Viaggio verso la cima del Monte Rosa


Dal fondovalle alla Capanna Margherita, ecco come sta cambiando il clima delle Alpi.

Viaggio verso la cima del Monte Rosa
(tra gli ultimi ghiacciai che resistono)
di Daniele Cat Berro
(pubblicato su lastampa.it il 17 luglio 2026

Viaggiando in autostrada da Torino alla Valle d’Aosta in un pomeriggio di questo luglio canicolare, l’attenzione è catturata dai campi di mais secchi e dai boschi ingialliti tra la piana e le colline di Ivrea. Non è la prima volta: dalla storica calura e siccità del 2003 questi scenari si sono moltiplicati (2006, 2009, 2017, 2022), e a preoccupare è proprio il loro aumento di frequenza.

Il Ghiacciaio d’Indren (Monte Rosa) provato dal caldo eccezionale di inizio estate 2026

La nostra meta è il Monte Rosa. Fa caldo anche ai 1850 metri di Stafal di Gressoney-La-Trinité, dove le acque del Lys scorrono impetuose e lattescenti di limo glaciale finissimo, prodotto dall’abrasione dei ghiacciai sulle rocce e poi trasportato a valle dalle acque di fusione. In estati così calde e secche, mentre gran parte dei fiumi europei langue tra vaste barre di sabbia e ghiaia, i corsi d’acqua alpini che attingono a bacini glacializzati sono gli unici a essere pimpanti, e lo saranno (sempre meno) finché in alto ci sarà ghiaccio da fondere: abbondanza di oggi che prelude alla scarsità di domani. Ma è sbarcando dalla funivia ai 3275 metri di Punta Indren che gli occhi ricevono il messaggio più desolante: benché l’estate 2026 sia solo a metà percorso, il Ghiacciaio d’Indren appare già spoglio e annerito dai detriti fin verso i quattromila metri, magro relitto di quel che era anche solo vent’anni fa, quando lo vidi da vicino l’ultima volta. La sua fronte, rilevata ogni anno da Paolo Piccini, operatore della Fondazione Glaciologica Italiana, e Michele Freppaz, nivologo e docente all’Università di Torino, si è ritirata di oltre quattrocento metri nell’ultimo decennio di regresso accelerato.

Il rifugio che si adatta al cambiamento climatico
Ci incamminiamo verso il rifugio Città di Mantova (www.rifugiomantova.it) attraversando la piatta lingua glaciale a cui, in questo punto, non restano che pochi anni di vita, saltando tra ruscelli e qualche residuo di neve zuppo d’acqua. Tre quarti d’ora di cammino, e alle sei di sera arriviamo a questa bella struttura d’alta quota (a 3498 metri), base per gran parte delle salite sul Monte Rosa, inaugurata nel 1984 quando il dosso su cui è fondata era ancora lambito dal Ghiacciaio del Garstelet, ora distante centinaia di metri. Di proprietà della Società delle Guide di Gressoney, il rifugio è stato ampliato e ammodernato a fine Anni Duemila con attenzione alla sostenibilità ambientale del suo funzionamento e alla resilienza di fronte ai cambiamenti climatici, tra impianti solari e fotovoltaici che garantiscono il 90 per cento del fabbisogno energetico e una vasca sotterranea da quarantamila litri per la raccolta delle acque di fusione, che però tocca captare sempre più lontano.

Arnoldo Welf, guida alpina, falegname e gestore del rifugio, montanaro verace e poliedrico il cui cognome esprime l’origine germanica delle genti walser del Rosa, racconta che a inizio estate ci si può affidare ai banchi di neve residua dell’inverno, ma poi, scomparsi questi, si deve risalire fino al ghiacciaio che sempre più si allontana: solo dieci anni fa bastavano cento metri di tubazione per intercettare l’acqua e condurla al serbatoio, oggi ne servono quattrocento. Il tramonto è surreale, non solo per l’aria troppo mite, ma anche per la densa nube di polvere sahariana che insieme all’anticiclone avvolge le Alpi ovattando l’orizzonte e impedendo di vedere creste e cime più in là di dieci chilometri, anche a queste quote dove di solito, se non c’è nebbia, l’atmosfera è trasparente.

Verso la capanna Margherita
L’indomani è ancora buio quando, alle cinque, il mio amico e compagno di cordata Luca ed io calziamo i ramponi al margine del Ghiacciaio del Garstelet e ci leghiamo, accanto a decine di altri alpinisti di ogni nazionalità. Stelle sopra, nebbie a valle. Qui la stazione meteorologica del Laboratorio di Climatologia Alpina dell’Università di Torino (labclimaalpino.it) indica che nella notte la temperatura non è scesa sotto i 6°C, situazione straordinaria a tremilaseicento metri, infatti il ghiaccio non ha smesso di fondere e l’acqua gorgoglia sotto i nostri piedi mentre ci incamminiamo.

