Riflessioni sulla prima via ferrata siciliana
di Montagna sud
(pubblicato su montagnasud.it il 9 luglio 2026)
Il 27 giugno 2026 è stata inaugurata ad Alcara Li Fusi, sui Monti Nebrodi, la prima via ferrata della Sicilia. Per chi non lo sapesse, una via ferrata è un insieme di strutture realizzate su una parete rocciosa (cavi metallici, maniglie, staffe, ecc.) per consentire la salita a chi non sa arrampicare. La via in questione è stata costruita nella zona delle Rocche del Crasto.
I promotori dell’evento hanno parlato di “un momento unico nel mondo delle attività outdoor nella nostra isola” e di “uno dei progetti di valorizzazione territoriale più ambiziosi degli ultimi anni”.
Che si tratti di una cosa unica non si discute, perché non ci sono altre vie ferrate in Sicilia. Anche il progetto è abbastanza ambizioso, almeno nelle intenzioni dei promotori, secondo i quali “una via ferrata non porta beneficio soltanto agli appassionati della montagna. Muove un intero sistema economico”.
Magari non sarà proprio così, però sicuramente il nuovo percorso interesserà a molte persone, perché le esperienze “adrenaliniche” ormai vanno di moda (zipline, altalene giganti, ecc.). Per questo è importante parlarne.
Stando ai promotori, il percorso sulle Rocche del Crasto è stato realizzato “seguendo criteri di minimo impatto ambientale. Ogni elemento installato è stato pensato per inserirsi armonicamente nelle pareti. Nessuna alterazione del paesaggio. Nessuna trasformazione forzata. Solo opere strettamente necessarie. La montagna non viene modificata. Viene semplicemente resa accessibile”.
I concetti espressi in questa descrizione sono tutti relativi. In base a quale metro di paragone l’impatto è stato “minimo”? Come si giudica l’“armonia” dell’installazione? Se è stata costruita una via ferrata, si può davvero dire che non ci sia stata “trasformazione forzata”? Il cavo d’acciaio e i supporti per i piedi non se li è messi la montagna. Chi decide cosa è “strettamente necessario”? Davvero una via ferrata è “strettamente necessaria”? Rendere una montagna “semplicemente accessibile” non ha nulla di semplice, perché se prima una zona non era accessibile, qualcosa d’importante sarà cambiato.
I promotori si sono augurati che da settembre “migliaia di escursionisti [possano] affrontare uno dei percorsi attrezzati più spettacolari del Mezzogiorno.” Migliaia? Come possono questi numeri non cambiare un luogo e l’esperienza che se ne fa?
Il riferimento al mese di settembre è dovuto al fatto che il 31 agosto finisce il periodo di nidificazione del grifone, specie protetta in Sicilia e reintrodotta con diversi progetti, che predilige la zona delle Rocche del Crasto. Sui social, uno dei promotori della via ferrata ha invitato tutti a rispettare questi uccelli e ad anteporre la natura al proprio piacere, facendo il percorso solo fuori dai mesi di nidificazione. Belle parole. Ma chi vigilerà su questo?
Io presumo che la via ferrata abbia avuto tutte le autorizzazioni del caso – dall’Ente Parco, il cui presidente ha partecipato all’inaugurazione, e dall’Assessorato all’Ambiente, con l’assessora anch’essa presente.
Mi chiedo se la valutazione d’impatto ambientale si sia basata sul senso civico del cittadino medio, che sicuramente è molto sviluppato, come si vede ogni giorno guardandosi attorno. E non dimentichiamoci che anche l’aquila reale spesso nidifica nella zona delle Rocche del Crasto.
Sembra assurdo augurarsi che migliaia di escursionisti affrontino il percorso attrezzato, ma solo quando queste specie non nidificano. Inoltre, mi risulta che questi uccelli vivano in zone tranquille e isolate, quindi se fuori dal periodo di nidificazione vedranno che l’ambiente è frequentato da umani, se ne andranno altrove a fare il nido. In altre parole, non basta non andare nei mesi di nidificazione.
