“Il movimento La Strada chiede chiarezza sul destino della Casa delle Donne comunale di Pellaro: un bene confiscato alla criminalità organizzata, interamente ristrutturato con denaro pubblico, consegnato con una cerimonia solenne l’8 marzo 2024 e, a oggi, mai entrato in funzione. Il movimento La Strada ha inserito la Casa delle Donne tra i punti del proprio programma per la città nel capitolo “Città inclusiva”, chiedendo l’istituzione di centri antiviolenza e di una Casa delle Donne con gestione qualificata e laica, oltre a programmi di prevenzione su salute e diritti e percorsi di autonomia. In quest’ottica, si ritiene doveroso ricostruire per intero questa vicenda e chiedere conto, pubblicamente, di cosa si intende fare”. Lo affermano in una nota Flavia Carricato e Maria Lucia Parisi di La Strada.
“L’idea di una Casa delle Donne a Reggio nasce attraverso la partecipazione dal basso: sulla piattaforma comunale “IoPartecipo” era stata depositata una proposta elaborata dall’UDI Reggio Calabria che immaginava, sul modello di realtà come Roma e Bologna, “un vero luogo politico e femminista, per le donne e con le donne”, che non fosse non solo uno spazio di aiuto e sostegno alle donne maltrattate, ma anche un centro di cultura, saperi ed esperienze femministe e femminili, aperto all’associazionismo”.
“L’amministrazione ha raccolto effettivamente quell’istanza traducendola in un intervento dell’iniziativa “Agenda Urbana” (nell’ambito del POR Calabria FESR/FSE 2014/2020); l’intervento prevedeva il recupero funzionale di un immobile confiscato alla ‘ndrangheta nel centro abitato di Pellaro, nei pressi della statale 106, “facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici”, per realizzare – come recita la scheda ufficiale del progetto – un centro antiviolenza, punto di riferimento stabile per le vittime di violenza fisica e psicologica, anche con figli minori. La ristrutturazione è costata circa 800 mila euro di fondi pubblici: tre piani, terrazzo, ampia corte con giardino, arredi completi, impiantistica rinnovata, pannelli fotovoltaici. Un investimento importante, che ha restituito alla collettività un bene sottratto alle mafie. Fin qui, un percorso che condividiamo e rivendichiamo come patrimonio della città”.
“Il 6 dicembre 2023, con determina della macroarea patrimonio, il Comune ha pubblicato l’avviso di selezione per l’assegnazione del bene “da adibirsi a Centro antiviolenza nel centro abitato di Pellaro”, con scadenza 18 dicembre. Dodici giorni per predisporre un progetto complesso e un piano finanziario, un tempo obiettivamente inadeguato per una procedura di questa rilevanza, che avrebbe meritato la più ampia partecipazione possibile”.
“Ma le criticità non finiscono qui, perché l’avviso prevedeva la concessione a titolo solo parzialmente gratuito: nessun canone, ma oneri condominiali, costi di gestione, utenze e manutenzione ordinaria interamente a carico del concessionario, con l’obbligo di erogare tutti i servizi gratuitamente all’utenza. Lo stesso Comune aveva messo in conto il rischio che la gara andasse deserta proprio per questa clausola. Non è andata deserta per un soffio, poiché si è presentato un solo soggetto. Con determina n. 938 del 2 marzo 2024 (le date in questa storia sono importanti, perché testimoniano i vari passaggi amministrativi) del settore patrimonio, il bene è stato assegnato con concessione quinquennale prorogabile alla Piccola Opera Papa Giovanni, realtà con esperienza consolidata nel settore, che gestisce già in città e sul territorio metropolitano il Centro Antiviolenza e Casa Rifugio “Angela Morabito”. L’8 marzo 2024, Giornata internazionale della donna, la consegna delle chiavi è avvenuta con una cerimonia pubblica alla presenza del sindaco Giuseppe Falcomatà, della prefetta Clara Vaccaro, dell’assessore Carmelo Romeo, del presidente della Piccola Opera e dei rappresentanti delle forze dell’ordine. Data simbolica, foto, dichiarazioni alla stampa: la “prima struttura pubblica per le donne in difficoltà” di Reggio Calabria era, almeno sulla carta, realtà”.
