Giuseppe Mitta – GognaBlog


È questo il ritratto del mio primo maestro in montagna, lui diciassette anni, io sedici non compiuti.

Giuseppe Mitta
di Giancarlo Bregani
(pubblicato sulla pagina fb Federazione Montanari il 25 giugno 2026)
(tratto da C’è sempre per ognuno una Montagna di Giancarlo Bregani, premio Maria Brunaccini letteratura di montagna 1967)

Giuseppe, un metro e sessanta di statura, centodieci di torace, un fisico indistruttibile, un cuore d’oro puro, di professione Guida alpina.

È questo il ritratto del mio primo maestro in montagna, lui diciassette anni, io sedici non compiuti. Ma, tra noi due, almeno un decennio di differenza. La sua vita è incominciata non appena le gambe hanno saputo reggerlo sotto un carico; la mia, secondo lo schema classico del cittadino che va a scuola, ginnasio, liceo.

Giuseppe, un metro e sessanta di statura, due polmoni incredibili ed una forza spaventosa.

Giuseppe Pin Mitta, di Torre Santa Maria (SO)

Diventammo ben presto amici ed egli mi insegnò i primi rudimenti dell’arte di arrampicare, mi caricò di pesi, mi fece correre su e giù per sentieri, ghiaioni, nevai, mi confidò alcuni segreti della montagna. Imparai non solo ad andare in montagna, ma anche a conoscerlo, a conoscere la sua vita.

Aveva diciassette anni e lavorava duramente, sia quando portava cordate sulle diverse cime sia quando non doveva arrampicare. Aveva diciassette anni e dormiva sei ore al massimo per notte. Il resto della giornata era fatica, sudore, lavoro, carichi da portare fin lassù dal paese, legna da spaccare, tetto da riparare, sentieri da sistemare, bestiame da accudire, acqua da andare a prendere, gente inesperta da accompagnare in gita o in ascensione e rischiare la tua vita perché la loro resti integra. Aveva diciassette anni e gioiva di un momento di pausa durante il quale poteva parlare con noi ed ascoltare episodi della vita cittadina.

Diceva: tra qualche anno andrò militare ed allora sì che potrò godermi il mondo fuori della valle. Aveva diciassette anni ed erano ancora in sei in famiglia, ma quattro eran donne ed il padre, famosa guida, già accusava il peso degli anni e di una vita ancor più grama della sua. Era quindi lui l’uomo su cui gravavano i lavori più duri. E non che le donne guardassero lavorare. Aveva diciassette anni, poi ne ebbe diciotto, diciannove, venti. Ma la sua vita era sempre quella.

All’inizio gliela invidiai, quella vita, sempre in montagna; gli invidiai la possibilità di scalare quelle montagne che io avevo appena conosciuto. Per me Giuseppe era un fortunato. Quella stessa notte che lo conobbi, allorché lo svegliarono poco prima dell’alba, dovendo partire per il Disgrazia con alcuni clienti, lo sentii chiedere: «Com’è il tempo». Gli dissero che era splendido. Rispose peccato, speravo piovesse. Non riuscii a capirlo. Era quella la diciannovesima volta consecutiva che ripeteva le stesse cose, ma ogni volta con persone diverse, quasi sempre sconosciute. Alzarsi a notte fonda, accendere il fuoco, preparare qualcosa di caldo per i clienti, prendere lo zaino facendo attenzione che non manchi nulla, partire, per nove, dieci ore andare su per ghiacciaio, cresta, parete, arrivare in vetta, fermarsi, indicare ogni punto del panorama, scendere, tornare al rifugio, prendere i pochi soldi della tariffa, cinquemila lire, accompagnare a volte i clienti ad un altro rifugio, quello più a valle e allora caricarsi di coperte, di viveri, di legna al viaggio di ritorno, per non fare un viaggio inutile, ed arrivare nuovamente al rifugio prima di notte per ricominciare daccapo il giorno appresso.

Io che lo invidiavo non compresi allora perché fosse così poco entusiasta del suo lavoro. Negli anni successivi, quando ormai la Montagna mi aveva preso e pervaso, ebbi occasione di vivere molto più a lungo accanto a lui e capii allora cos’era la vita di una guida alpina, cos’era la sua professione in una zona aspra, dove la mondanità non era di casa come poteva essere a Cervinia, a Courmayeur o a Cortina d’Ampezzo. .

Giuseppe appartiene alla schiera delle guide alpine che non hanno potuto godere dei vantaggi del progresso poiché il progresso non ha ancora scelto la loro zona; perché i mezzi meccanici di risalita non hanno ancora invaso le loro montagne trasformandole in centri estivi e invernali attrezzati e alla moda; perché non hanno avuto modo di trasformarsi in guide turistiche o maestri di sci «à la page».

S’affollano i ricordi e si confondono nel tempo. Ricordo quando venne su dal paese, poco più che ventenne, milletrecento metri di dislivello su un sentiero aspro, portando sulla schiena, sulla nuca china, una enorme cucina economica di ferro e ghisa, novanta chili secchi secchi e un ingombro impressionante. Venne su in cinque ore, quando il tempo normale, per noi, poco carichi, era di circa tre ore e mezza. Venne su in cinque ore non potendo mai fermarsi e riposare: non aveva con sé alcuno che potesse poi aiutarlo a ricaricare la stufa sulle spalle. Continuò così a camminare, passo dopo passo, teso, duro ed ingrugnito. Lo stavamo aspettando e lo aiutammo a scaricare la stufa ed a portarla nella cucina del rifugio. Grondava sudore da ogni parte, povero Giuseppe. Si buttò sull’erba appena fuori il rifugio, disse, «sono un po’ stanco», e si addormentò.

Nel tardo pomeriggio arrivarono tre persone che volevano «fare» il Monte Disgrazia per la via normale. Giuseppe rivestì i panni della guida, prese i suoi arnesi, si caricò dello zaino con i viveri e tutto quanto e, tanto per non fare un viaggio a vuoto, si mise sulle spalle anche due materassi destinati al rifugio piccolo lassù ai quasi tremila metri del Passo di Cornarossa, e se ne andò, con i suoi clienti. Per quella giornata, altre due ore sane di cammino con cinquanta chili sulle spalle. Quando si discusse con lui il problema del trasporto della famosa cucina economica, affermò che non esistevano difficoltà:

L’importante era «mettersela bene sulla schiena». E così fu.

Lo ricordo durante le ascensioni che facemmo assieme. Aveva il piede sicuro, un senso dell’equilibrio incredibile, perfino in valle era rinomato per questo. Godeva nel prendermi in giro quando scendevo per certi paretini poco inclinati usando le mani per appoggio. Lui scendeva fronte al vuoto, lasciandosi quasi scivolare sui chiodi delle sue antiche scarpe ferrate. Mise le prime «Vibram» solo dopo la naja alpina e perché il suo capitano gli regalò un paio di scarponi degni di tale nome. Conservò per anni nel portafoglio un biglietto di banca da cinquecento lire, anche questo un premio del suo comandante, non so più per quale motivo. Quelle cinquecento lire, valevano più di una medaglia d’oro, e non le spese mai, neppure nei momenti più duri, anche se, con quelle, avrebbe potuto comprarsi tre pacchetti di tabacco per arrotolarsi le sue pestifere sigarette.

Giuseppe un metro e sessanta di statura, centodieci di torace, un cuore grande così, che rappresenta tutto ciò che fu la mia vita in montagna tanti anni fa.


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