lo studio NEOMA Business School svela il picco a 45 anni


Nel racconto dominante delle startup, l’imprenditore ideale ha ancora il volto di un ventenne in felpa, pronto a rischiare tutto su un’idea nata in un garage. È un’immagine che continua ad alimentare l’immaginario collettivo, dai casi di scuola della Silicon Valley alle narrazioni italiane sui giovani “unicorni”. Una ricerca condotta da un team internazionale di studiosi, tra cui Steven Brieger di NEOMA Business School, mette però in discussione questo mito: fare impresa non è necessariamente più semplice da giovani, e il potenziale imprenditoriale si trasforma lungo tutto l’arco della vita professionale.

Cos’è la NEOMA Business School

Prima di entrare nel merito dello studio – del quale parla dettagliatamente Business People – vale la pena spiegare chi lo firma. NEOMA Business School è un ateneo francese nato dalla fusione tra la Reims Management School e la Rouen Business School, con sedi a Reims, Rouen e Parigi. 

È una delle scuole di management più accreditate d’Europa, tra le poche al mondo a possedere la cosiddetta “tripla corona”, cioè gli accreditamenti AACSB, EQUIS e AMBA, considerati il massimo riconoscimento internazionale per una business school. Steven Brieger, tra i coautori della ricerca, è Full Professor of International Business and Entrepreneurship presso NEOMA e in passato è stato Associate Professor all’Università del Sussex, nel Regno Unito: i suoi studi si concentrano da anni sul rapporto tra imprenditorialità, contesto sociale e caratteristiche individuali.

La curva a U inversa: perché i 45 anni sono il picco

Il dato più rilevante dello studio è che il rapporto tra età e imprenditorialità non è lineare, ma segue quella che i ricercatori definiscono una “curva a U inversa”. La probabilità di avviare progetti imprenditoriali solidi cresce progressivamente con l’età, fino a raggiungere un picco intorno ai 45 anni, per poi diminuire nelle fasce più avanzate. 

È in questa fase della vita che più fattori tendono a combinarsi nel modo più favorevole: esperienza professionale accumulata, autonomia economica, fiducia nelle proprie capacità e una conoscenza approfondita del settore in cui si vuole operare. Elementi che possono fare la differenza non tanto nel lanciare un’attività — cosa che, in teoria, chiunque può fare a qualsiasi età — quanto nel costruirla su basi realmente solide e destinate a durare.

Un vantaggio relativo, non una regola assoluta

Attenzione però a leggere questo dato come una legge universale. Proprio intorno ai 45 anni, infatti, aumentano tipicamente anche le responsabilità familiari e i vincoli personali — mutui, figli, carichi di cura — che possono ridurre il tempo e le energie disponibili per lanciarsi in un nuovo progetto imprenditoriale. L’età, dunque, incide ma non decide da sola. I più giovani mantengono punti di forza evidenti: una maggiore propensione al rischio, più apertura alla sperimentazione e la disponibilità a percorrere strade non ancora battute. Di contro, spesso scontano risorse economiche limitate, reti professionali meno estese e minore esperienza manageriale. Gli imprenditori più maturi, all’opposto, possono contare su competenze consolidate, una migliore conoscenza del mercato e contatti più ampi, e tendono ad adottare un approccio più selettivo e strategico nella scelta di cosa e come avviare.

Contano risorse, fiducia e opportunità

Lo studio invita quindi a superare l’idea di un’età ideale unica per diventare imprenditori. A pesare sono soprattutto le motivazioni personali, il percorso professionale già compiuto, le condizioni economiche di partenza e l’accesso concreto alle risorse; capitali, reti, competenze. 

Per alcuni, avviare un’impresa significa valorizzare competenze maturate in anni di lavoro dipendente. Per altri, rappresenta una via di cambiamento professionale o una ricerca di maggiore autonomia dopo esperienze frustranti. Anche per questo, sottolineano i ricercatori, l’età anagrafica da sola non è un indicatore sufficiente del potenziale imprenditoriale di una persona.

Lo studio mette in discussione anche gli stereotipi più diffusi nel dibattito pubblico. I giovani vengono spesso percepiti come inesperti o impulsivi, quando in realtà portano con sé energia e capacità di adattamento; gli imprenditori senior, al contrario, rischiano di essere considerati meno dinamici o meno innovativi, nonostante il patrimonio di competenze e relazioni che hanno accumulato negli anni.

Il nodo delle responsabilità familiari

Un capitolo specifico della ricerca riguarda le disuguaglianze di genere. Tra i 35 e i 55 anni — cioè proprio nella fascia in cui il potenziale imprenditoriale tocca il proprio massimo — le donne incontrano più spesso ostacoli legati alla gestione delle responsabilità familiari, che possono limitare concretamente le opportunità di avviare un’attività in proprio. Allo stesso tempo, lo studio evidenzia come molte donne riescano comunque a trasformare esperienze personali e professionali maturate in questa fase della vita in iniziative imprenditoriali ad alto impatto sociale, spesso legate a settori come il welfare, l’educazione o i servizi alla persona.

L’imprenditorialità non si ferma con l’età

Un ultimo dato smentisce un altro luogo comune: quello secondo cui, superata una certa soglia, non abbia più senso mettersi in proprio. Lo studio evidenzia infatti che molti professionisti over 60 avviano nuove attività dopo aver raggiunto una maggiore stabilità economica e professionale, spesso con obiettivi diversi rispetto alle generazioni più giovani :  non tanto la crescita rapida o l’exit milionaria, quanto la realizzazione personale, la trasmissione di competenze o la costruzione di un progetto a misura delle proprie priorità di vita. Un’imprenditorialità “di seconda fase”, meno raccontata dai media ma sempre più diffusa nelle economie occidentali che invecchiano.


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