Una domanda comincia a diventare sempre più urgente nel mondo dell’editoria digitale: che cosa succede a un giornale quando il motore di ricerca utilizza le sue informazioni per rispondere direttamente al lettore, senza che quest’ultimo abbia più bisogno di visitare il sito che quelle informazioni le ha prodotte?
Dalla Francia arriva in queste ore uno dei segnali più forti di una battaglia destinata probabilmente ad allargarsi ben oltre i confini nazionali.
L’Alliance de la Presse d’Information Générale (APIG), che rappresenta circa 300 testate francesi, si è rivolta all’Autorité de la concurrence chiedendo un intervento nei confronti di Google per le modalità con cui vengono utilizzati i contenuti giornalistici all’interno delle risposte generate dall’intelligenza artificiale del motore di ricerca.
Al centro della controversia ci sono gli AI Overviews, le sintesi elaborate dall’intelligenza artificiale che Google presenta direttamente nella pagina dei risultati.
Un servizio estremamente comodo per l’utente.
Potenzialmente molto meno per chi produce l’informazione.
Il rischio del “non clic”
Il problema è semplice da comprendere.
Per oltre vent’anni una parte consistente dell’economia dell’informazione digitale si è basata su un meccanismo piuttosto lineare: qualcuno effettua una ricerca su Google, trova un articolo, clicca sul collegamento e arriva sul sito dell’editore.
Quella visita può generare pubblicità, un abbonamento, una registrazione oppure semplicemente rafforzare il rapporto tra il lettore e la testata.
Con l’intelligenza artificiale generativa qualcosa cambia.
Google può raccogliere e sintetizzare le informazioni provenienti da diverse fonti e fornire una risposta direttamente nella pagina di ricerca.
Se quella risposta è sufficiente, perché il lettore dovrebbe cliccare?
È esattamente questo il punto sollevato dagli editori francesi.
L’APIG, secondo quanto riportato da Reuters e da altre testate europee, ha richiamato stime attribuite al regolatore francese Arcom secondo cui nei mercati interessati dalle sintesi AI le perdite di traffico riconducibili a questi strumenti potrebbero collocarsi tra il 33% e il 38%.
Sono percentuali che, se confermate su larga scala, possono modificare profondamente l’economia dell’editoria online.
Il paradosso dell’intelligenza artificiale
Ed emerge un paradosso piuttosto evidente.
Per generare risposte affidabili, l’intelligenza artificiale ha bisogno di informazioni.
Quelle informazioni vengono prodotte da giornalisti, redazioni, agenzie, editori, ricercatori e creatori di contenuti.
Ma se la piattaforma utilizza quelle informazioni per costruire una risposta che evita all’utente di raggiungere la fonte originale, il contenuto che alimenta il sistema rischia contemporaneamente di perdere il proprio valore economico.
In altre parole, l’AI ha bisogno dell’editoria, ma potrebbe contribuire a ridurre le risorse economiche necessarie per produrre proprio quell’editoria.
Ed è qui che il problema smette di essere soltanto tecnologico.
Diventa industriale.
Gli editori francesi chiedono l’intervento dell’Antitrust
L’APIG sostiene che l’introduzione dei nuovi utilizzi dei contenuti giornalistici sia avvenuta senza una preventiva autorizzazione e senza una remunerazione specifica e chiede all’Autorité de la concurrence di verificare il rispetto degli impegni già assunti da Google nei confronti degli editori.
La vicenda francese, infatti, non nasce oggi.
Nel giugno 2022 l’Autorité de la concurrence aveva reso vincolanti una serie di impegni assunti da Google nell’ambito della negoziazione dei diritti connessi degli editori e delle agenzie di stampa, con obblighi relativi anche alla trasparenza delle informazioni e alle modalità di negoziazione della remunerazione.
Nel marzo 2024 l’Autorità francese aveva poi inflitto a Google una sanzione di 250 milioni di euro per il mancato rispetto di alcuni di quegli impegni. In quella decisione era entrato esplicitamente anche il tema dell’utilizzo dei contenuti degli editori per lo sviluppo del modello Gemini.
Il confronto tra piattaforme digitali ed editori francesi ha quindi una storia lunga alle spalle.
L’intelligenza artificiale sta semplicemente aprendo un nuovo capitolo.
Google: l’AI può anche portare nuovi lettori
Esiste naturalmente anche l’altra parte della questione.
Google sostiene da tempo che AI Overviews e AI Mode siano progettati anche per aiutare gli utenti a scoprire siti e contenuti e continua a introdurre strumenti che aumentano la visibilità delle fonti.
