Il memoir è il genere centrale nella vita pubblica di JD Vance, vicepresidente e storyteller di se stesso che nella prima ondata trumpiana è emerso dall’anonimato con un bestseller sulla sua dolente saga familiare tra fentanyl e fucili nella disperazione appalachiana e ora, da vicepresidente che ha nel mirino la Casa Bianca nel 2028, propone un nuovo capitolo, che racconta qualcosa della sua vita interiore. L’insistenza memorialistica fa di lui un incorreggibile millennial che oppone la sua dirompente storia personale alle regole del vecchio mondo dei boomer, anche se evidentemente il sequel è parte di una più chiara opera di costruzione della sua campagna elettorale.
Il “ritorno” di Vance alla fede cristiana
In Elegia americana ha raccontato tragedia e nobiltà di una vita, la sua, che tendeva a coincidere perfettamente con l’immagine del tipico elettore trumpiano, dimenticato dall’establishment che si occupava soprattutto di pronomi e arcobaleni e abbandonato dal Partito democratico che in un tempo lontano aveva promesso di mettere al centro del suo mondo la working class, e invece si è dedicato a picchettare il campo delle opinioni accettabili. In Communion. Finding My Way Back to Faith Vance ha deciso di raccontare il suo “ritorno” – non si tratta di una conversione in senso stretto – alla fede cristiana dei suoi nonni e della sua tribù di origine scoto-irlandese, con approdo finale però nel cattolicesimo romano, punto di oggettività sacramentale nell’oceano instabile delle denominazioni protestanti.

Communion è un dipinto impressionistico pieno di pennellate interessanti, ma quando si fa un passo indietro per capire qualcosa del quadro non si riesce ad afferrare un’immagine chiara. Il buzzurro di successo diventato vicepresidente salta da un aneddoto all’altro curandosi attentamente di non dare una forma definitiva ai pensieri. Un esempio. Un giovane amico di famiglia, che gli ricorda molto se stesso alla sua età, gli fa una confidenza: «Credo ancora in Dio. Ma non penso che abbia alcuna rilevanza per la mia vita ora».
È una versione dell’ipermoderna confessione di ateismo pratico che il filosofo Cornelio Fabro ha sintetizzato nella formula «Dio, se c’è, non c’entra». Di fronte al grido per una divinità formalmente riconosciuta ma esistenzialmente irrilevante, Vance non ha nulla da dire, e infatti tace, con il pretesto di evitare al giovane amico un’altra di quelle «trite rassicurazioni» da parte degli adulti che avrebbero «confermato i suoi sospetti peggiori sulla sua fede». E si passa alla pennellata successiva.
La conversione “agostiniana”
L’autore insiste poi sul carattere agostiniano della sua vicenda di conversione, con varie digressioni sulla vana ricerca dei piaceri effimeri di questo mondo nell’imprevisto passaggio dalla povertà delle origini alla scuola di legge di Yale, poi alla Silicon Valley e in politica. «Avevo tutte le conferme dall’esterno che chiunque avrebbe voluto, eppure trovavo questo mondo insoddisfacente. Ed era insoddisfacente perché non era in grado di rispondere alle grandi domande, e sembrava essere concepito per distrarre da queste oppure per rimpiazzare i normali desideri di un’anima sana con qualcos’altro», scrive Vance, che nei fatti mette sotto accusa l’intera modernità e il suo sistema di illusioni e surrogati per riempire il vuoto desiderante che c’è dentro ogni anima.
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L’ironia, per così dire, è che la storia di Vance non è una vicenda di abbandono delle cose effimere del mondo, non è il radicale rifiuto di ciò che non soddisfa, ma a conti fatti è un battesimo della mondanità che può essere buona e perfino cristiana, ma soltanto se è lui ad abitarla e a darle forma. Il mondo moderno raccontato in Communion è allo stesso tempo radicalmente incompatibile con l’ideale cristiano e perfettamente piegabile a questo se il soggetto che l’attraversa è sufficientemente retto e verecondo da non soccombere di fronte al gioco di specchi del moderno.
L’autore conserva quel briciolo di pudore che gli impedisce di proclamarsi apertamente più forte delle tentazioni di questo mondo, ma il sottotesto di Communion, che spesso parla più forte e chiaramente del testo, certifica che l’individuo che scrive ha la stoffa per sporcarsi con le faccende del mondo, conservando però una certa purezza.


