perché Pechino cerca una sponda nell’Ue



Xi Jinping ha chiesto alla Slovacchia di contribuire a ridurre le tensionitra Cina e Unione europea. Il presidente cinese lo ha detto martedì 28 luglio a Pechino, durante l’incontro con il capo dello Stato slovacco Peter Pellegrini, arrivato nella capitale per una visita di Stato di tre giorni.

Secondo quanto riferito dall’agenzia ufficiale Xinhua, Xi auspica che Bratislava svolga un ruolo “costruttivo” nello sviluppo delle relazioni tra Pechino e Bruxelles. Il leader cinese ha invitato le parti a gestire divergenze e conflitti attraverso consultazioni su un piano di parità, cercando punti di convergenza pur mantenendo le rispettive differenze.

La Cina chiede così a uno Stato membro di favorire una linea europea più aperta al confronto, mentre Bruxelles rafforza gli strumenti di difesa commerciale e di controllo sugli investimenti, denuncia gli squilibri nell’accesso ai mercati e tenta di ridurre le dipendenze strategiche da Pechino.

La scelta della Slovacchia non è casuale. Bratislava considera gli investimenti cinesi una possibile leva per accompagnare la trasformazione di un’economia fortemente dipendente dall’industria automobilistica e, negli ultimi anni, ha assunto posizioni meno rigide rispetto a quelle sostenute dalla Commissione europea.

La visita di Pellegrini è la quinta compiuta da un presidente slovacco in Cina dalla nascita della Repubblica slovacca e la prima dopo sedici anni. Il programma comprende incontri con il primo ministro Li Qiang e con il presidente dell’Assemblea nazionale del popolo Zhao Leji, oltre a visite alla società tecnologica Baidu e al Robot Mall di Pechino, dedicato alla commercializzazione dei robot umanoidi.

Dalla visita di Fico al voto sui dazi

Il rapporto tra Bratislava e Pechino è accelerato con il ritorno al governo di Robert Fico. Nel novembre 2024 il premier slovacco guidò in Cina la più grande missione imprenditoriale organizzata dal Paese sul mercato cinese, accompagnato da ministri, funzionari e rappresentanti di decine di aziende.

In quell’occasione i due governi elevarono le relazioni al livello di partenariato strategico e sottoscrissero intese nei settori dell’energia e delle infrastrutture, dei trasporti, della logistica, dell’agricoltura e del turismo.

La missione di Pellegrini dà continuità a quella scelta e amplia il raggio della cooperazione alle tecnologie considerate decisive per la prossima fase industriale: energia pulita, economia digitale, robotica e intelligenza artificiale. Sono gli stessi comparti nei quali l’Unione europea teme che la capacità produttiva cinese e il sostegno pubblico alle imprese possano mettere sotto pressione i concorrenti continentali.

Dal 2019 l’Unione europea adotta nei confronti della Cina un approccio articolato: Pechino è considerata al tempo stesso un partner, un concorrente economico e un rivale sistemico. La definizione è stata ribadita dal Consiglio europeo nel giugno 2023.

La relazione economica resta però profondamente squilibrata. Nel 2025 le esportazioni europee di beni verso la Cina si sono fermate a 199,6 miliardi di euro, mentre le importazioni hanno raggiunto 559,4 miliardi. Il deficit commerciale dell’Ue è così arrivato a 359,8 miliardi. Macchinari e veicoli costituiscono una parte rilevante degli scambi tra le due economie.

Il 29 giugno 2026 la Commissione europea e il ministero del Commercio cinese hanno inaugurato a Bruxelles un nuovo meccanismo di consultazione su commercio e investimenti. Il tavolo è stato creato per affrontare in modo strutturato accesso al mercato, controlli sulle esportazioni, proprietà intellettuale, sovraccapacità produttiva e altre fonti di attrito.

