Tashkent modernista è sito Unesco: dieci architetture nella World Heritage List


In copertina: State Circus, courtesy of ACDF. Credit © Karel Balas

Una stazione della metropolitana che, da Icaro ai cosmonauti, racconta la lunga aspirazione umana verso il cielo; un mercato cupolato sul luogo dello storico bazar; un circo sovietico dall’identità uzbeka; musei, sale espositive, una torre residenziale e una gigantesca fornace solare sulle colline di Parkent, approdata nel 2025 alla Biennale di Architettura di Venezia.

È con queste dieci architetture che il modernismo di Tashkent entra nella World Heritage List. La decisione è stata adottata il 27 luglio 2026 dal Comitato del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, riunito a Busan, in Corea del Sud, per la sua 48ª sessione.

Il bene seriale, iscritto con il titolo Tashkent Modernist Architecture. Modernity and Tradition in Central Asia, comprende nove edifici e complessi situati nella capitale uzbeka e la Grande Fornace Solare di Parkent, a circa quaranta chilometri a est della capitale.

L’Uzbekistan diventa così il primo Paese dell’Asia centrale a ottenere il riconoscimento Unesco per il proprio patrimonio architettonico del XX secolo. Le componenti più tarde della serie, completate alle soglie degli anni Novanta, sono inoltre le più recenti per data di costruzione tra quelle riconosciute come Patrimonio Mondiale.

L’iscrizione arriva al termine di un percorso articolato in più fasi, con coordinamenti e obiettivi differenti. La prima prende avvio nel 2021 con Tashkent Modernism XX/XXI, il progetto di ricerca commissionato dall’Uzbekistan Art and Culture Development Foundation e coordinato dallo studio milanese GRACE.

Il gruppo internazionale ha studiato ventiquattro architetture moderniste, ricostruendone la storia, verificandone lo stato di conservazione e individuando le principali esigenze di tutela. Alla ricerca hanno partecipato, tra gli altri, il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, lo storico dell’architettura Boris Chukhovich, Laboratorio Permanente, Novaya Zemlya e il fotografo Armin Linke. Rem Koolhaas e Jean-Louis Cohen hanno seguito il progetto in qualità di consulenti.

“La nostra ricerca mirava a contribuire a un più ampio riconoscimento dei diversi modi in cui il modernismo si è manifestato a livello globale”, hanno dichiarato Davide Del Curto, professore di Restauro architettonico e prorettore del Polo territoriale di Mantova, ed Ekaterina Golovatyuk, cofondatrice di GRACE. L’iscrizione apre così, nella World Heritage List, un capitolo ancora poco conosciuto dell’architettura moderna: quello di una capitale in cui tecniche e programmi dell’epoca sovietica furono rielaborati alla luce del clima, delle consuetudini spaziali e della cultura materiale dell’Asia centrale.

A partire dai risultati del progetto si è aperta la seconda fase, quella della candidatura. Il dossier Unesco è stato coordinato dalla Cultural Heritage Agency della Repubblica dell’Uzbekistan e dal Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano, sotto la guida di Davide Del Curto e Sofia Celli, con la collaborazione di GRACE e di un gruppo internazionale di esperti.

Da sinistra verso destra: Central Exhibition Hall of the Academy of Arts, State Museum of History. Courtesy of ACDF. Credit ©Karel Balas

Tashkent e la costruzione di un modernismo centroasiatico

L’architettura moderna era comparsa in Asia centrale già negli anni Trenta, ma a Tashkent conobbe la fase di maggiore sperimentazione tra gli anni Sessanta e la fine dell’epoca sovietica.

Capitale del Turkestan russo dal 1867 e, dal 1930, della Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka, la città crebbe rapidamente con l’industrializzazione. Durante la Seconda guerra mondiale accolse fabbriche, centri di ricerca e popolazioni trasferiti dai territori occidentali dell’Unione Sovietica, assumendo un ruolo economico e scientifico sempre più rilevante. La trasformazione urbana divenne così parte di un progetto più ampio: costruire una capitale moderna, capace di rappresentare al tempo stesso l’appartenenza all’Unione Sovietica e la specificità culturale uzbeka.