Galeotto fu il desiderio mimetico
Vance dà al suo percorso personale anche una lettura girardiana. Il filosofo francese René Girard è una figura decisiva nella vicenda della sua conversione, come ha raccontato innumerevoli volte. Inizia a prendere sul serio la religione quando sente una conferenza di Peter Thiel a proposito di Girard, che era stato suo professore e poi amico dagli anni Ottanta a Stanford; questo collegamento crea un sodalizio politico-professionale con Thiel, che gli darà un lavoro nella Silicon Valley e poi sosterrà la sua ascesa politica, ma accende anche la scintilla di una rilettura girardiana della sua intera esperienza umana.
In particolare, Vance racconta che è stata la teoria del desiderio mimetico – secondo la quale le persone tendono a competere per le cose che vogliono gli altri – ad aprirgli gli occhi sul modo in cui ha condotto la prima parte della sua carriera: «Volevo un lavoro da assistente alla Corte suprema perché è quello che gli altri volevano. Volevo un lavoro in un prestigioso studio di avvocati perché è quello che gli altri volevano». Il pensiero di Girard offre un vocabolario concettuale per descrivere il sistema di pressioni e aspettative in cui viveva a Yale, un mondo così distante da quello della sua infanzia, pieno di ferite e povertà ma umanamente più autentico e perciò meglio equipaggiato per resistere alle leggi del desiderio mimetico.
Il fatto curioso è che la decisione di entrare in politica, di candidarsi al Senato, di conformarsi con zelo cortigiano agli ordini di Donald Trump, dopo averlo notoriamente definito una specie di Hitler, tanto da presentarsi come suo scudiero e difensore di cause fino a un attimo prima detestate (su tutte la guerra in Iran) non è spiegata con la pressione mimetica. Incredibilmente, Vance non è diventato il secondo uomo più potente d’America e il primo solleticatore dell’ego di Trump perché ha seguito la legge del desiderio altrui, ma per qualche più alta e nobile vocazione, che però questo libro non rivela con precisione.


Il linguaggio giusto
Communion è anche un testo molto educato e perbene, e non è un dettaglio. Elegia americana era scritto nella lingua ruvida e popolare del suo clan del Kentucky e dell’Ohio, e quel capitolo della costruzione dell’identità pubblica si nutriva della dirompente scorrettezza del linguaggio. Doveva mettere una distanza dall’élite e avvicinarsi al popolo, e per farlo parlava con il vocabolario irripetibile di Mamaw – la nonna che lo cresce e lo salva – che una volta, per capire se aveva inclinazioni sessuali particolari, gli chiede se per caso gli piace «succhiare cazzi».
Communion è tutto levigato e controllato, senza sbavature, il registro è sorvegliatissimo e si conclude con un «amen». Sono mutate le esigenze: prima era necessario spaccare i legami con un mondo falso e perbene, ora è necessario costruire una coalizione di sensibilità in cui figurano anche i pruriginosi e gli offesi, i puritani e i conformisti.
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Il tono ecumenico di JD Vance
Le ambizioni presidenziali di Vance sono troppo urgenti per non indurlo a un tono ecumenico in cui un po’ tutto si tiene. Si è molto discusso dell’immagine di copertina, che ritrae una chiesa metodista, ma la scelta iconografica di rappresentare una chiesa evidentemente americana e protestante offre un anticipo di quelle rassicurazioni che Vance si premura di distribuire lungo tutto il racconto. Certo, lui è cattolico romano, ma si trova a meraviglia nelle megachurch evangeliche, fra i battisti del Sud, ama il christian rock e il gospel, i sermoni e le adunate, conosce e apprezza la lingua del televangelismo e, insomma, fa capire che è un cristiano americano per tutte le stagioni, i cristiano-nazionalisti protestanti che hanno votato in massa per Trump non devono farsi spaventare dal suo papismo.
Anche Thiel, in uno dei tanti pezzi trapelati dai dibattiti a margine delle sue lezioni sull’Anticristo, ha espresso una certa preoccupazione per la subordinazione del “suo” vicepresidente a un papa che vuole addirittura regolamentare l’industria dell’intelligenza artificiale, e nel libro Vance sembra voler affrontare e risolvere questa preoccupazione.


Cattolico con distinguo
È esemplare il modo in cui riferisce del suo incontro con papa Francesco, il giorno prima della sua morte. Il vicepresidente ha parole affettuose per il Pontefice, di cui apprezzava la schiettezza anche nei disaccordi, ma la parte principale del racconto è dedicata a descrivere il senso di fastidio durante la visita nei confronti della gerarchia vaticana, descritta come una specie di orda di burocrati dell’Onu che oppongono ai suoi ragionevoli discorsi politici delle «trite banalità» e vuoti «cliché» per evitare di prendere posizione.
È del resto la stessa persona che ha invitato Leone XIV a usare cautela quando parla di teologia e ha spiegato a Roma che sull’immigrazione dovrebbero forse rileggere Tommaso d’Aquino, che in certi passi dava ragione a Trump. Nel volume dedicato alla comunione, Vance si presenta perciò come un tipo di cattolico particolare. Per lui, Cristo va benissimo, il suo vicario dipende dalle circostanze, la gerarchia è un’appendice burocratica inutile, se non dannosa.
La preferenza è una cosa seria.
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Mattia Ferraresi
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