Immaginate un ufficio del CERN, alla periferia di Ginevra, in un martedì d’agosto del 1991. Fuori, l’Europa è in vacanza. Dentro, un ricercatore inglese di trentasei anni siede davanti a un computer nero, cubico, bellissimo e costosissimo. Digita un messaggio destinato a un forum di appassionati di ipertesti, un luogo digitale frequentato da poche centinaia di persone in tutto il pianeta. Spiega di aver costruito un sistema per collegare documenti tra computer diversi. Allega le istruzioni. Invita chiunque a partecipare.
Quel giorno, il 6 agosto 1991, Tim Berners-Lee pubblicò le informazioni sul progetto WorldWideWeb sul newsgroup alt.hypertext e invitò tutti a collaborare: in un solo messaggio, il web veniva presentato al mondo. Gli stessi file furono resi disponibili su Internet via FTP.
Non ci fu una conferenza stampa. Non ci fu un applauso. Non ci fu nemmeno una risposta immediata degna di nota. C’era solo un uomo che regalava un’idea a chiunque volesse raccoglierla, senza chiedere nulla in cambio. Trentacinque anni dopo, quel gesto è alla base di quasi tutto ciò che facciamo quando accendiamo uno schermo.
“Vago, ma promettente”
La storia era cominciata due anni prima, e con un rifiuto travestito da complimento.
Nel marzo 1989 Berners-Lee aveva messo per iscritto la sua visione in un documento intitolato “Information Management: A Proposal”. La proposta non fu accettata subito. Il suo capo dell’epoca, Mike Sendall, annotò sulla copertina due parole: “Vague, but exciting”. Vago, ma promettente.
È forse la nota a margine più famosa della storia della tecnologia. Sendall non aveva capito bene cosa avesse davanti, ma aveva capito che valeva la pena lasciar provare. Il web non fu mai un progetto ufficiale del CERN: Sendall si limitò a ritagliare per Berners-Lee un po’ di tempo, nel settembre del 1990, per lavorarci.
C’è una lezione dentro questo dettaglio, e riguarda ogni organizzazione del mondo: le rivoluzioni raramente nascono da un piano strategico. Nascono da un dirigente che, non capendo del tutto, decide comunque di fidarsi.
Il cubo nero di Steve Jobs
Il primo server web della storia non era un armadio raffreddato in un data center. Era una workstation NeXTcube, costruita dall’azienda che Steve Jobs aveva fondato dopo essere stato allontanato da Apple.
Sendall autorizzò l’acquisto di quel computer, e nell’ottobre del 1990 Berners-Lee scrisse il primo browser della storia, che in realtà era un browser e insieme un editor: si chiamava WorldWideWeb. All’epoca era l’unico modo per vedere il web. Più tardi il programma fu ribattezzato Nexus, per non confonderlo con lo spazio informativo astratto che aveva contribuito a creare.
Vale la pena fermarsi su quel dettaglio, perché racconta una filosofia che abbiamo quasi perso: il primo strumento per navigare il web era anche uno strumento per scriverlo. Leggere e pubblicare erano lo stesso gesto. La macchina originale, il NeXT su cui girava il primo sito del mondo, è ancora conservata al CERN.
I compagni di viaggio
La leggenda del genio solitario è comoda, ma imprecisa. Attorno a Berners-Lee, nei mesi successivi a quel 6 agosto, si radunò una piccola comunità. Nell’ottobre del 1991 si unì al progetto Robert Cailliau, un collega belga del CERN, che aiutò a riscrivere e a far circolare la proposta. A novembre arrivò Nicola Pellow, allora studentessa, che scrisse il browser a riga di comando, il primo strumento capace di far funzionare il web su macchine molto diverse tra loro. Nello stesso mese si aggiunse Bernd Pollermann. Entro il Natale del 1991 il sistema era dimostrabile e permetteva di accedere a file ipertestuali, indici e articoli dei newsgroup.
Nell’autunno di quell’anno il fisico Paul Kunz, dello Stanford Linear Accelerator Center, incontrò Berners-Lee e portò la notizia del web in California: entro dicembre il primo server web fuori dall’Europa era attivo a Stanford. Il contagio era cominciato, e viaggiava come viaggiano sempre le idee migliori: di persona, per entusiasmo, da un ricercatore all’altro.
La firma che valeva miliardi (e che nessuno incassò)
Poi arrivò il momento decisivo, quello che avrebbe potuto andare diversamente e cambiare la storia del mondo.
Il CERN era proprietario del codice. Avrebbe potuto brevettarlo, concederlo in licenza, monetizzarlo. Il 30 aprile 1993 firmò invece un documento in cui rinunciava a ogni diritto di proprietà intellettuale sul codice, sorgente e binario, autorizzando chiunque a usarlo, duplicarlo, modificarlo e ridistribuirlo. A firmarlo furono Walter Hoogland e Helmut Weber, allora rispettivamente direttore della ricerca e direttore dell’amministrazione del laboratorio.
Berners-Lee era convinto che tenere il web il più aperto possibile fosse l’unico modo per farlo crescere, e ha sempre attribuito a quella singola decisione il successo travolgente della sua invenzione. harvard
C’è un dettaglio quasi comico in questa vicenda: prima di regalarlo, qualcuno aveva provato a interessare le grandi aziende di software commerciale. Nessuna aveva raccolto l’invito. Il bene più prezioso mai messo in circolazione dalla ricerca pubblica europea è finito in dono all’umanità anche perché il mercato, quel giorno, non lo aveva riconosciuto.
Trentacinque anni dopo
Il primo sito web del mondo era una pagina spoglia, senza immagini, senza colori, ospitata a un indirizzo che oggi sembra un reperto archeologico: info.cern.ch. Per i primi due anni fu praticamente invisibile, perché non esistevano né motori di ricerca per trovarla né browser diffusi per navigarla. Spiegava, con la pazienza di un manuale, che cos’era il web e come costruirsene uno.
Oggi quell’invito è stato accolto da miliardi di persone. E la ricorrenza cade in un momento particolare, perché il web che Berners-Lee ha immaginato come uno spazio in cui chiunque poteva pubblicare senza chiedere il permesso a nessuno sta attraversando la sua trasformazione più profonda: le pagine non le leggiamo più solo noi, le leggono anche le macchine, che le riassumono, le rielaborano e ce le restituiscono già masticate.
C’è una domanda che vale la pena portarsi dietro, oggi. Il 6 agosto 1991 un uomo mise in circolazione un’idea senza chiedere nulla in cambio, e per farlo dovette solo convincere il suo capo e firmare una rinuncia. Quanti, nel 2026, sarebbero ancora disposti a farlo? La risposta a quella domanda deciderà che aspetto avrà il prossimo trentacinquesimo anniversario.
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