Il terremoto del 26 aprile 1966 non segnò l’inizio di questo processo, ma ne cambiò la velocità e la scala. Alla ricostruzione parteciparono progettisti, tecnici e maestranze provenienti da tutta l’Unione Sovietica; l’afflusso di risorse e materiali permise inoltre di tradurre in opere concrete programmi urbanistici elaborati negli anni precedenti.

Quartieri residenziali, infrastrutture, istituzioni civiche, piazze e grandi assi viari ridisegnarono la capitale. Il nuovo impianto urbano si sviluppò a bassa densità, con edifici pubblici e complessi abitativi inseriti in un sistema esteso di parchi, canali e spazi aperti. Le architetture principali segnavano i nodi della città, mentre il verde ne collegava le diverse parti e offriva riparo durante le estati più calde.

La ricostruzione favorì anche la sperimentazione strutturale. Cemento armato, elementi prefabbricati, sistemi modulari e strutture monolitiche consentivano di accelerare i cantieri e di affrontare il rischio sismico, senza però produrre un’architettura uniforme.

I modelli sovietici furono modificati in risposta al clima e alle consuetudini locali. Facciate profonde, schermature, logge, corti e spazi intermedi proteggevano gli ambienti dal sole; acqua e vegetazione contribuivano al controllo microclimatico. Mosaici, ceramiche, superfici scolpite e motivi geometrici introducevano invece nell’architettura moderna tecniche e riferimenti provenienti dalla tradizione artistica centroasiatica.

Il modernismo di Tashkent si formò quindi attraverso l’adattamento, più che attraverso l’applicazione di modelli elaborati altrove. Tecnologie industriali, ingegneria antisismica, arte monumentale e cultura locale dello spazio concorsero a definire una produzione riconoscibile, nella quale le ambizioni internazionali del moderno assunsero una forma specificamente uzbeka.

È questa capacità di rielaborazione che il Comitato del Patrimonio Mondiale ha riconosciuto come un’espressione significativa del cosiddetto “modernismo localizzato”: un’architettura nella quale tecnologie e programmi internazionali rispondono alle condizioni ambientali, sociali e culturali dell’Asia centrale.

Dalla ricerca agli strumenti di tutela

Quando nel 2021 prende avvio Tashkent Modernism XX/XXI, Tashkent attraversa una nuova fase di crescita urbana. Molte architetture realizzate negli ultimi decenni dell’Unione Sovietica sono esposte ad alterazioni, sostituzioni dei rivestimenti, interventi poco controllati e, nei casi più critici, al rischio di demolizione.

Commissionato dall’Uzbekistan Art and Culture Development Foundation, il progetto nasce per costruire una conoscenza sistematica di questo patrimonio e tradurla in strumenti operativi: non soltanto ricostruire la storia degli edifici, ma valutarne le condizioni, individuare le priorità di intervento e definire criteri utili alla loro conservazione.

Sviluppata tra il 2021 e il 2025, la ricerca è stata coordinata dallo studio GRACE di Ekaterina Golovatyuk e Giacomo Cantoni. Al progetto hanno lavorato il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, con Davide Del Curto e Sofia Celli, Laboratorio Permanente e lo storico e attivista Boris Chukhovich. Hanno partecipato anche Novaya Zemlya e il fotografo Armin Linke, mentre Rem Koolhaas e Jean-Louis Cohen hanno affiancato il gruppo come consulenti.

Il lavoro ha riguardato ventiquattro edifici, analizzati attraverso fonti d’archivio, rilievi, dati tecnici e verifiche sullo stato di conservazione. Per ciascuno sono state predisposte schede monografiche, definite “passaporti”, nelle quali confluiscono la ricostruzione storica, le qualità architettoniche, le trasformazioni subite e le indicazioni per gli interventi futuri.

Tra il 2019 e il 2024, ventuno architetture moderniste sono state inserite nel Catasto statale del patrimonio culturale dell’Uzbekistan. Nel 2024, le schede elaborate nell’ambito della ricerca hanno assunto anche un valore giuridico, diventando riferimenti per i provvedimenti di protezione e per la gestione degli edifici tutelati.

