L’immigrazione può essere usata come arma? La crisi dei migranti di Ceuta di quest’ultima settimana sta riportando alla ribalta un tema sempre più scottante: l’uso e l’organizzazione di flussi dei migranti per destabilizzare un Paese o un blocco. Quello che è certo è che l’improvviso afflusso di circa 60mila persone nell’exclave spagnola in territorio marocchino (dunque in Nord Africa e non in Europa continentale) sta mettendo a dura prova la solidarietà e la cooperazione tra le capitali dell’Unione europea, provocando un danno più duraturo e complesso da sanare rispetto ai fatti in sé.
Dopo quella che è stata definita come un”invasione’, infatti, quasi tutti i migranti sono tornati in Marocco, e nessuno di loro ha messo piede sul Vecchio Continente, come confermato dalla Commissione europea. Rimane però la percezione di una “minaccia alla sicurezza“, cavalcata dall’estrema destra di tutta l’Unione ma che va comunque affrontata e gestita. “Anche con barriere fisiche se necessario“, ha precisato ieri la capa dell’esecutivo del blocco, Ursula von der Leyen, in una lettera al primo ministro spagnolo Pedro Sánchez.
Migrazioni come strumento di coercizione geopolitica
Come ha sottolineato il premier greco Kyriakos Mitsotakis in un editoriale per Politico, l’emergenza di Ceuta è “un promemoria che la migrazione in alcuni casi può diventare uno strumento di coercizione geopolitica“.
Ma cosa significa? Significa che uno Stato potrebbe decidere di favorire, indirizzare o minacciare flussi di persone per ottenere concessioni politiche, economiche o diplomatiche, per ritorsione contro iniziative non gradite, o per destabilizzare. L’operazione può funzionare come “arma” perché un afflusso improvviso costringe lo Stato colpito a gestire accoglienza, sicurezza, controlli e rimpatri, genera tensioni nell’opinione pubblica e può alimentare divisioni politiche. Attenzione: a essere trasformati in strumento di pressione non sono i fenomeni migratori spontanei, ma uomini, donne e bambini spesso già in condizioni di estrema vulnerabilità, che vengono incitati a partire e facilitati nei movimenti.
Secondo molti analisti, la crisi di Ceuta di questi giorni nasce proprio come forma di ritorsione e di pressione per il recente riavvicinamento della Spagna con l’Algeria, Paese che il Marocco considera suo grande rivale per questioni territoriali legate al Sahara occidentale.
I precedenti: Ceuta e Bielorussia
Ci sono dei precedenti: nel maggio 2021 sempre Ceuta finì nel mezzo di una crisi diplomatica tra Madrid e Rabat, durante la quale le autorità marocchine allentarono improvvisamente i controlli alla frontiera, consentendo a migliaia di persone, tra cui numerosi minori, di entrare nel territorio spagnolo (ricordiamolo, in Nord Africa). Il Parlamento europeo condannò apertamente l’uso del controllo delle frontiere e della migrazione come strumento di pressione contro uno Stato membro.
Ceuta non è un caso isolato. Sempre nel 2021 avvenne quello considerato l’esempio principale di come l’immigrazione possa essere usata a mo’ di arma: in Bielorussia il regime filorusso di Aleksandr Lukashenko facilitò l’arrivo di cittadini provenienti soprattutto dal Medio Oriente, per poi indirizzarli verso i confini di Polonia, Lituania e Lettonia. Secondo le istituzioni europee, Minsk cercava così di reagire alle sanzioni adottate dall’Ue, creando una crisi umanitaria e politica alle sue frontiere orientali. Bruxelles qualificò l’operazione come un “attacco ibrido” e colpì con sanzioni funzionari, compagnie e organizzazioni coinvolte nella facilitazione degli attraversamenti.
Russia e Libia
La stessa dinamica è riemersa dal 2023 lungo il confine tra Russia e Finlandia. Le autorità finlandesi hanno accusato Mosca di permettere e facilitare l’arrivo ai valichi di cittadini di Paesi terzi privi dei documenti necessari, modificando procedure che in precedenza impedivano loro di raggiungere la frontiera. Helsinki ha interpretato questi movimenti come un tentativo di esercitare pressione sulla sicurezza e sulla stabilità sociale del Paese e dell’Unione europea, arrivando a chiudere i passaggi terrestri con la Russia e ad approvare una legislazione specifica contro la “migrazione strumentalizzata”.
Più indietro nel tempo, un precedente risale alla Libia di Muammar Gheddafi: tra il 2010 e il 2011 il leader libico minacciò di interrompere il controllo delle partenze verso l’Italia e Malta qualora l’Europa non avesse garantito finanziamenti e sostegno politico. Nel febbraio 2020 fu invece la Turchia ad annunciare che non avrebbe più impedito ai migranti di raggiungere il confine con la Grecia, mentre Ankara chiedeva maggiore appoggio europeo nel conflitto siriano e nell’accoglienza dei rifugiati. Il Consiglio dell’Ue respinse formalmente quello che definì un uso della “pressione migratoria per fini politici”.
Disinformazione russa
Tornando ai tempi nostri e alla crisi di Ceuta, il leader conservatore dell’exclave spagnola, Juan Jesús Vivas, ha definito gli attraversamenti di confine dal Marocco come un attacco all’integrità territoriale della Spagna e ha affermato che “se non orchestrati, quantomeno (sono stati) incoraggiati o permessi” da Rabat. I servizi segreti spagnoli in una valutazione preliminare dei fatti riportano l’ipotesi che il Paese africano abbia pianificato l”invasione’ e concludono che non sia comunque riuscito ad arginare l’afflusso e anzi lo abbia facilitato in più occasioni.
Tuttavia non va guardato solo verso Sud. Il quotidiano spagnolo El País cita fonti dell’intelligence secondo cui tutto è cominciato probabilmente da una bufala diventata virale sui social, e cioè che una sentenza della Corte suprema spagnola avrebbe vietato l’espulsione immediata dei migranti arrivati via mare. Una bufala che si è diffusa molto rapidamente e dietro la quale potrebbe esserci la mano russa.
Nel fine settimana, il ministro degli Esteri ad interim dell’Ucraina, Andrii Sybiha, ha fatto sapere sui social: “Abbiamo rilevato un’intensa campagna di propaganda russa in tutta Europa che utilizza immagini provenienti da Ceuta per seminare destabilizzazione”. “Non si tratta della situazione in sé, ma del modo in cui la Russia cerca di sfruttare qualsiasi argomento che possa favorire i suoi scopi”, ha continuato.
A Ceuta “un’azione concertata”?
Intanto la ministra spagnola della Difesa Margarita Robles, parlando ai media a Saragozza, ha invitato il Marocco a “fare piena luce” sui fatti di Ceuta e a “indagare chi c’è dietro queste reti, chi ha la responsabilità, chi ha organizzato tutto, attraverso le mafie, e chi ha ingannato queste persone”. E ha aggiunto: “Non può essere che si utilizzino minori, come sono stati utilizzati, o anche persone, mandandole a morte nel mare, senza altre conseguenze”. Già Sánchez nel fine settimana aveva fatto riferimento alla criminalità organizzata transnazionale.
Il tribunale dell’Audiencia Nacional ha aperto un’inchiesta preliminare, incaricando l’Ucrif (l’Unità centrale immigrazione e frontiere della polizia nazionale) di verificare se i fatti di Ceuta siano stati causati da “un’azione concertata”.
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