Il curatore indipendente Samuele Piazza (Parma, 1988), dopo dieci anni di esperienza in OGR a Torino, approda al Museo Madre di Napoli con la mostra Living Collapse, progetto co-vincitore, a parimerito con quello di Gabriella Rebello Kolandra, della prima edizione del Premio Meridiana, che curato da Mario Francesco Simeone e promosso dal Museo, dagli Amici del Madre ETS, con il sostegno di Antony Morato e Fondazione Tridama ETS, nasce per valorizzare la ricerca curatoriale e artistica emergente in Campania e nel Sud Italia.

“Il progetto Living Collapse”, ha spiegato Samuele Piazza “coinvolgendo tre artisti partenopei, Andrea Bolognino (Napoli, 1991), Effe Minelli (Pompei, 1986) e Raffaela Naldi Rossano (Napoli, 1990), reinterpreta la tradizione del presepe napoletano come struttura di immaginazione ancora attiva nel presente”; così, per approfondire ne abbiamo parlato direttamente con lui.

Living Collapse, a cura di Samuele Piazza. Installation view, Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre, Napoli. Ph: Amedeo Benestante

Intervista a Samuele Piazza, curatore co-vincitore della I edizione del Premio Meridiana a Napoli

Partiamo dal titolo che evoca una condizione di crisi ma anche di trasformazione. Perché lo hai scelto come chiave di lettura della mostra?
Quando è uscito il bando, con tema ispirato alla citazione di Elio Vittorini “Ogni cosa è tutte le cose”, ho pensato di partire dal presepe in quanto paesaggio in decadenza. Da tempo sono focalizzato sul tema delle rovine, intese non solo in termini di reperti antichi ma come elementi da riconsiderare. E, prendendo spunto dal concetto di “rovine a rovescio” teorizzato dall’artista americano Robert Smithson nel saggio Tour of the Monuments of Passaic, New Jersey, 1967, in cui sostiene che le opere d’arte oggi nascano come rovine, ho formulato il titolo.

Cosa ti ha fatto intuire che il presepe potesse diventare uno strumento efficace per raccontare il presente e non soltanto il passato?
Per quanto sia il portato di una tradizione locale e storicizzata, il presepe rappresenta uno spaccato di mondo nella sua complessità, affrontando tematiche universali. Penso che incarni un’idea di rinnovamento, oltre che in chiave religiosa, anche umana, come se fosse un invito al risveglio; a rendersi conto che i modelli produttivi novecenteschi hanno fallito e che adesso viviamo in una situazione di “rovina” ideologica, sociale, ecologica, da cui dobbiamo necessariamente uscire, ricostruendo. In quest’ottica il concetto di rovina non rappresenta solo un fallimento ma una possibilità. Come suggeriva Smithson, a livello ontologico le rovine costituiscono un terreno fertile di crescita in quanto custodi di memorie e influenze che possono aiutarci a guardare presente e futuro in maniera più completa.

Uno degli aspetti più interessanti del progetto è il dialogo tra il Presepio di Jimmie Durham, il presepe tradizionale di Giuseppe Ercolano e le opere site specific…
Fin dall’inizio avevo chiaro di voler dedicare a ciascun artista una sala – occasione rara nei musei italiani per i giovani; tuttavia, nello stesso tempo volevo introdurre il progetto con un ambiente corale ed esplicativo. Così, ho messo in relazione i tre artisti con il Presepio, 2016, di Jimmie Durham (Houston, 1940 – Berlino, 2021) in collezione del Museo, e un presepe tradizionale di Giuseppe Ercolano. Dove il primo è opera di un artista non religioso, di cultura completamente diversa, quindi, in grado di cogliere aspetti del tema generalmente dati per scontati. Mentre, il presepe del maestro sorrentino, incarnando a pieno la tradizione ancora viva, esposto negli spazi del museo – dunque decontestualizzato rispetto all’ambiente domestico per cui è concepito – sprigiona una grande potenza espressiva, rivelando caratteristiche scultoree solitamente appannate dall’allure di folclore e religiosità di cui è ammantato. Diciamo che ho voluto mettere in relazione molteplici interpretazioni della contemporaneità per innescare una serie di riflessioni che, per quanto diverse, possono coesistere parallelamente.