Molti di questi complessi erano rimasti in funzione dopo l’indipendenza del Paese, senza essere però riconosciuti pienamente come testimonianze storiche. La ricerca ha quindi contribuito a trasformare un patrimonio ancora percepito come troppo recente in un insieme di opere da conoscere, conservare e adattare con maggiore consapevolezza.

Accanto alla documentazione e agli strumenti normativi, il progetto ha prodotto mostre, conferenze, workshop, attività didattiche, pubblicazioni e un itinerario digitale. Tra le tappe principali figurano Tashkent Modernism Index, allestita nel 2023 alla Triennale Milano e al Museo statale delle arti di Tashkent; Tashkent: Appropriating Modernism, presentata alla Sharjah Architecture Triennial tra il 2023 e il 2024; e A Matter of Radiance, il padiglione dell’Uzbekistan alla Biennale Architettura di Venezia del 2025.

Fondato a Milano nel 2016 da Ekaterina Golovatyuk e Giacomo Cantoni, GRACE è uno studio internazionale attivo tra architettura, ricerca e allestimento. In precedenza, i due fondatori hanno collaborato con OMA/AMO a progetti culturali e di ricerca in Europa, Russia e Hong Kong. Lo studio si occupa in particolare di architettura museale, spazi espositivi e conservazione del patrimonio del Novecento. A Tashkent ha coordinato Tashkent Modernism XX/XXI e curato A Matter of Radiance, il Padiglione dell’Uzbekistan alla Biennale di Architettura di Venezia del 2025, dedicato alla Grande Fornace Solare di Parkent.

Il dossier coordinato dal Politecnico di Milano

A febbraio 2024, sedici edifici e complessi sono entrati nella Tentative List dell’Uzbekistan, il passaggio preliminare necessario per avviare la candidatura alla World Heritage List. Nel corso della preparazione del dossier, la selezione è stata ridotta a dieci componenti, individuati per restituire programmi, scale e momenti diversi della stagione modernista di Tashkent.

A coordinare la candidatura sono stati la Cultural Heritage Agency della Repubblica dell’Uzbekistan e il Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano, con Davide Del Curto, professore di Restauro architettonico e prorettore del Polo, e Sofia Celli. Al lavoro hanno collaborato lo studio GRACE e un gruppo internazionale di esperti.

Il dossier ha ricostruito l’Eccezionale Valore Universale proposto per il bene seriale, affiancando all’analisi comparativa con altri esempi del modernismo internazionale la documentazione relativa allo stato di conservazione, alla protezione giuridica, alle zone cuscinetto e al sistema previsto per la gestione dei dieci siti.

Presentato dall’Uzbekistan nel gennaio 2025, il documento è stato esaminato da ICOMOS, che dall’8 al 14 settembre dello stesso anno ha condotto una missione tecnica a Tashkent. Nel novembre successivo, Davide Del Curto, Sofia Celli ed Ekaterina Golovatyuk hanno illustrato la candidatura al World Heritage Panel di Parigi.

Il riconoscimento non riguarda un singolo edificio, ma un insieme capace di raccontare la trasformazione della capitale nella seconda metà del Novecento. Distribuite lungo assi, piazze e prospettive urbane, le dieci architetture traducono programmi residenziali, culturali, scientifici e infrastrutturali attraverso una combinazione ogni volta diversa di sistemi standardizzati, soluzioni legate al luogo e arte monumentale. Una struttura urbana nella quale gli edifici principali furono pensati come punti di riferimento all’interno di una trama a bassa densità, attraversata da parchi, canali e spazi aperti.

Per il Politecnico hanno partecipato anche Gunce Uzgoren e Karolina Pieniazek; il gruppo di GRACE era formato da Ekaterina Golovatyuk, Giacomo Cantoni e Ksenia Bisti. Hanno inoltre contribuito Boris Chukhovich, Luka Skansi, Francesco Bandarin, Ana Tostões e Teresa Cunha Ferreira.

Le dieci architetture iscritte

1. Edificio residenziale Zhemchug

1975-1985 circa

Progettata da O. Aidinova con G. Golubeva, E. Shatalov e A. Shamuzafarov, la torre residenziale Zhemchug – “perla” in russo – si sviluppa per sedici piani in cemento armato monolitico. Il carattere sperimentale riguarda tanto la struttura quanto il tentativo di trasferire nell’abitazione collettiva in altezza forme di socialità proprie della cultura urbana uzbeka.

