Sto partendo con mia moglie e mio figlio per la Grecia. Una mia amica, con la sorella e il nipote, parte per la Scozia. Temperatura media stimata per la prossima settimana: Atene 30 °C, Edimburgo 15 °C. Nella nostra valigia ci sono costumi, sandali e cappelli per proteggerci dal sole. Nella loro impermeabili, maglioni e scarpe adatte al fango. Fino a qualche anno fa sarebbero sembrate soltanto due vacanze diverse. Oggi sembrano due ipotesi sul futuro dell’estate europea. Non so se sarà davvero l’ultima volta che andrò in Grecia in agosto. Spero di no. Ma è la prima volta che parto domandandomelo.
Per fortuna ho fatto una piccola scorta di fresco: tre giorni intorno ai tremila metri nel Parco nazionale dello Stelvio. Al mattino uscivo dal rifugio con pochi gradi sopra lo zero. Indossavo la giacca, attraversavo nevai, guardavo ciò che resta dei ghiacciai. Ora scendo verso il Mediterraneo come si entra in un’altra stagione.
Qualche settimana fa un collega è andato alle Eolie con la famiglia. Ama camminare e voleva salire sulla cima di un vulcano. Il vulcano non eruttava. L’aria sì. Il caldo era tanto forte che ha dovuto rinunciare e tornare in fretta verso il mare. Si è tuffato cercando sollievo e ha scoperto che anche il mare aveva la febbre. I miei due nipoti vivono nella Bassa Padana. Lo scorso fine settimana sono saliti a trovare la nonna in alta Val Brembana, dalle parti di Averara. Dovevano restare due giorni. Ne sono rimasti cinque. Il torrente Mora, con l’acqua, le pietre e le pozze nelle quali giocare, non era più soltanto un divertimento. Era diventato una ragione per restare. Tre giorni in più, non per vedere qualcosa, ma per continuare a sentire fresco.
Scozia. Grecia. Eolie. Alpi. Non sono quattro storie sul caldo. Sono quattro spostamenti nella nuova geografia dell’estate. Il clima pesa sempre più nell’algoritmo del viaggio. Sta diventando uno dei suoi organizzatori. Decide dove andiamo, quando partiamo e quanto restiamo. La vacanza sta diventando la ricerca di un clima temporaneamente abitabile. Non è ancora una fuga dal Mediterraneo. Grecia, Italia e Spagna continueranno ad attirare milioni di persone. Ma potrebbe cambiare il calendario: il Sud verso maggio, giugno, settembre e ottobre; il Nord e la montagna sempre più desiderabili in luglio e agosto.
Non è soltanto un’impressione. Secondo la European Travel Commission, il 76 per cento degli europei afferma che il clima influenza il proprio comportamento di viaggio. Il 16 per cento cerca già destinazioni con temperature più miti; un altro 15 per cento evita i luoghi esposti al caldo estremo o controlla le previsioni prima di prenotare.
Mentre noi cambiamo destinazione, anche il territorio dal quale partiamo cambia forma. Come mostrato dal drone di VareseNews, in cinque settimane il Lago Maggiore ha perso più di un metro. Il suo riempimento utile è sceso al 6 per cento. Quel metro vale oltre 200 milioni di metri cubi d’acqua. Le barche sono in secca, il Golfo della Quassa è diventato un anfiteatro di sassi e, in alcuni punti, per raggiungere l’acqua bisogna camminare su quella che fino a poco tempo fa era il fondo del lago.
Il caldo cambia anche il lavoro. Nelle stalle lombarde funzionano ventilatori e doccette refrigeranti. Gli abbeveratoi vengono sorvegliati continuamente. Una mucca può arrivare a bere 140 litri d’acqua al giorno. Anche gli animali hanno ormai bisogno di una piccola zona climatica artificiale.
Noi facciamo lo stesso. Chi può va verso nord. Chi può sale di quota. Chi può cambia mese. “Parlando di clima, chi è furbo adesso compra in montagna”, dice mia sorella Paola. Gli altri accendono il condizionatore. Secondo i dati di Terna, il 15 luglio, tra le tre e le quattro del pomeriggio, la domanda italiana di elettricità ha raggiunto 58 mila megawatt: il punto più alto del 2026, il 5 per cento in più rispetto al picco dell’anno precedente. Il caldo chiede energia per difenderci dal caldo. Il condizionatore non è più un lusso. Per un anziano, un bambino o una persona fragile può essere una protezione indispensabile.
Anche il viaggio contiene la stessa contraddizione. Per cercare il fresco prendiamo un aereo. Per produrlo nelle nostre case accendiamo una macchina. Non è soltanto incoerenza individuale. È la trappola collettiva dentro la quale abbiamo costruito il nostro benessere.
E non tutti possono permettersi di uscirne. La Scozia costa. La montagna richiede tempo, salute e possibilità di muoversi. Anche tenere acceso un condizionatore ha un prezzo. Chi non può partire, cambiare stagione o comprare il fresco rimane nella pianura surriscaldata, cercando un albero, una fontana, un centro commerciale, raramente una biblioteca refrigerata o una panchina all’ombra.
È qui che una storia sulle vacanze diventa una storia sulla società. Il Novecento ha democratizzato il sole. Le ferie pagate, l’automobile, i treni e il turismo di massa hanno permesso a milioni di europei di scendere verso il Mediterraneo. Ciò che era stato privilegio di pochi è diventato un desiderio collettivo. Il nostro secolo potrebbe produrre il movimento contrario. Per un secolo abbiamo viaggiato verso sud per conquistare il sole. Ora qualcuno parte verso nord. Qualcuno sale a tremila metri. Qualcuno rimane tre giorni in più perché ha trovato un torrente nel quale il corpo può ancora stare bene. Il Novecento ha trasformato il sole in un bene di massa. Il nostro secolo rischia di trasformare il fresco in un privilegio.
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