Una lingua morta ancora viva . Il latino ci offre l’humanitas e ci arricchisce come persone



Il latino è morto. È questo l’incipit – tanto per restare in tema – di Latin lover. Come una lingua di duemila anni fa può migliorare la tua vita nel XXI secolo, il saggio di Daniele Michienzi pubblicato da Blackie edizioni. Un cazzotto nello stomaco che però si trasforma lentamente in una carezza. Perché, spiega l’autore, se una lingua è morta, non per questo risulta meno interessante. Anzi, il latino è “la lingua morta più viva che ci sia”. E in effetti, Michienzi, docente di italiano e latino al liceo Tito Livio di Milano e creatore della pagina Instagram Loquendum, crede davvero a quel che scrive. Tanto da aver tradotto le hit di Sanremo nella lingua di Cicerone e immaginato una serie di colloquia con i personaggi più celebri dell’antichità, romana e non solo, regalandoci il biglietto d’ingresso di uno spettacolo straordinario. E allora, come direbbe Apuleio: “Lector, intende! Laetaberis” (Lettore, a me gli occhi! Ti divertirai).

Professor Michienzi, il latino è davvero morto? “Tecnicamente sì, perché non esistono più parlanti nativi. Ma la sua impronta è ovunque: non solo nelle lingue romanze, ma anche nel lessico dell’inglese. Termini che usiamo ogni giorno, come sponsor o computer, hanno radici latine profonde. Il latino è stata anche la lingua della fede, della scienza e della filosofia per secoli, accompagnando tutta la cultura occidentale”.

E può migliorare la vita? “Sì. Poiché viviamo in una società ossessionata dal profitto e dalla velocità, il latino ci offre l’humanitas, un ideale che ci arricchisce come persone e ci riconnette alle nostre radici. Conoscere il latino ci dà un superpotere: scoprire il significato originario delle parole. Ma ci aiuta anche a ritrovare gli archetipi della nostra cultura e a imparare dagli errori commessi dai nostri antenati”.

Cosa l’ha spinta a tradurre in latino le hit di Sanremo? “La cosa è nata per gioco, poi si è trasformata in un’attività didattica per i miei studenti. E in effetti, la risposta dei ragazzi è stata molto positiva. La risonanza mediatica di questa iniziativa è stata altrettanto notevole e mi ha permesso di trasformare la mia pagina Instagram, Loquendum, in una piattaforma divulgativa”.

Si definirebbe un influencer? “No, niente affatto. Anche perché separo nettamente il mio lavoro in classe dalla mia attività sui social; non parlo mai dei miei studenti né creo video mentre lavoro, cosa che peraltro sarebbe vietata. Il mio target online non sono i ragazzi a cui insegno ma gli universitari, e soprattutto gli adulti incuriositi dal mondo antico che magari non hanno mai studiato il latino”.

Oggi il latino si insegna al liceo. Lo si fa nel modo giusto? “Nel mio libro spiego che in Italia l’insegnamento del latino è ancora molto legato al metodo “prussiano” o grammaticale-traduttivo nato nell’Ottocento, che nasceva in un contesto in cui si confrontavano le lingue per scoprirne le origini comuni, ma ora tratta la lingua come un cadavere da dissezionare parola per parola. Con risultati poco soddisfacenti, salvo eccezioni. È assurdo che dopo cinque anni di liceo molti studenti sappiano magari a memoria il paradigma di un verbo ma non capiscano il senso di una semplice frase senza dover cercare ogni parola nel dizionario. Per questo credo che il latino non debba essere visto dai docenti solo come una “palestra di logica”; se fosse solo questo, converrebbe studiare lingue come il cinese o il giapponese, che richiedono uno sforzo logico maggiore”.

E allora che si fa? “La soluzione può essere un approccio più induttivo-contestuale: si affrontano sempre gli argomenti grammaticali, ovviamente, ma con un focus maggiore sulla comprensione del testo, con un uso più parco del dizionario. Il fine primario dello studio del latino deve essere l’accesso alla letteratura che, come dicevo prima, promuove l’humanitas, quell’ideale ciceroniano di matrice greca che vede la cultura come qualcosa che arricchisce l’individuo rendendolo pienamente umano”.

Nel saggio ci sono diversi colloquia immaginari con celebri personaggi dell’antichità: quale di questi è stato più bello “intervistare”? “Mi è piaciuto molto dare voce alle donne dell’antica Roma, che di solito ci vengono raccontate solo attraverso lo sguardo degli uomini. Pensiamo per esempio a Lesbia, l’amore celeberrimo del poeta Catullo: nella Pro Caelio, Cicerone la dipinge come una donna di facili costumi. Nel dialogo che ho immaginato con lei, Lesbia si lamenta del fatto che per criticare una donna si debba sempre ricorrere a insulti sessuali, ricordando che in realtà era una donna influente e che lo stesso Cicerone la chiamava “regina” nelle sue lettere. Ho incluso anche personaggi di epoche successive come Newton, Sant’Agostino, Marinetti e Pascoli per mostrare la persistenza del latino come base della nostra cultura”.

Altro tema del saggio è quello legato al dissing. I romani erano bravi a dissare? “Altroché, erano dei veri e propri maestri. Catullo scriveva poesie violentissime per prendere in giro amici e avversari amorosi; il poeta Nevio finì addirittura in carcere per aver preso in giro, con i suoi versi caustici, l’influente famiglia dei Metelli. Lo stesso Seneca scrisse l’Apocolocyntosis per mettere alla berlina l’imperatore Claudio”.

L’inglese è il latino della contemporaneità? “In un certo senso sì. L’inglese ha conquistato l’Occidente in modo quasi imperialistico, così come il latino divenne secoli fa la lingua ufficiale dell’Impero. Anche se non veniva imposto con la forza nelle province, conoscere il latino offriva ai sudditi enormi vantaggi pratici, legali e commerciali. Oggi non conoscere l’inglese significa essere tagliati fuori dalla tecnologia e dal mondo del lavoro”.

Chi è stato il primo latin lover della storia? “Senza dubbio Petrarca. Nel XIV secolo collezionava manoscritti antichi come fossero Pokémon e arrivò a scrivere lettere stizzite a Cicerone, ovviamente in latino, rimproverandogli la sua incoerenza”.

E il primo influencer? “A mio avviso Apuleio, l’autore che raccontò nelle sue Metamorfosi la celebre favola di Amore e Psiche: girava le città come un moderno conferenziere dei TED Talks parlando di tutto: magia, geometria, filosofia, religione. Diventò così famoso che a Cartagine gli dedicarono persino una statua”.


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