Il progetto rielabora alcuni caratteri della mahalla, la tradizionale struttura di vicinato uzbeka fondata sulla prossimità delle abitazioni e sulla condivisione degli spazi comuni. Al di sotto dell’attico, i quindici piani residenziali sono organizzati in cinque nuclei di tre livelli, ciascuno raccolto attorno a una corte sospesa aperta verso la città. Gli spazi comuni interrompono la successione degli appartamenti e offrono luoghi di incontro agli abitanti, contribuendo anche alla luce, alla ventilazione e alla protezione dal sole.

L’originalità della soluzione fu riconosciuta già durante il cantiere, quando Zhemchug ricevette dall’Unione degli Architetti dell’Urss un premio come migliore edificio sovietico. Dal 2019 la torre è inserita tra le architetture protette dell’Uzbekistan.

Zhemchug Residential Building, courtesy of ACDF. Credit ©Karel Balas

2. Grande Fornace Solare di Parkent

1981-1987

Costruita nel distretto di Parkent, sulle pendici montuose a circa quaranta chilometri a est di Tashkent, la Grande Fornace Solare è un complesso scientifico destinato allo studio dei materiali sottoposti ad altissime temperature.

Il sistema comprende 62 eliostati orientabili, che intercettano la radiazione solare e la riflettono verso un grande concentratore parabolico. L’energia viene convogliata nel laboratorio posto di fronte allo specchio, dove la temperatura può raggiungere valori prossimi ai 3.000 gradi.

La struttura ottica ordina l’intero complesso. Gli edifici di ricerca, gli impianti, le sistemazioni esterne e le opere monumentali si dispongono lungo il pendio seguendo la traiettoria della luce e le esigenze dell’esperimento scientifico. La macchina solare diventa così anche il principio compositivo di un’architettura costruita alla scala del paesaggio.

La Grande Fornace Solare è stata anche il soggetto di A Matter of Radiance, il padiglione dell’Uzbekistan curato da GRACE alla Biennale Architettura di Venezia del 2025.

Big Solar Furnace, courtesy of ACDF. Credit ©Karel Balas

3. Museo Statale di Storia

1968-1970

Realizzato originariamente come museo dedicato a Lenin, fu uno dei primi edifici dell’Unione Sovietica a declinare questa tipologia museale attraverso il linguaggio modernista.

Collocato tra due delle principali piazze di Tashkent, l’edificio contribuisce alla definizione degli assi urbani del centro ricostruito dopo il terremoto del 1966. Il corpo compatto, rivestito in marmo e sollevato rispetto al basamento, assume l’aspetto di un grande volume sospeso.

La facciata è avvolta da una trama frangisole a tutta altezza ispirata alla panjara, la tradizionale griglia traforata centroasiatica. La schermatura attenua l’ingresso diretto della luce, aumenta la profondità dell’involucro e sovrappone alla geometria astratta del parallelepipedo un motivo riconoscibile della cultura architettonica locale.

Dopo l’indipendenza dell’Uzbekistan, l’edificio è diventato il Museo Statale di Storia, conservando la funzione culturale originaria ma accogliendo un nuovo racconto della storia nazionale.

State Museum of History, courtesy of ACDF. Credit ©Karel Balas

4. Palazzo dell’Amicizia dei Popoli

Seconda metà degli anni Settanta-1981

Avviato nel 1971 e sviluppato attraverso più versioni, il progetto del Palazzo dell’Amicizia dei Popoli approdò a una soluzione simmetrica e compatta, organizzata attorno a un auditorium da 4.000 posti. Foyer distribuiti su più livelli, sale per ricevimenti, spazi di rappresentanza, un cinema e ambienti tecnici ne chiarivano l’originaria vocazione istituzionale, legata a congressi, cerimonie e incontri diplomatici.

All’esterno, il corpo centrale è circondato da una fascia continua di pannelli in cemento armato che rielaborano le panjara, le tradizionali griglie traforate uzbeke. Le schermature regolano l’ingresso della luce e trasformano un elemento dell’architettura locale nel motivo dominante della facciata. Il cornicione sospeso introduce invece un richiamo astratto alla complessità geometrica dei muqarnas.

