La “bibliofobia” consiste nella paura, contemporanea e diffusa, nei confronti dei libri che, attraverso episodi di ansia, panico e tachicardia, finisce per costituire un blocco irrazionale psicologico e sociale. Il nome deriva dai termini greci “biblíon” (libro) e “phobía” (paura). Il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) definisce la fobia come una paura o ansia marcata verso un oggetto o verso situazioni specifiche. La bibliofobia non rientra in modo specifico nel DSM V bensì nell’elenco delle “fobie specifiche”. Alla moltitudine può apparire come una paura infondata ma, per alcuni, rappresenta un timore invalidante. La reazione del soggetto che ne soffre non si limita a un banale diniego ma consiste in una condizione stressante, con ripercussioni psicofisiche.
Le possibili cause della bibliofobia
Le ragioni affondano, come avviene in genere in tali casi, attraverso rapporti conflittuali con l’elemento in questione (il libro), vissuti nel passato, nei periodi critici dell’infanzia e dell’adolescenza. Il libro, infatti, può richiamare ricordi vissuti con angoscia durante il periodo scolastico (o di accesso al lavoro attraverso l’università e i concorsi pubblici), amplificati dal forte senso del dovere, dall’obbligo di riuscire a ottenere risultati positivi, della frequentazione obbligatoria di biblioteche.
Un altro possibile motivo scatenante è il timore avvertito nel passato (a volte anche nel presente) per evidenti e sofferte difficoltà nella lettura ad alta voce. Le imposizioni familiari, dei genitori, vissute in maniera stressante, possono incidere molto. Il timore nasce anche dal non poter evitare, a volte, autori, generi e argomenti ritenuti noiosi o angoscianti, di attentare, quindi, alla propria serenità (come avviene per un film drammatico). In tali casi, è auspicabile uno sforzo individuale per oltrepassare barriere mentali e latenti angosce che, successivamente, potrebbero risultare infondate, aprendo nuovi spazi di orizzonte.
Papa Francesco e il ruolo della letteratura nella formazione
Nella Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione (17 luglio 2024), Papa Francesco sottolineò “Ognuno troverà quei libri che parleranno alla propria vita e che diventeranno dei veri compagni di viaggio. Non c’è niente di più controproducente che leggere qualcosa per obbligo, facendo uno sforzo considerevole solo perché altri hanno detto che è essenziale. No, dobbiamo selezionare le nostre letture con apertura, sorpresa, flessibilità, lasciandoci consigliare, ma anche con sincerità, cercando di trovare ciò di cui abbiamo bisogno in ogni momento della nostra vita. […] Da un punto di vista pragmatico, molti scienziati sostengono che l’abitudine a leggere produca molti effetti positivi nella vita della persona: la aiuta ad acquisire un vocabolario più ampio e di conseguenza a sviluppare vari aspetti della sua intelligenza. Stimola anche l’immaginazione e la creatività. Allo stesso tempo, questo permette di imparare a esprimere in modo più ricco le proprie narrazioni. Migliora anche la capacità di concentrazione, riduce i livelli di deterioramento cognitivo, calma lo stress e l’ansia. […] Nella letteratura, poi, sono in gioco questioni di forma di espressione e di senso. Essa rappresenta pertanto una sorta di palestra di discernimento”.
Giuseppe Scalera e il volume “Bibliofobia”
Giuseppe Scalera, professore e medico, è l’autore del volume “Bibliofobia” (sottotitolo “Un viaggio acrobatico tra volumi, strumenti di scrittura e storie legate alla creatività dei libri”), pubblicato da “Guida” nel gennaio 2023. Parte dell’estratto recita “La bibliofobia somiglia molto alla bibliomania. Entrambe, incredibilmente, sembrano scritte in copia carbone. Ma spesso le paure sono semplicemente pregiudizi. Magari verso un volume, un argomento, un autore. Manie e fobie si accavallano, si contrastano, si incrociano. Tra maschere che sembrano insolite ma assai simili. E il libro, fatalmente, ondeggia tra la repulsione e il desiderio, tra la voglia di non intasare troppo i nostri scaffali e l’ansia di catalogare una nuova emozione”.