Lentamente si fa giorno intanto che si risale il pendio ghiacciato passando accanto alla capanna Gnifetti, per poi entrare nell’ambiente maestoso del Ghiacciaio del Lys, il secondo più vasto della Valle d’Aosta dopo quello del Miage (Monte Bianco) con i suoi 9 chilometri quadrati di superficie. Obiettivo è la capanna Margherita, antico osservatorio meteorologico e rifugio più alto d’Europa sulla sommità della Punta Gnifetti 4554 m. Il risultato delle ripetute ondate di caldo di fine primavera e inizio estate è evidente: la coperta nevosa dell’ultimo inverno si è ridotta anzitempo e lascia affiorare sequenze di crepacci, per adesso ancora ben attraversabili – ora su ponti di neve, ora saltandoli – ma con davanti ancora diverse settimane d’estate è immaginabile che le condizioni per l’ascensione, di solito facile, divengano più problematiche.

Qua e là affiora lo strato di neve colorato di ocra dai depositi di polvere sahariana – tra i più appariscenti da decenni – avvenuti con le grandi nevicate di marzo 2024, segno che l’accumulo di neve dei due anni successivi è stato ormai vanificato malgrado la quota vicina a quattromila metri. Proprio quella tinta giallastra incrementa l’assorbimento di radiazione solare da parte della superficie della neve, accelerandone la fusione. I raggi del sole, sorto da poco, ci raggiungono sull’ampia spianata del Colle del Lys, sella di frontiera con la Svizzera a 4255 metri da cui finalmente appaiono le sommità più elevate del Monte Rosa, inclusa la “nostra” Gnifetti.

Proprio qui, tre anni fa, nell’ottobre 2023, gli scienziati del progetto “Ice Memory” prelevarono in parallelo due “carote” di ghiaccio da 106 metri ciascuna giungendo a sfiorare il basamento roccioso sottostante, la cui analisi amplierà le conoscenze di dettaglio del clima e dell’ambiente d’alta quota degli ultimi due secoli: una corsa contro il tempo per salvare la memoria climatica contenuta nei ghiacciai più elevati delle diverse catene montuose del mondo, prima che scompaia o venga degradata dalla penetrazione di acqua liquida di fusione, come già sta avvenendo in molti luoghi anche d’alta quota. Una di queste carote di ghiaccio troverà posto nel gelido caveau dell’Ice Memory Sanctuary in Antartide, al sicuro dallo scongelamento (a -50°C naturali senza bisogno di impianti refrigeranti) e a disposizione di futuri scienziati che potranno analizzarla con tecniche ancora più evolute di quelle attuali.

Ice Memory, salvare la memoria del clima
Il cielo è sereno e la polvere desertica nell’aria si è diradata concedendo vedute grandiose sull’alto circo del Grenzgletscher che ci accingiamo ad attraversare. Qui si entra in un vero e proprio scrigno di ghiaccio, un luogo di somma bellezza che nelle Alpi europee trova confronto, nel suo genere, forse solo nelle spalle glaciali più elevate del Monte Bianco e che – almeno finora – è stato relativamente risparmiato dagli effetti più deleteri del riscaldamento atmosferico. Infatti a queste quote tra 4200 e 4500 metri, malgrado un aumento di temperatura che sull’arco alpino ammonta a circa 3°C nell’ultimo secolo, l’accumulo di neve e ghiaccio prevale ancora rispetto alla fusione, a differenza dei settori dei ghiacciai sotto i 3500 metri, in totale disequilibrio climatico e in rapido collasso (non a caso, lo stesso Lys nell’ultimo decennio ha perso la sua grande lingua frontale, trasformata in un lago a 2400 metri).

Con me ho la riproduzione di alcune fotografie d’archivio scattate circa un secolo fa: anche qui lo spessore di ghiaccio è diminuito, sui fianchi sia della Punta Gnifetti sia – in modo più vistoso – del Lyskamm orientale, lasciando emergere alcuni nuovi affioramenti rocciosi, ma è poca cosa rispetto al tracollo subito più a valle. Anche la Roccia della Scoperta 4168 m, raggiunta nel 1778 da un gruppo di giovani gressonari alla ricerca della “valle perduta” dai loro antenati d’oltralpe, non si è ampliata più di tanto, dall’epoca. Ma non c’è molto da illudersi, poiché queste condizioni relativamente favorevoli riguardano solo una frazione minima della criosfera alpina.

