Cimarelli
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