I promotori parlano di “consentire agli escursionisti di vivere le Rocche del Crasto da protagonisti [con] rispetto assoluto dell’ambiente.” Ma come può esserci rispetto assoluto? Forse questo rispetto c’era prima della costruzione della ferrata. Poi parlano anche di “lasciare che sia la montagna a rimanere protagonista.” Insomma, chi deve essere protagonista, gli escursionisti o la montagna? Dice un vecchio proverbio: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.
Queste contraddizioni mostrano come un fenomeno che è dato per scontato (“le vie ferrate portano beneficio agli appassionati della montagna”) sia in realtà molto complesso. I promotori hanno battuto sul discorso d’importare il modello delle ferrate alpine in Sicilia, soprattutto nel senso di essere all’avanguardia di un turismo esperienziale e sostenibile: “È il modello ormai consolidato delle principali località alpine, oggi adattato alla realtà dei Nebrodi”.
A dire il vero, al nord non tutti vedono la costruzione di nuove vie ferrate positivamente. Ad esempio, esiste una campagna chiamata “Basta ferraglia” portata avanti dall’associazione Mountain Wilderness, le cui riflessioni sono molto interessanti:
“Molto spesso, le vie ferrate favoriscono processi di antropizzazione, e alcune volte di vero e proprio affollamento, di luoghi particolarmente delicati dal punto di vista ecologico-ambientale. Quale impatto ha sulla fauna selvatica l’aumento esponenziale della frequentazione, favorito dall’infrastrutturazione di aree altrimenti poco frequentate? Quali e quanti studi per misurare l’impatto ambientale vengono realizzati prima di passare dalla progettazione alla realizzazione di nuove ferrate?
L’infrastrutturazione dell’area interessata dalla ferrata ha importanti implicazioni di responsabilità giuridica sulla frequentazione. Chi mantiene le strutture? Chi si occupa di smantellarle una volta che arrivano a scadenza tecnica? Chi decide se e come interdire la frequentazione nel momento in cui le strutture diventassero pericolose? Chi è responsabile in caso di danni materiali a persone o cose?
Equipaggiare la montagna selvaggia con impianti di risalita, strade di quota, vie ferrate e quant’altro equivale ad addomesticare un ambiente geografico che trae il suo significato proprio dal proporsi come non addomesticato e non addomesticabile. L’antropizzazione forzata ed innaturale di questi spazi ne soffoca irrimediabilmente la vocazione. L’installazione sempre più diffusa di queste strutture ha ripercussioni relazionali tra l’uomo e l’ambiente tali da causare una regressione culturale”.
Sicuramente alcuni diranno che queste sono le opinioni di persone a cui non interessano l’arrampicata e l’alpinismo, che quindi non vedono di buon occhio le vie ferrate. Ma non è così; anzi è proprio il contrario. Basta leggere le parole di Michele Comi, guida alpina e maestro di alpinismo:
“Per comprendere l’inutilità delle ferrate non occorre essere rivoluzionari, ma semplicemente essere persone curiose, che sanno conoscere e frequentare con basilare consapevolezza le rupi, avvicinandosi al linguaggio della roccia, per accettare di mettersi in gioco accogliendo l’invito della montagna.
La sintonia tra l’uomo e la parete non può avvenire attraverso il ricorso a cavi e metalli, il cui unico risultato sta nell’allontanare dal contatto reale e sensibile con l’ambiente con cui vogliamo confrontarci. Un artifizio che ci illude d’esser gagliardi, d’assaporare il vuoto, senza troppi pensieri, senza percorsi d’iniziazione che richiedono dedizione, impegno e un po’ di fatica.
Se condividiamo l’idea che l’importanza di un’uscita in montagna risieda nell’esperienza, nelle emozioni che essa attiva, potremmo facilmente rinunciare a questi modesti trofei metallici e ‘adrenalinici’, per dirigere altrove e ritrovare un inesauribile terreno di scoperta, per mettersi a nudo di fronte alla montagna”.