Tuttavia, camminando lungo la pista ben tracciata verso la vetta in uno scenario che ricorda gli ambienti polari, ho provato sollievo nel pensare che almeno questo ben di dio possa sopravvivere più a lungo, tra gli ultimi lembi in Europa, al nuovo clima del mondo-serra. Il mal di montagna che temevo non si è presentato, forse grazie alla pressione atmosferica elevatissima rispetto al solito in alta quota, all’interno del potente anticiclone che ha fatto sì che a 4500 metri la densità dell’aria fosse quella che d’abitudine si trova duecento metri più in basso in una giornata d’estate. Così alle 8.30 siamo felicemente in vetta. La temperatura è sopra zero anche qui, la stazione meteorologica Arpa Piemonte fermamente fissata al tetto della Capanna segna 2°C, la minima della notte è stata di appena -2,5°C e la massima toccherà i 4°C nel primo pomeriggio, valori quasi 5°C sopra la norma di luglio. Qualche sbuffo di vento da Ponente non riesce a rendere minimamente inclemente l’atmosfera e, senza bisogno di guanti, ci togliamo i ramponi ed entriamo a goderci un’ora di vita nel rifugio più alto d’Europa. L’ambiente è accogliente, conviviale, sereno. «Avete mai visto piovere, qui?», chiedo a uno dei giovani custodi. «Proprio pioggia non ancora, a volte neve frammista o bagnata che fonde appena cade. Ma ci arriveremo». I custodi del più estremo avamposto umano delle Alpi sono ben consapevoli che anche, e soprattutto, qui il clima sta cambiando e cambierà. E’ ora di scendere.

L’ultimo grande ghiaccio del Monte Rosa
Rientrando, una piccola deviazione alla vasta sella del Colle Gnifetti 4452 m ci permette di osservare da vicino uno dei più importanti siti di perforazione glaciale dell’arco alpino, dove da mezzo secolo si svolgono ricerche su temperature e memoria climatica della neve e del ghiaccio. A differenza del vicino Colle del Lys, l’intensa asportazione della neve da parte del vento determina accumuli nevosi annui molto sottili, tanto che l’intera coltre glaciale spessa un centinaio di metri conserva strati vecchi di quasi ventimila anni; è una situazione molto rara sulle Alpi e particolarmente favorevole alle indagini paleoclimatologiche, data anche la presenza di neve vecchia (firn) e ghiaccio “freddi”, ovvero a molti gradi sotto zero e lontani dalla fusione, limitata agli strati di neve più superficiali per pochi giorni all’anno.

Tra le numerose campagne di perforazione, oltre a quelle del 1995-1996 cui partecipò l’Università degli Studi di Milano, di recente figura quella condotta nel 2021 dal team Ice Memory – Paul Scherrer Institut. A proposito di polvere sahariana, uno studio guidato proprio da ricercatori di questo istituto elvetico (articolo “Rising dust pollution across Europe in a changing climate”, appena pubblicato su Nature) ha constatato come nella neve e nel ghiaccio del Colle Gnifetti i depositi di particolato desertico siano più che raddoppiati (+110%) nell’ultimo paio di secoli. Qui è installata una moderna e completa stazione meteorologica dell’Università di Friburgo, i cui ricercatori stanno lavorando soprattutto alla modellizzazione dello stato termico del ghiacciaio, che alla profondità di 20 metri dal 1991 a oggi si è riscaldato di 1,5°C pur mantenendo temperature ampiamente negative intorno a -10°C; gli scienziati sorvegliano una situazione che potrebbe preludere a una futura transizione, anche a 4500 metri, da ghiaccio “freddo” a “temperato” (vicino a 0°C).

La discesa e il nuovo clima della montagna
Il sole è ormai alto a metà mattinata e il caldo si fa sentire, tanto che, rientrando, dal Colle del Lys in giù si sprofonda nella neve bagnata nonostante la quota di quattromila metri. Scendiamo pertanto rapidamente, prima che i ponti di neve sui crepacci rischino di cedere sotto il nostro peso. A mezzogiorno il ghiacciaio del Garstelet, ormai grigio e scoperto, fa acqua da tutte le parti mentre ne raggiungiamo la fronte e ci accingiamo a slegarci e a levarci i ramponi. Tornati al rifugio e alla stazione della funivia, proviamo sollievo nell’essere avvolti da sbuffi di nebbia sospinti dalla brezza di valle, che ci evitano di arrostire nelle ore più calde dell’ennesima giornata canicolare. Bizzarro, no? Tempo fa, in alta quota, speravi al contrario in un raggio di sole per non patire il freddo, pure in piena estate. Oltre che dai dati scientifici, anche da questo si capisce quanto il clima di montagna sia cambiato.


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