contributo a cura di Marc Palahí, Chief Nature Officer di Lombard Odier Investment Managers

Perché le aree rurali possano esprimere appieno il loro potenziale di generare benessere e prosperità, serve una bioeconomia circolare capace di attrarre investimenti, lavoro e innovazione.

Mentre New York, capitale finanziaria del mondo, vede il proprio cielo tingersi di grigio per il fumo degli incendi che devastano le foreste del Canada, la Spagna ha già visto bruciare oltre 153.000 ettari: sei volte più che nello stesso periodo dell’anno precedente, che si era poi rivelato la peggiore stagione di incendi degli ultimi trent’anni, non solo in Spagna ma in tutta Europa.

È difficile non cogliere una metafora nel fatto che il centro finanziario del mondo possa oggi leggere nel proprio cielo, come riflesso in uno specchio, il vero colore del denaro.

In un mondo in cui l’economia ha superato i limiti di resilienza del pianeta, le cosiddette esternalità negative del nostro sistema – cambiamento climatico, perdita di biodiversità, degrado dei paesaggi – si trasformano in fiamme più intense e il fumo che ne sale diventa visibile proprio dove crea maggiore disagio. Ignorare l’evidenza è sempre più difficile.

Le esternalità economiche generano rischi ambientali – siccità, alluvioni, incendi e ondate di calore – che tornano indietro come un boomerang sotto forma di perdite economiche sempre più ingenti, con l’economia che si sta cuocendo su un fuoco che cresce di intensità.

Come sottolineato in occasione del Mediterranean Economic and Social Forum, negli ultimi cinque anni le perdite assicurative globali legate al clima sono raddoppiate rispetto al decennio precedente. In Europa, nell’arco degli ultimi cinquant’anni, le perdite economiche provocate da eventi estremi come alluvioni, incendi e siccità sono cresciute al ritmo di 10 miliardi di euro ogni dodici anni.

Questi eventi estremi, insieme al loro impatto economico, sono sintomi di un sistema economico affetto da una crisi multisistemica, frutto di oltre un secolo di “dieta” fondata sulle risorse fossili. Le risorse fossili, infatti, si estraggono, non si rigenerano, e la nostra economia ha esteso questa logica estrattiva a tutto ciò che la circonda, inclusa l’infrastruttura fondamentale che regola il pianeta e, di conseguenza, la nostra stessa economia: la natura.

Le risorse fossili non sono state soltanto la nostra fonte di energia: hanno permeato ogni settore dell’economia, come l’agricoltura (si pensi a fertilizzanti e pesticidi), la moda (il poliestere), la chimica e la farmaceutica, l’edilizia (acciaio e cemento).

Poiché dipende da una risorsa finita e incapace di rigenerarsi, l’uso dei combustibili fossili non ha soltanto alterato il clima del pianeta, ha anche scollegato la nostra economia dall’ecologia della Terra.

Economia ed ecologia condividono la stessa radice greca, oikos, la casa comune, lo spazio che tutti abitiamo. Ecologia (dal greco logos) significa comprendere la nostra casa comune; economia (dal greco nomos) significa gestirla. E non possiamo gestire ciò che non comprendiamo.

L’era dei combustibili fossili ci ha staccati dalla rete biologica che dà senso al nostro pianeta, la natura.

Tornando agli incendi, proprio perché sono il sintomo di un’economia “malata”, la soluzione non può ridursi a investire in mezzi antincendio. Così si agisce sui sintomi, non sulle cause. Né basteranno, da sole, le misure di prevenzione. Il problema è più profondo: non possiamo trasformare i paesaggi su vasta scala senza trasformare il modello economico che li ha prodotti.

Vale la pena ricordare che il sistema economico fondato sui fossili ha innescato due grandi trasformazioni strutturali che ci hanno portati all’attuale situazione estrema.

Un mutamento nella fisica dell’atmosfera

Per ogni grado Celsius di riscaldamento, l’atmosfera può trattenere il 7% di acqua in più, come spiegano le leggi della termodinamica. Ciò significa che, nelle stagioni secche, l’atmosfera assorbirà più umidità dai suoli e dai paesaggi, rendendo siccità e incendi più frequenti e più intensi, mentre nelle stagioni piovose restituirà quell’acqua sotto forma di piogge torrenziali.

Siccità, incendi e alluvioni sono, paradossalmente, volti diversi di uno stesso problema.

Un mutamento socio-ecologico nei paesaggi rurali e urbani

L’economia dei fossili ha inoltre generato paesaggi sempre più semplificati e degradati, e perciò meno resilienti al cambiamento climatico, proprio quando gli eventi estremi diventano decisivi.

Più semplificati perché, in molte parti del mondo, ecosistemi naturali ricchi di biodiversità sono stati sostituiti da immense monocolture, fortemente dipendenti da input di sintesi come fertilizzanti e pesticidi. Input che impoveriscono i suoli ed erodono la biodiversità: eppure la biodiversità è resilienza, e sono proprio la biodiversità e la salute dei suoli a sostenere, in ultima analisi, la tenuta dei nostri paesaggi. Un suolo sano trattiene molta più acqua, tanto nella siccità quanto nell’alluvione.

In altre parti del mondo, come accade in molte regioni d’Europa, la semplificazione è passata invece dall’abbandono delle aree rurali e da una concentrazione senza precedenti della popolazione nelle città. Ne sono derivati l’abbandono dell’attività economica rurale e un generale allentamento dei legami che ci uniscono alla natura e ai suoi cicli biologici ed ecologici.

Paesaggi che un tempo formavano un mosaico – con boschi, allevamenti e campi coltivati – si sono trasformati in distese ampie e continue di vegetazione e biomassa, con una gestione scarsa o nulla.

Questa semplificazione del rapporto tra città e campagna ha prodotto interfacce urbano-rurali più difficili da gestire – si pensi alle lottizzazioni residenziali – nel contesto di un’emergenza climatica.

In questo momento di svolta, conviene ricordare le parole di Albert Einstein: “Non possiamo risolvere i nostri problemi con lo stesso modo di pensare che li ha generati”.

Ed è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno ora: una nuova mentalità come fondamento di un nuovo paradigma economico. Un paradigma in cui la prosperità economica si realizzi entro i limiti ecologici del pianeta. Un’economia in sintonia con l’ecologia della Terra: una bioeconomia. Bio significa vita: in un’economia simile è la vita, e non le risorse fossili, a diventare il motore e il fine ultimo dell’attività economica.

Serve una bioeconomia circolare: capace di attrarre investimenti, lavoro e innovazione nelle aree rurali, perché possano esprimere appieno il loro potenziale di generare prosperità e benessere e, al tempo stesso, di aggredire le cause strutturali che stanno dietro agli incendi e agli altri rischi ambientali – il cambiamento climatico e il degrado dei sistemi socio-ecologici che caratterizzano le regioni rurali.

Questo cambio di paradigma richiede di superare le grandi dicotomie che hanno definito l’era industriale: ecologia contro economia, rurale contro urbano, progresso contro natura.

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Alessandra Frangi

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