Il voto dell’ottobre 2024 sui dazi compensativi alle auto elettriche prodotte in Cina mostra dove la convergenza tra Bratislava e Pechino può tradursi in una posizione politica concreta. La Slovacchia fu uno dei cinque Paesi contrari, insieme a Germania, Ungheria, Malta e Slovenia. Dieci Stati votarono a favore e dodici si astennero.

La misura venne comunque adottata e resta in vigore per cinque anni, con aliquote differenziate per produttore. Bratislava non riuscì a fermarla, ma rese evidente la propria posizione: la difesa dell’industria europea non dovrebbe innescare una guerra commerciale capace di colpire le stesse catene produttive automobilistiche che l’Unione intende proteggere.

Auto, batterie e fabbriche: il vero terreno dell’intesa

La prudenza slovacca nasce dalla struttura della sua economia. Nel 2024 il Paese ha prodotto circa 993 mila automobili ed è rimasto il primo al mondo per veicoli costruiti in rapporto alla popolazione, con 182 unità ogni mille abitanti. Volkswagen, Stellantis, Kia e Jaguar Land Rover hanno stabilimenti sul territorio; il nuovo impianto Volvo vicino a Košice rafforzerà ulteriormente il settore. Questa specializzazione è una forza, ma anche una vulnerabilità. L’industria slovacca dipende dalla domanda estera, dalle decisioni dei grandi gruppi multinazionali e dalla capacità di passare rapidamente dal motore termico all’elettrico. Un conflitto commerciale tra Ue e Cina potrebbe colpire le esportazioni, la disponibilità di componenti e gli investimenti necessari alla riconversione.

Il progetto simbolo è la gigafactory di Šurany, sviluppata dalla joint venture tra la cinese Gotion High-Tech e la slovacca InoBat. Il progetto prevede un investimento complessivo di 1,2 miliardi di euro. La prima fase avrà una capacità annua di 20 gigawattora, con la possibilità di raggiungere successivamente i 40 gigawattora.

Per Bratislava significa portare nel Paese un anello della catena del valore ancora dominata dall’Asia: la produzione delle celle, non soltanto l’assemblaggio finale delle automobili. L’avvio della piena produzione è previsto nel 2027.

Anche il nuovo impianto Volvo nell’area di Košice mostra quanto siano sfumati i confini tra capitale europeo e cinese. Volvo Cars è controllata a maggioranza dalla cinese Geely Holding e la fabbrica slovacca, sostenuta da 267 milioni di euro di aiuti pubblici autorizzati dalla Commissione europea, è progettata per produrre fino a 250 mila veicoli elettrici all’anno. L’investimento complessivo è di circa 1,2 miliardi di euro. Dopo il rinvio rispetto al calendario originario, l’avvio della produzione su larga scala è previsto all’inizio del 2027.

Per Pechino, investire in Slovacchia offre diversi vantaggi. Permette alle imprese cinesi di produrre all’interno del mercato unico, avvicinarsi ai clienti europei, inserirsi in una filiera automobilistica già matura e ridurre l’esposizione ai dazi applicati ai veicoli importati direttamente dalla Cina.

Per Bratislava, il capitale cinese può sostenere occupazione, modernizzazione industriale e accesso a competenze tecnologiche difficili da sviluppare rapidamente su scala nazionale. Il rapporto, tuttavia, presenta anche rischi.

Il primo riguarda le dipendenze strategiche. La transizione dall’auto termica a quella elettrica non aumenta automaticamente la sicurezza economica se batterie, materiali, software e tecnologie essenziali restano concentrati nelle mani di pochi fornitori esteri.

Il secondo nodo riguarda gli aiuti pubblici e la concorrenza. L’Ue vuole attrarre fabbriche e capitali, ma teme che imprese beneficiarie di sovvenzioni nei Paesi d’origine possano trasferire nel mercato europeo vantaggi difficilmente replicabili dai concorrenti continentali. L’indagine europea sulle auto elettriche cinesi ha concluso che la filiera produttiva beneficia di sovvenzioni giudicate sleali e dannose per i produttori dell’Unione.