Qual è stato il filo conduttore che ti ha portato a riunire Andrea Bolognino, Effe Minelli e Raffaela Naldi Rossano, tre artisti molto diversi tra loro?
Li ho selezionati dopo una lunga ricerca, per la maturità delle loro pratica e la genuina adesione alle tematiche che volevo affrontare. La poetica di Raffaela Naldi Rossano (Napoli, 1990), con cui avevo già collaborato in OGR, ruota intorno a una lettura generativa delle rovine, come dimostra il suo stesso studio situato nella ex casa della nonna, a lungo disabitata, e oggi sospesa in una condizione liminale che tiene traccia di tutte le vite che l’hanno attraversata. Per la mostra siamo partiti da lì, portando al Madre il suo spazio inteso come luogo di ridefinizione dell’identità, in linea con quanto avviene nel presepe, in cui molti personaggi sono definiti dagli ambienti che abitano.

Nella mostra ricorrono tensioni tra umano e non umano, ordine e proliferazione, presenti sulla scena artistica internazionale: secondo te assumono una specificità nel contesto napoletano?
Assolutamente sì, penso che il presepe condensi a pieno queste ambivalenze e che la relazione diretta con la morte a Napoli sia da sempre molto sentita, come dimostra la storia dell’arte. In mostra tale sentimento è esplicito nell’installazione di Effe Minelli. Opera con cui la morte entra nel museo cavalcando un essere ibrido e grottesco, in una sala rivestita di specchi, attaccando direttamente il pubblico contro cui scaglia una spada che poi si ritrova conficcata nella parete. Un’installazione che inevitabilmente fa riflettere sul rapporto che ognuno ha con la morte, anche in relazione al modo in cui viene raccontata – e banalizzata – dai media, implicitamente richiamato dalla componente amaramente ironica e farsesca che, senza sminuirne la carica violenta, associa il lavoro a un macabro carillon.

Poi emerge l’ambivalenza tra costruzione e rovina, in uno scenario quasi distopico o post apocalittico…
Esatto, dal momento che la dimensione di rinascita e ridefinizione passa per un’analisi degli scarti, qui entra in scenaAndrea Bolognino che sul tema lavora da tempo, collezionando gli oggetti più impensati, di cui Napoli abbonda. I suoi lavori nascono da una ridefinizione di questi elementi a partire dalla loro relazione con una componente organica – funghi, alghe, muffe – che evolve costantemente. Le opere si configurano alternativamente come organismi in perpetuo divenire oppure, immobilizzati per sempre, come tassonomie di oggetti di scarto che ricomposti, riacquistano valore, suscitando dinamiche escatologiche ed ecologiche al tempo stesso.

Living Collapse, a cura di Samuele Piazza. Installation view, Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre, Napoli. Ph: Amedeo Benestante
Living Collapse, a cura di Samuele Piazza. Installation view, Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre, Napoli. Ph: Amedeo Benestante

Il presepe è per sua natura una costruzione collettiva, stratificata e in evoluzione. Credi che quest’idea possa rappresentare un modello per ripensare il museo come luogo aperto al dialogo tra tradizione, comunità e sperimentazione?
Certo, penso che uno degli aspetti più interessanti del progetto sia stato proprio la comunità di artisti che ha generato in maniera diretta e naturale; un processo che ha reso più fluido il confronto tra tutti i soggetti coinvolti e, dunque, il procedimento curatoriale.

Le opere in mostra sono state pensate come interventi site specific. Quanto il confronto con l’architettura del Madre ha influenzato le scelte curatoriali e artistiche?
Tantissimo. La mostra – non esente da complessità – si dipana lungo un grande cannocchiale di stanze che vanno l’una dentro l’altra; quindi è stata ideata come un susseguirsi di spazi in continuità; un dialogo che inizia abbracciando la città attraverso la bellissima finestra sul centro storico nella prima sala – solitamente non utilizzata. Anche in questo caso ho preso spunto dal presepe che spesso si avvale di uno sfondo naturale come parte della scenografia.

Che messaggio ti auguri possa cogliere il pubblico?
Credo che il portato più interessante della mostra sia di offrire un nuovo punto sulla realtà. Una delle componenti essenziali del presepe è di rompere le gerarchie visive. La vicenda sacra, teoricamente più importante, non è al centro della scena, ma la si deve andare a cercare; questo comporta un’esplorazione che può portare scoprire nuovi dettagli. Quindi ci pone in una posizione più attenta rispetto a elementi che non sono gerarchicamente importanti ma che comunque ci possono insegnare qualcosa.

Ludovica Palmieri

Napoli // Fino al 18 ottobre 2026
Living Collapse
MUSEO MADRE – Via Luigi Settembrini, 79
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