“Poco dopo la consegna, tuttavia, l’edificio appena ristrutturato ha manifestato infiltrazioni d’acqua dal tetto. Il rimedio all’incresciosa situazione, annunciato come “questione di mesi”, è diventato, come spesso accade in questa città, questione di anni. A marzo 2026 – secondo anniversario della consegna delle chiavi –, la stampa cittadina documentava che la struttura era ancora chiusa, in attesa di un ultimo sopralluogo di verifica, con l’ente gestore fermo in attesa di una chiamata del Comune. A oggi non risulta alcuna comunicazione ufficiale su una data di apertura”.
“Sono passati due 8 marzo con una Casa delle Donne comunale inaugurata e vuota. Fortunatamente, in città operano preziose strutture gestite da associazioni e Terzo Settore. Una buonissima notizia è stata, proprio all’inizio del 2026, l’inaugurazione della prima Casa delle Donne Social point della Diaconia Valdese del Sud, un luogo nato per favorire percorsi di autodeterminazione, inclusione ed empowerment, con attività di educazione sessuo-affettiva e di valorizzazione delle persone LGBTQIA+, oltre a servizi di orientamento sociosanitario e mediazione culturale. Il progetto è animato da una rete di associazioni che comprende ActionAid, Agedo Reggio Calabria, Non Una di Meno Reggio Calabria, Adexo, Emergency e Antigone Osservatorio sulla ‘ndrangheta. Uno spazio sicuro, di crescita, di socializzazione e di condivisione. Il lavoro di realtà come il Centro Antiviolenza “Angela Morabito” e la Casa delle Donne della Diaconia Valdese è fondamentale per la nostra comunità cittadina perché tutela e fornisce strumenti di emancipazione a donne esposte a diverse forme di violenza (domestica, economica, psicologica), tra cui donne con background migratorio, e interviene su situazioni di vulnerabilità, marginalità e discriminazione, tra cui quelle che colpiscono le persone LGBTQIA+”.
“Fatte salve queste straordinarie esperienze possibili grazie alla vitalità del tessuto associazionistico cittadino, resta aperta la questione della Casa delle Donne di Pellaro. Su questo punto, il movimento La Strada pone alla nuova amministrazione domande precise in merito a:
– stato dei lavori. Le infiltrazioni sono state definitivamente risolte? Chi ha eseguito i lavori di ristrutturazione e come è stato collaudato un edificio che ha manifestato difetti così gravi a pochi mesi dalla consegna? Sono state attivate le garanzie e le eventuali azioni verso le imprese esecutrici? Un’opera pubblica che si guasta appena consegnata è, potenzialmente, un danno erariale, come abbiamo sottolineato a proposito di altre strutture: in questi casi, vanno evidenziate cause e responsabilità;
– data di apertura. Quando aprirà la struttura? È importante in questo senso dare una comunicazione certa e puntuale alla cittadinanza;
– sostenibilità della struttura. Il Comune ha scelto un modello in cui il gestore sostiene tutti i costi ed eroga tutto gratuitamente. È un modello sostenibile nel tempo? L’amministrazione intende accompagnare la gestione con convenzioni, contributi, co-progettazione con il Terzo Settore, o intercettando le linee di finanziamento regionali e nazionali dedicate a centri antiviolenza e percorsi di autonomia? Una struttura pubblica di tale importanza non può reggersi solo sul volontariato e sull’eroismo gestionale di una sola associazione.
– rispetto del progetto originario. Che fine ha fatto l’anima “culturale” della Casa delle Donne immaginata dalla partecipazione civica – il luogo di protagonismo, saperi e associazionismo femminile? Verrà recuperata, o il progetto si è ridotto nel percorso?”.
“Nel nostro programma la Casa delle Donne è un impegno: abbiamo chiesto che sia caratterizzata da gestione qualificata e laica, prevenzione su salute e diritti, percorsi di autonomia, risorse certe e continuative per chi opera contro la violenza di genere. Chiediamo che in Consiglio comunale e nelle commissioni si discuta al più presto la questione, con l’audizione dell’ente gestore e degli uffici, e che venga reso pubblico un cronoprogramma vincolante di apertura, insieme a un piano di sostenibilità pluriennale. Aprire finalmente la Casa delle Donne comunale non è solo un atto dovuto, ma un impegno concreto per la sicurezza, la libertà e l’autonomia di tutte”.
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Ilaria Calabrò
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