Il commento
di Sergio Soraci
Ecco, al fin è giunto il tanto temuto (da me e da altri) momento della “ferraglia” in Sicilia. Nel modo peggiore, nel posto meno opportuno, con tanto di pompa magna, è stata inaugurata la prima ferraglia, scusate, ferrata di Sicilia. Tutti contenti per il grande risultato ottenuto: comune di Alcara, guide alpine, geologi, politici vari ed eventuali, CAI, Parco dei Nebrodi ed associazioni di ogni tipo. Io, minoranza, resto sconfortato, deluso, amareggiato per l’ennesima aggressione ai luoghi ed alla natura. Una volta ricevetti una telefonata nella quale mi fu chiesto se e come affrontare le pareti di Alcara, io risposi che le montagne sono di tutti, ma che era auspicabile in quelle pareti un approccio meno impattante, più avventuroso e con un’etica ed uno stile di apertura delle vie che guardasse al “trad” con la misurata posa di soste e chiodi; dopodiché, alle vie aperte con questo stile dallo sparuto gruppo di noi arrampicatori siculi di prime generazioni, si sono aggiunti itinerari con filari di fix e falesie monitiri. Che mi avete telefonato a fare?, mi sono chiesto. Ma mai avrei immaginato che si arrivasse alla messa in opera di una “ferraglia” impattante e devastante per le pareti e per l’idea che essa rappresenta: arrivare in cima facile facile.
Chi mi telefonò è il frontman, l’artefice del cambiamento in peggio di un luogo, non sacro, ma che aveva mantenuto delle caratteristiche peculiari, già poco rispettate dalle recenti vie realizzate, ma salvabile dall’operazione di omologazione di pareti e montagne. Turismo “esperienziale e sostenibile”, viene definito da politici e personaggi che poco o niente hanno a che fare con natura e sostenibilità; i luoghi non sono intoccabili o da “musealizzare” , ma con tutto quello che si poteva fare in modo sostenibile, è stata scelta l’opera più impattante in termini ecosistemici, di falsa idea d’avventura, di pericolo per sé e per tutto ciò che c’è attorno, proprio perché è un messaggio di approccio “alpinistico” per tutti, in un luogo dai precari equilibri geologici e faunistici. Certo, in passato abbiamo aperto degli itinerari su quelle pareti, ma ci eravamo dati delle regole, un’etica d’apertura delle vie, ma non siamo stati seguiti in questo percorso, anzi si è stravolta l’idea di andare per pareti e tutto si riduce come se si affrontasse una partita di padel. Bene, bravi, questo è il progresso, anzi, fatene altre di ” ferraglie”, la natura ringrazia. Il CAI? Esulta per il grande risultato raggiunto. Ma io sono istruttore di questa associazione, che ci faccio io qui? Condividiamo le stesse cose, parole, idee, fatti? Mah…
Amici o ex amici di Alcara ora hanno “lo sviluppo”. Ma era questo che volevate? Adesso credo proprio di sì, eppure sembrava che natura e sostenibilità fossero al primo posto nelle lunghe discussioni intercorse tra noi. Ma, appunto, “parole”. Finalmente i fatti, li avete ottenuti, ora teneteveli stretti, fatene delle altre di” ferraglie”, cosa che accadrà a breve. La “ferraglia” è lo specchio dei tempi: un modo relativamente facile per fare soldi a discapito della fragilità e degli equilibri del territorio; suggerisco un’app da fare per affrontare le montagne (cosa che si farà o è stata già fatta), cosi è tutto più accessibile, tutto facile, tutto “esperienziale”. Si ripropone la distorta visione e fruizione del verticale e ne stiamo già pagando un prezzo alto, che unito ad altre operazioni di questo tipo ci porteranno in un baratro socio-ecologico sempre meno accettabile, sempre più omologante, sempre più aggressivo.
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