I dati Istat sulla lettura e sui non lettori
L’avversione alla lettura, alla luce delle diverse motivazioni che ne sono alla base, è analizzata in una statistica dell’Istat, pubblicata il 9 luglio scorso, al link https://www.istat.it/comunicato-stampa/libri-e-biblioteche-abitudini-di-lettura-e-frequentazione-anni-2024-e-2025/. Fra i numerosi dati, si legge “Secondo l’Indagine ‘I cittadini e il tempo libero’ realizzata nel 2024, è pari al 57,1% la percentuale di persone di sei anni e più che dichiarano di aver letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi (nel tempo libero, per motivi professionali e/o scolastici o per altri motivi), quota in lieve diminuzione rispetto al 2015 (59,4%). […] Nel 2024, oltre 23 milioni di persone di sei anni e più dichiarano di non aver letto nessun libro nell’ultimo anno. I non lettori sono soprattutto uomini (il 46,8% rispetto al 35,7% delle donne) e adulti (oltre il 42% nella popolazione di 55 anni e più, con un picco del 59,8% tra gli anziani di 75 anni e più) […] Una quota significativa di abbandono della lettura si registra già tra gli 11 e i 17 anni, dove il 13,7% dei non lettori afferma di averci rinunciato. La percentuale cresce progressivamente con l’età, raggiungendo il 28,5% tra i non lettori di 65 anni e più. […] Noia e mancanza di interesse sono le motivazioni principali (35,0%) dichiarate tra chi non legge; seguono la mancanza di tempo libero (26,3%), il preferire altri svaghi (17,1%), altre forme di comunicazione (15,1%, tra cui TV, radio, cinema, social media), i problemi di vista o di salute uniti all’età anziana (12,4%), il costo di acquisto dei libri (8,3%). Una quota residuale dei non lettori (pari al 3,5%, poco più di 800mila persone) dichiara come motivazione della ‘non lettura’ il non saper leggere o il leggere male”.
Il libro da rifugio a fonte di ansia e panico
La particolarità di questa patologia è da ricercare nella considerazione inversa del significato di un volume: da bene di evasione e di rifugio, dove poter trovare la chiave per un corretto stile di vita all’insegna della cultura, dei giusti tempi e della rilassatezza diviene, invece, un oggetto che crea ansia e panico verso il quale creare distanze fisiche né approcciare riconciliazioni. Altra caratteristica di tale fobia è la consapevolezza, nel soggetto, di quanto l’oggetto in questione (in questo caso il libro) sia realmente inoffensivo, tuttavia in grado di provocare paura ingiustificata. In tal modo, senza ricadere in gravi forme patologiche a livello psicofisico, la bibliofobia si declina nell’evitamento, in una fuga solo temporanea dal problema, che conduce a una rinuncia, a un rifiuto a prescindere.
Bibliofobia, crescita personale e socialità
Evitare la lettura, tuttavia, penalizza la crescita, la formazione umana e impedisce una sana costruzione della personalità, necessaria per sviluppare altrettante equilibrate forme di socialità, conoscere altri lettori, interagire nelle piattaforme del web dedicate. Si tratta di un’altra fobia che può, purtroppo, condurre alla chiusura sociale, all’isolamento in casa, alla solitudine. La lettura, infatti, è una forma di confronto indiretto in cui il lettore dovrebbe dimostrare la sua capacità di apertura verso eventi e opinioni altrui (in questi caso di chi scrive) e la sua maturità nel saper discernere, valutare e arricchirsi di informazioni. L’alterità si cerca anche in questo modo e sottrarsi alla lettura significa rinunciare al parere del prossimo, dimostrando una propensione a riconoscere soltanto il proprio punto di vista sul mondo senza porsi in discussione.
La lettura come silenzio, riflessione e apertura
La lettura è silenzio e, nell’epoca attuale, dell’urlo e della voce grossa, in cui sembra che l’esistenza debba manifestarsi solo attraverso l’esposizione prepotente, il libro, paradossalmente, può rappresentare una forma di debolezza. In realtà, si tratta della condizione opposta, in cui il silenzio e la riflessione trasmessi dalla parola scritta rendono la persona più aperta alla socialità, sicura e non costretta a mitigare la propria frustrazione con una violenza verbale sul prossimo.
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Marco Managò
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