Alla severità dell’involucro corrispondono interni molto più ricchi, definiti da ceramiche blu e dorate, marmo, lampadari scultorei e pannelli tridimensionali. L’auditorium era dotato di sistemi acustici regolabili, balconate e cabine per la traduzione simultanea, dispositivi che confermavano il carattere cerimoniale e politico dell’edificio.

Dopo la fine dell’Unione Sovietica, il palazzo ha progressivamente ampliato il proprio uso pubblico, ospitando concerti e artisti uzbeki e assumendo una funzione culturale più estesa rispetto a quella prevista in origine.

Peoples’ Friendship Palace, courtesy of ACDF. Credit ©Karel Balas

5. Museo Statale delle Arti

1967-1974

Fondato nel 1918, il Museo Statale delle Arti dell’Uzbekistan trovò la propria sede attuale nel 1974, nel nuovo edificio progettato dagli architetti I. Abdulov, A.K. Nikiforov e S.A. Rosenblum.

La composizione è dominata da un grande volume cubico, sollevato su un basamento rivestito in marmo grigio e organizzato attorno a un atrio centrale alto quattro piani. La regolarità dell’impianto ritorna nei prospetti, scanditi da una griglia metallica che suddivide le superfici in campi rettangolari rivestiti da pannelli di alluminio.

Le parti vetrate filtrano la luce solare e la diffondono negli ambienti interni, garantendo un’illuminazione più uniforme alle sale espositive. L’atrio, oltre a distribuire i percorsi, collega visivamente i diversi livelli e introduce nel cuore compatto dell’edificio uno spazio verticale continuo.

La precisione modulare dell’involucro e l’impiego di materiali allora sperimentali traducono il programma museale in un’architettura rigorosa, nella quale la monumentalità non deriva dall’apparato decorativo, ma dalla scala del volume, dalla ripetizione geometrica e dal controllo della luce.

State Museum of Arts, courtesy of ACDF. Credit ©Karel Balas

6. Circo di Stato

1965-1975, inaugurato nel 1975

Con la sua grande copertura circolare, il Circo di Stato è una delle architetture più iconiche della ricostruzione di Tashkent. Il progetto di Genrikh Aleksandrovich e Gennady Masyagin si allontanò dalle soluzioni seriali adottate per strutture analoghe in altre città sovietiche, affrontando direttamente le condizioni sismiche e climatiche della capitale uzbeka.

L’edificio occupa una posizione di passaggio tra il tessuto storico delle mahalla e i quartieri moderni sviluppati nel secondo dopoguerra. La cupola, larga 77 metri, copre una sala da circa tremila spettatori; la struttura portante è concentrata lungo il perimetro, così da mantenere libera la visuale verso la pista.

La scala dell’involucro è mitigata da schermature traforate e da un apparato decorativo che richiama le tecniche artistiche locali. Ceramiche, mosaici, vetrate, legno intagliato e lavorazioni in ganch proseguono negli spazi interni, dando alla grande attrezzatura per lo spettacolo un carattere distinto rispetto ai modelli sovietici più ricorrenti.

State Circus, courtesy of ACDF. Credit ©Karel Balas

7. Sala espositiva centrale dell’Accademia delle arti

1972-1974

Inaugurata nel 1974, la Sala espositiva centrale dell’Accademia delle arti dispone di circa 2.500 mq destinati a mostre di pittura, scultura, grafica e arti applicate.

L’edificio è organizzato attorno a un ambiente centrale per la scultura e la grafica, affiancato dalle altre sale espositive distribuite anche al livello superiore. La luce naturale raggiunge gli interni attraverso aperture in copertura, mentre colonne massicce e rivestimenti in marmo accentuano il carattere monumentale degli spazi.

All’esterno, il volume si solleva sopra un ampio basamento ed è definito da facciate piegate rivestite da mosaici geometrici e floreali. Le variazioni di profondità modificano la percezione dei motivi decorativi durante il percorso e fanno del rivestimento una parte attiva della composizione.

Un piccolo spazio verde adiacente estende infine l’attività espositiva all’aperto, accogliendo soprattutto sculture. L’edificio combina così una struttura museale flessibile con una forte presenza urbana, costruita attraverso luce, materia e arte monumentale.        

