L’accordo tra Iran e Oman sullo Stretto di Hormuz potrebbe “aprire la strada alla prosecuzione del dialogo, in particolare alla ripresa dei colloqui a livello tecnico tra Iran e Stati Uniti”. L’auspicio viene dal portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, secondo quanto riporta l’agenzia Afp. L’intesa è stata annunciata ieri da Teheran con la precisazione che non significa l’automatica riapertura del passaggio marittimo, vitale per il petrolio, il gas naturale liquefatto e altri commerci. La riapertura, continua, è infatti condizionata alla fine degli attacchi americani.
D’altra parte, l’accordo iraniano-omanita potrebbe piuttosto gettare benzina sul fuoco: da quanto trapelato, il testo prevede, a tendere, tariffe del 3-7% a favore del Paese sciita a carico delle navi che attraversano il braccio di mare, e un suo controllo de facto su queste acque. Cosa che gli Stati Uniti non possono accettare, a meno di consegnare a Teheran una vittoria epocale.
Trump: “Duro colpo se Hormuz non riapre presto”
Altro problema rilevante: l’assenza degli Stati Uniti stessi dai colloqui. L’Iran ha infatti sottolineato che l’accordo è stato negoziato in forma strettamente bilaterale e ha anzi individuato Washington come una fonte di interferenze. “Presto una dichiarazione congiunta se non si intromettono parti terze”, ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, citato da Al Arabiya, riferendosi in modo non troppo velato agli Usa.
Di sicuro le uscite del presidente Donald Trump non contribuiscono a un clima vagamente disteso. Ieri, il capo della Casa Bianca da una parte continuava a definire i colloqui con Teheran “buoni” e dall’altra minacciava di infliggere al Paese l’ennesimo “duro colpo” se lo strategico Stretto di Hormuz non verrà riaperto “molto presto”.
“Stavamo per effettuare un attacco tremendo, il più pesante dalla Seconda Guerra Mondiale. Mi hanno chiamato e mi hanno detto molto educatamente: ‘Per favore, possiamo parlare?’. Ho detto: ‘Sì, possiamo parlare. Facciamolo l’accordo finalmente’”, ha affermato.
Teheran ha risposto come da copione che non ci saranno accordi “sotto minaccia”, come riportava sempre ieri Sepah News, sito web del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie citando un funzionario informato sui negoziati con il Sultanato dell’Oman.
Cosa prevede l’accordo Iran-Oman
Venendo ai termini dell’intesa tra Iran e Oman, questa prevederebbe una durata 60 giorni prorogabili, con lo scopo di consentire la ripresa dei negoziati più ampi tra Teheran e Washington. Da quanto si apprende, tutto il traffico navale in entrata attraverso lo Stretto e verso il Golfo Persico seguirebbe una rotta settentrionale, nelle acque territoriali iraniane (che ne avrebbero quindi di fatto il controllo). Tutte le navi in uscita, verso il Mar Arabico, si muoverebbero invece lungo una rotta meridionale, nelle acque territoriali dell’Oman, in coordinamento con l’Iran.
Nell’arco dei due mesi non verrebbero applicati pedaggi ma verrebbe introdotta una nuova “tassa di servizio” giustificata dai costi per la sicurezza e la protezione dell’ambiente marino. Passati i 60 giorni, Teheran vuole introdurre pedaggi e tariffe di transito obbligatori e ufficiali per tutte le navi mercantili e le petroliere. Secondo un alto funzionario iraniano citato da Reuters, la richiesta è tra il 5% e il 7% del prezzo del carico trasportato dalle imbarcazioni che attraversano il passaggio marittimo. L’Oman propone tariffe intorno al 3%.
Le parti inoltre si impegnerebbero a bonificare la rotta mediana dello Stretto dalle mine navali entro 30 giorni. Con le condizioni di sicurezza ristabilite, la rotta centrale verrebbe utilizzata in entrata e in uscita in base ad un accordo permanente da discutere da Oman e Iran. Quest’ultimo starebbe anche valutando di aprire le operazioni di sminamento dello Stretto a Paesi europei.
Teheran punta allo Stretto
Washington, come anticipato, non può accettare che Teheran imponga il proprio controllo e il pagamento di pedaggi a chi naviga nello Stretto. Prima dell’attacco israelo-americano del 28 febbraio, infatti, il passaggio nel braccio di mare conteso era libero e gratuito. Cambiare l’equilibrio a favore dell’Iran equivale quindi a consacrarlo vincitore dell’operazione ‘Epic Fury’ lanciata da Washington e Tel Aviv.
E infatti Teheran, una volta scoperta la potenza dell’arma che ha in mano con Hormuz, punta tutto proprio sullo Stretto, scommettendo – scrive il Wall Street Journal – che “la propria capacità di infliggere danni all’economia americana rappresenti il miglior strumento di pressione per evitare future azioni militari da parte degli Stati Uniti e di Israele. Con i prezzi della benzina e l’inflazione ancora elevati, la leadership iraniana ritiene che Trump finirà per accettare le sue condizioni in vista delle elezioni di mid term, ormai imminenti, che potrebbero determinare il futuro della sua presidenza”.