La terza questione riguarda dati, software e sicurezza, soprattutto nei comparti dell’intelligenza artificiale, della mobilità connessa e della robotica.

Il programma di Pellegrini comprende visite a Baidu, uno dei principali gruppi tecnologici cinesi, e al Robot Mall di Pechino, dedicato alla commercializzazione dei robot umanoidi.

La Slovacchia vuole presentarsi come piattaforma industriale per la nuova economia tecnologica. Pechino, da parte sua, propone di separare la cooperazione economica dalle tensioni geopolitiche e dai timori europei sulla sicurezza.

Quanto può pesare Bratislava nell’Ue

La capacità slovacca di cambiare da sola la politica europea resta limitata. Nelle decisioni ordinarie del Consiglio dell’Ue serve generalmente una maggioranza qualificata: almeno 15 Stati membri, pari al 55% del totale, che rappresentino almeno il 65% della popolazione europea.

Una minoranza di blocco deve comprendere almeno quattro Paesi. La Slovacchia non può quindi fermare autonomamente una decisione e, anche alleandosi con pochi governi di dimensioni simili, difficilmente raggiungerebbe la soglia demografica necessaria.

Il suo peso cresce quando le decisioni richiedono l’unanimità, come accade in gran parte della politica estera e di sicurezza comune. Aumenta anche nei vertici europei, dove le conclusioni vengono normalmente concordate per consenso. In questi spazi un governo può rallentare un testo, attenuarne il linguaggio o collegare il proprio assenso ad altri dossier.

Pechino sembra puntare proprio sulla formazione di una rete, più che sull’influenza di un singolo Paese. I governi di Robert Fico e Viktor Orbán condividono l’interesse ad attrarre investimenti industriali cinesi e una maggiore diffidenza verso l’uso delle restrizioni commerciali come strumento geopolitico.

Non formano però un blocco europeo stabile. Nel voto sui dazi alle auto elettriche, per esempio, la Germania si oppose soprattutto per le preoccupazioni dei propri costruttori, mentre Polonia e Bulgaria sostennero la misura e Repubblica Ceca, Austria, Croazia e Romania si astennero. Le coalizioni cambiano quindi in base agli interessi industriali coinvolti, più che a un allineamento politico permanente.

La Cina deve inoltre fare i conti con una diffidenza europea cresciuta negli ultimi anni. Bruxelles ha rafforzato gli strumenti di controllo sugli investimenti esteri e sulle sovvenzioni provenienti da Paesi terzi. Il nuovo quadro amplia la sorveglianza sulle tecnologie critiche, sulle materie prime, sull’energia, sui trasporti e sugli investimenti indiretti.

Le imprese europee denunciano ostacoli all’accesso al mercato cinese, regole poco trasparenti, pressioni sul trasferimento tecnologico e un uso sempre più ampio della sicurezza nazionale come criterio economico. Pechino respinge queste accuse e considera molte iniziative europee una forma di protezionismo.

La visita di Pellegrini non annuncia quindi un riallineamento della Slovacchia fuori dall’Unione. Bratislava continua a dipendere dal mercato unico, dai fondi europei e dalle catene produttive continentali molto più di quanto dipenda dalla Cina. La sua scelta è piuttosto quella di ampliare il proprio margine di manovra: restare nel nucleo economico europeo e, nello stesso tempo, proporsi come interlocutore privilegiato di Pechino.

È su questo equilibrio che punta Xi Jinping. La Slovacchia non può modificare da sola la politica europea verso la Cina, ma può contribuire a costruire coalizioni variabili, rallentare le decisioni più controverse e mostrare quanto sia difficile applicare una strategia comune quando investimenti, fabbriche e posti di lavoro sono distribuiti in modo diseguale tra gli Stati membri.


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