Negli ultimi mesi l’azienda ha annunciato, tra l’altro, l’estensione delle Preferred Sources alle esperienze AI, nuovi sistemi per mettere in evidenza i contenuti originali e ulteriori modalità di collegamento verso siti e publisher.
Secondo Google, quindi, l’intelligenza artificiale non dovrebbe essere interpretata semplicemente come un sostituto del web, ma anche come un nuovo punto di partenza per esplorarlo.
Ed è proprio su questo terreno che si confronteranno nei prossimi mesi piattaforme ed editori.
Perché ciò che conta non sarà soltanto quanti link vengono mostrati.
Bisognerà capire quanti utenti quei link li cliccano realmente.
Alcune ricerche cominciano a misurare il fenomeno
Il problema del traffico non è soltanto una percezione degli editori.
Uno studio accademico pubblicato nel 2026 sull’impatto degli AI Overviews ha stimato, nel caso analizzato di Wikipedia, una riduzione di circa il 15% delle visite giornaliere alle pagine esposte alle sintesi AI rispetto ai gruppi di confronto.
Un’altra ricerca, pubblicata nell’agosto 2026 e basata sull’analisi del comportamento di un panel di utenti statunitensi, ha rilevato che i clic sulle fonti citate direttamente negli AI Overviews risultavano estremamente limitati e che la presenza delle risposte AI era associata a un maggior numero di sessioni terminate senza ulteriori navigazioni.
Metodologie, mercati e campioni sono differenti e sarebbe sbagliato trasformare questi risultati in una previsione universale.
La direzione del fenomeno, però, merita attenzione.
La questione riguarda anche la pubblicità
Per gli editori gratuiti il traffico non è soltanto una questione di prestigio.
È una componente fondamentale del modello economico.
Meno visite possono significare meno impression pubblicitarie, meno inventory disponibile, meno utenti da valorizzare commercialmente e, nel medio periodo, minori ricavi.
E qui il problema diventa particolarmente delicato.
Il motore di ricerca utilizza contenuti prodotti da terzi per fornire una risposta all’utente e, nello stesso ambiente, può continuare a monetizzare attraverso i propri servizi pubblicitari.
Uno studio accademico dedicato specificamente agli AI Overviews ha osservato che oltre la metà delle pagine citate dal sistema conteneva pubblicità display, sottolineando proprio la possibile tensione economica tra riduzione dei clic verso gli editori e monetizzazione delle pagine di ricerca.
Dalla SEO alla “zero-click economy”
Per vent’anni gli editori hanno imparato a convivere con Google.
Sono nate redazioni SEO, strategie di posizionamento, strumenti di analytics e interi modelli editoriali costruiti attorno alla capacità di intercettare una ricerca.
Ora potrebbe iniziare una fase completamente differente.
Non più soltanto:
“Come faccio ad arrivare primo su Google?”
Ma:
“Che valore ha essere primo se l’utente ottiene la risposta prima ancora di arrivare al mio link?”
È il passaggio verso quella che potremmo definire una vera zero-click economy.
E non riguarda soltanto i giornali.
Riguarda siti specializzati, comparatori, blog, portali verticali, recensioni, guide, contenuti educational e qualsiasi attività digitale che abbia costruito una parte del proprio modello economico sul traffico proveniente dalla ricerca.
La vera domanda: chi finanzierà l’informazione?
La battaglia francese mette quindi sul tavolo un problema che il mondo dell’editoria non può più rimandare.
Non si tratta di fermare l’intelligenza artificiale.
E nemmeno di pretendere che la ricerca torni a funzionare come vent’anni fa.
Il punto è costruire un equilibrio economico sostenibile tra chi produce informazione e chi la utilizza per costruire nuovi servizi basati sull’intelligenza artificiale.
Perché un ecosistema nel quale le piattaforme hanno bisogno dei contenuti ma progressivamente tolgono alle fonti la possibilità di monetizzarli rischia, alla lunga, di diventare fragile per tutti.
Anche per le stesse piattaforme.
Google, l’intelligenza artificiale e gli editori stanno quindi discutendo apparentemente di link, traffico e diritti connessi.
In realtà la questione è molto più grande.
Se domani il lettore potrà ottenere l’informazione senza arrivare più al giornale, bisognerà decidere chi continuerà a pagare il costo necessario per produrre quell’informazione.
E forse è questa la domanda più importante che l’era dell’intelligenza artificiale sta ponendo all’editoria.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
redazione
Source link