Ma si tratta di una “scommessa straordinariamente rischiosa”, sottolinea il quotidiano newyorkese, perché “presuppone che Trump preferisca uno stallo caotico e instabile a una guerra totale”. Una preferenza non scontata.
“Una partita complessa”
Tutto dipenderà chiaramente anche dalle prossime mosse di Trump. Il capo della Casa Bianca, durante un comizio a Las Vegas prima dell’accordo Iran-Oman, ha affermato di preferire una soluzione diplomatica a ulteriori azioni militari, ma ha ribadito di non aver cambiato idea sulle proprie posizioni. “Preferisco raggiungere un accordo perché non voglio uccidere nessuno, ma a un certo punto dovremo farlo“, ha detto, ribadendo che l’Iran non può avere un’arma nucleare”.
La diplomazia si muove perciò in uno spazio ristretto e spinoso, “una partita complessa”, come l’ha definita il vice presidente JD Vance a Fox News. Il viceministro degli Esteri di Teheran Kazem Gharibabadi, parlando all’agenzia di stampa statale Irna, ha addossato agli Usa la responsabilità di aver ripristinato il loro blocco navale sullo Stretto, di aver ripreso le ostilità e di aver reintrodotto le sanzioni. In sostanza, di aver fatto fallire la tregua raggiunta a giugno a Islamabad. Accusa respinta al mittente da Washington, che ha affermato di aver ripreso gli attacchi dopo che l’Iran aveva aperto il fuoco contro le navi in transito nel braccio di mare.
Bce: “Europa rischia crescita al ribasso”
Intanto nel Vecchio Continente la Banca Centrale Europea avvisa nel Bollettino economico pubblicato oggi: “L’incertezza resta elevata e l’impatto inflazionistico dello shock energetico deve ancora manifestarsi appieno”. “Le prospettive per i prezzi dell’energia, benché altamente variabili, si collocano al momento su livelli (…) ben al di sopra di quelli registrati prima del conflitto in Medio Oriente”. Allo stesso tempo, “le prospettive di crescita sono soggette a rischi al ribasso (…) e la situazione geopolitica rimane fragile”.
La Bce si dice pronta ad “affrontare l’incertezza causata dal conflitto”. “In particolare, le decisioni del Consiglio direttivo sui tassi di interesse saranno basate sulla valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati”, e seguono “con attenzione l’intensità e la durata dello shock, nonché i suoi effetti indiretti e di secondo impatto”, non intendendo “vincolarsi a un particolare percorso dei tassi” verso l’obiettivo del 2% di inflazione a medio termine.
In sostanza, nella riunione dello scorso 23 luglio la Banca ha deciso di mantenere invariati i tre tassi di interesse, ma è pronta ad aumentarli se dovesse essere necessario.
Il New York Times: Ue spettatrice di un futuro deciso da altri
Ma intanto per l’Unione europea da oltreoceano arriva un pesante monito: un’analisi pubblicata oggi a firma Michael D. Shear sul New York Times avvisa che Bruxelles resta “a guardare, mentre il suo destino viene plasmato da forze esterne“.
Dalla guerra in Ucraina a quella in Iran, dalle temperature record all’inflazione in aumento per il conflitto in Iran, dalla corsa all’Ai da cui è sostanzialmente esclusa fino a una “profonda ansia per cibo, energia e sicurezza”: quello che fa il blocco sono “riunioni su Zoom”, affonda il giornalista. “Molte delle sfide che l’Europa si trova ad affrontare sono al di fuori del suo controllo”, afferma.
La crisi di Ceuta della scorsa settimana è emblematica in tal senso, per il quotidiano: la ‘rivolta’ contro il premier spagnolo Pedro Sánchez, sebbene formalmente rientrata, ha evidenziato lo sfilacciamento dei legami tra le capitali, la perdita di una solidarietà comune e il fatto che “il tutto (l’Unione, ndr) è molto inferiore alla somma delle sue parti (gli Stati membri, ndr)”.
Una considerazione che non può che piacere ai rivali del blocco europeo, che traggono sicuro vantaggio dalle divisioni, dai populismi e dalla disinformazione, tutte cose che mettono a rischio la tenuta democratica e sociale dell’Unione e la rendono debole e incapace di incidere.
Eppure questa situazione, afferma Richard Haass, presidente emerito del Council on Foreign Relations, citato nell’analisi, “non è una cosa che gli Stati Uniti o la Cina hanno fatto all’Europa. È una cosa che l’Europa ha fatto a se stessa“.
In questo caso, anche se l’analisi non lo sottolinea, la ‘buona notizia’ è che sarebbe in mano alla stessa Europa cambiare le cose.
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