Intervista a Angelo Orazio Pregoni artista del Padiglione Tanzania alla Biennale 2026


Van Gogh incontra Julius Nyerere. Mozart dialoga con protagonisti della storia suahili. E il profumo diventa un archivio invisibile di memoria culturale. Nel progetto presentato da Angelo Orazio Pregoni (Genova, 1970), profumiere, scrittore e artista italiano, Ujamaa Express, per il Padiglione Tanzania alla Biennale Arte 2026, nulla è costruito per lo shock immediato e nulla sembra pensato per consumarsi nel tempo rapido della Biennale. Al contrario, tutto sembra chiedere tempo: per osservare, collegare, riconoscere ciò che normalmente rimane ai margini dello sguardo occidentale.
Attraverso una serie di dipinti materici e una ricerca parallela sul profumo come linguaggio artistico, Pregoni costruisce un lavoro che riflette sul rapporto tra identità culturale, memoria e rappresentazione, evitando tanto l’esotismo quanto la provocazione fine a sé stessa. Lo abbiamo intervistato.

Alessandro Orazio Pregoni al Padiglione della Tanzania con il progetto Ujamaa Express, O’TOTEMAN PERFUME, per la mostra Minor Frequencies: The Inner Life Of A Nation. Padiglione Tanzania – 61° Biennale Arte di Venezia, Gervasuti Foundation / Supernova

Intervista all’artista sinestesico Angelo Orazio Pregoni, autore di un progetto per il Padiglione Tanzania alla Biennale 2026

Nel tuo progetto per il Padiglione Tanzania convivono figure iconiche della cultura occidentale e protagonisti della storia tanzaniana. Da dove nasce questa idea?
Nasce dal desiderio di creare connessioni “non da catalogo” e corto circuiti cognitivi. Mi interessava prendere personaggi che per noi occidentali sono quasi consumati visivamente, come Van Gogh, Mozart o Maria Callas, e farli collidere con figure fondamentali della cultura swahili e della storia della Tanzania che invece in Europa conosciamo pochissimo. Quando qualcuno vede il dipinto con Van Gogh probabilmente lo riconosce subito, ma poi si chiede chi sia l’altro personaggio. E allora scopre Julius Nyerere, scopre la storia dell’indipendenza della Tanzania, scopre una visione politica e culturale completamente diversa dalla nostra. Mi interessava aprire quello spazio per scardinare la pigrizia intellettuale del visitatore occidentale, costringendolo a subire il peso della propria ignoranza storica, ma anche a meravigliarsi di mondi nuovi e straordinari.

Guardando questi lavori si ha la sensazione che la pittura venga prima ancora dell’immagine. È così?
La pittura per me è la parte più emotivamente difficile del lavoro. Quando dipingo ho bisogno di creare un rapporto fisico con la tela, con i pigmenti, con il tempo stesso del dipingere.
Le opere partono sempre da un’idea molto precisa di composizione. Poi però succede qualcosa mentre dipingo. A un certo punto il quadro smette di obbedire completamente a quello che avevo previsto e mi costringe a seguirlo verso il caos: il dipinto ha una propria vita, quando è terminato non mi appartiene più.

Accanto ai dipinti hai presentato anche una serie di profumi. Perché introdurre l’olfatto all’interno del progetto?
Perché il profumo lavora sulla memoria in maniera potentissima e rappresenta una forma artistica ancestrale e molto intima. Mi interessava creare un linguaggio simbiotico con la pittura, un attacco sensoriale per ridurre ogni distanza asettica coinvolgendo il pubblico. Non volevo però realizzare semplicemente profumi d’atmosfera o di consumo. Per elaborare gli O’toteman perfume, ho concentrato la ricerca sulla dimensione plastica e apotropaica dell’oggetto profumo, cercando l’equilibrio nell’architettura in stampa 3D tra elementi pop, kitsch colto e dimensione quasi rituale. Persino le fragranze scorrono tra note inusuali, riferimenti fruttati e resinosi, note fiorite ibridate con molecole dell’industria profumiera di massa, e collisioni olfattive terrose, primordiali quasi stallatiche. Infine, i diffusori sono concepiti come sculture d’uso, privati di qualsiasi automatismo tecnologico. Mi interessava che tutto mantenesse una presenza umana, imperfetta, artigianale.

Nel progetto emerge anche una riflessione politica. Hai mai avuto il timore che potesse essere interpretato come una forma di appropriazione culturale?
Sì, ed è stata probabilmente la mia prima preoccupazione. Per questo ho scelto di non fingere mai di essere altro rispetto a quello che sono. Io resto un artista europeo, che espone all’interno del Padiglione della Tanzania, in un contesto collettivo internazionale. Uso la pittura a olio, utilizzo strumenti che appartengono alla mia cultura: ho imparato a gestire le nevrosi e le tradizioni di una formazione occidentale, non cerco la mimesi o l’imitazione della cultura swahili, ma una frizione frontale con essa, un dialogo rispettoso mantenendo visibile le differenze.

Che differenza c’è tra inclusione e omologazione?
In effetti oggi c’è la tendenza a confonderle. La fratellanza (Ujamaa) non è un compromesso che cancella le differenze, ma una coesistenza di simmetrie, dove l’arricchimento nasce proprio dall’impossibilità di assimilare l’altro… Significa arricchirsi attraverso le differenze. Sono molto riconoscente alle curatrici, Lorna Benedict Mashiba e Martina Cavallarin, di avermi dato questa autonomia artistica,

Guardando la Biennale hai parlato anche di una certa “provocazione automatica” nell’arte contemporanea. Cosa intendi?
Molte opere oggi sembrano costruite per generare attenzione immediata. La provocazione diventa quasi un meccanismo automatico di visibilità. Non sono contrario alla provocazione in sé. Anzi, provengo anche da sensibilità molto vicine a certe esperienze radicali. Però mi accade spesso di vedere lavori che producono shock senza produrre pensiero. Durante la Biennale ho sentito il bisogno opposto: abbassare la voce. Cercare una dimensione più umana, più lenta, meno aggressiva.

Nel corso della conversazione hai riflettuto anche sull’intelligenza artificiale. Qual è il tuo rapporto con questi strumenti?
Non sono contrario all’IA. Penso che potrebbe diventare una forma di emancipazione, se utilizzata correttamente. Il problema nasce quando smettiamo di sviluppare il nostro pensiero. L’IA può dare risposte velocissime, ma non possiede sensibilità, memoria corporea, esperienza fisica del mondo. Quello che mi interessa difendere è la complessità dell’essere umano. L’opinione personale, la sensibilità individuale, perfino il dubbio. Sono ancora questi gli elementi che rendono l’arte qualcosa di vivo.

E la pittura, oggi, può ancora avere questa forza?
Assolutamente sì. Davanti a un dipinto ogni persona può vedere qualcosa che nemmeno l’artista aveva previsto. La pittura non produce mai un significato unico. È un linguaggio aperto, poliedrico. Per questo continuo a considerarla una forma artistica estremamente autorevole. È molto simile alla poesia. Prende qualcosa di emotivo, irrazionale, invisibile, e lo trasforma in immagine. La pittura continua a interessarmi perché non semplifica il mondo… Lo rende più difficile da ignorare.

Antonino La Vela

Venezia // fino al 22 novembre 2026
Minor Frequencies: The Inner Life Of A Nation. Padiglione Tanzania – 61° Biennale Arte di Venezia
GERVASUTI FOUNDATION / Supernova, Cannaregio 3218/A
Scopri di più

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Antonino La Vela

Source link