Central Exhibition Hall of the Academy of Arts, courtesy of ACDF. Credit ©Karel Balas

8. Palazzo del cinema Alisher Navoi

1962-1964

Conosciuto anche come Cinema Panoramico, il Palazzo Alisher Navoi fu progettato per una tecnologia allora innovativa, basata su un grande schermo curvo e su specifici apparati di proiezione. Le esigenze della sala determinarono la forma cilindrica dell’edificio e l’organizzazione dell’auditorium da 2.300 posti.

L’involucro è scandito da pannelli concavi disposti in sequenza, che accentuano la verticalità del volume e ne modificano l’aspetto al variare della luce. Arretrato rispetto alla strada, il cinema si affaccia su uno spazio aperto che ne permette la visione a distanza e ne rafforza il ruolo urbano. Oltre alle proiezioni cinematografiche, l’edificio fu pensato per accogliere spettacoli e manifestazioni pubbliche, confermandosi come una delle principali attrezzature culturali della nuova Tashkent.

In questo caso, l’innovazione architettonica nasce direttamente dal programma: la tecnologia del cinema panoramico non viene semplicemente ospitata, ma determina volume, facciata e relazione con la città.

Alisher Navoi Cinema Palace, courtesy of ACDF. Credit ©Karel Balas

9. Mercato Chorsu

1983-1990

Costruito su progetto di Vladimir Azimov nel quartiere storico di Eski-Juva, il mercato Chorsu occupa un’area destinata agli scambi commerciali da secoli. Il nuovo complesso aggiorna la tradizione centroasiatica del bazar coperto attraverso strutture e materiali del tardo Novecento.

L’insieme è organizzato attorno a una grande sala circolare coperta da una cupola in cemento armato, affiancata da padiglioni minori riservati ai diversi settori di vendita. Spazi commerciali, depositi e percorsi di servizio sono distribuiti su più livelli, permettendo di concentrare attività differenti senza perdere la continuità del mercato.

Il rivestimento esterno in ceramiche azzurre richiama le cupole dell’architettura storica uzbeka, mentre la grande copertura protegge gli ambienti dal sole e dalla polvere del clima continentale. Il riferimento alla tradizione non si esaurisce quindi nell’immagine dell’edificio, ma riguarda anche la sua organizzazione e il modo in cui accoglie la vita quotidiana.

Il Chorsu conserva così il carattere collettivo dello storico bazar, traducendolo in una moderna infrastruttura commerciale riconoscibile, alla scala della città, attraverso il sistema delle cupole.

Chorsu Market, courtesy of ACDF. Credit ©Karel Balas

10. Stazione della metropolitana Kosmonavtlar

1982-1984

Progettata da Sergo Sutyagin e Sergei Sokolov e inaugurata nel dicembre 1984, la stazione Kosmonavtlar sviluppa un programma architettonico e artistico interamente legato all’astronomia e all’esplorazione spaziale.

Le pareti della banchina sono rivestite da superfici ceramiche che sfumano dal blu verso tonalità più scure, mentre le colonne illuminate, fasciate in vetro, introducono riflessi che alleggeriscono visivamente lo spazio sotterraneo. Alluminio anodizzato, ceramica e luce artificiale concorrono a costruire un ambiente unitario.

Lungo le pareti si susseguono dodici medaglioni dedicati alla storia del volo e della conoscenza del cosmo: accanto a Yuri Gagarin e Valentina Tereshkova compaiono Ulugh Beg, Galileo Galilei, Icaro, altri cosmonauti sovietici e immagini di satelliti e veicoli spaziali. Il racconto non riguarda quindi soltanto il programma sovietico, ma inserisce le sue conquiste in una più lunga aspirazione umana verso il cielo.

Sul soffitto, corpi illuminanti lineari e stelle in vetro compongono una Via Lattea stilizzata. Il tema cosmico attraversa così l’intero progetto, trasformando il tragitto quotidiano in una rappresentazione pubblica della scienza e del progresso.

Kosmonavtlar Metro Station, courtesy of ACDF. Credit ©Karel Balas

LE DIECI ARCHITETTURE ISCRITTE NELLA WORLD HERITAGE LIST
whc.unesco.org

pubblicato il:




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link