Per anni abbiamo creduto che la rete fosse il luogo naturale del progresso: uno spazio aperto, orizzontale, capace di rafforzare la democrazia e moltiplicare le opportunità. Poi qualcosa si è spezzato. Ma quando è successo, precisamente? La risposta nel libro uscito per Solferino Qualcosa è andato storto, scritto da Riccardo Luna, uno dei giornalisti italiani che si occupa da vicino di leggere i cambiamenti che le sempre nuove tecnologie stanno portando nella società globale. Il titolo è già una dichiarazione: ripercorrere gli ultimi decenni a ritroso fino alla nascita del web per identificare e interpretare gli snodi che hanno portato agli esiti meno felici della promessa del World Wide Web.
Come siamo passati dalla visione di Tim Berners-Lee al patto di Big Tech con la Casa Bianca di Donald Trump e alla tragica vicenda di Gaza, in cui l’uso dei social dal basso ha consentito di sconfiggere la censura e avviare una mobilitazione globale?
Abbiamo rivolto qualche domanda all’autore.
Se dovesse indicare un anno o un evento preciso come “punto di non ritorno” nella trasformazione di internet da promessa a minaccia, quale sceglierebbe? È stato un cambiamento graduale o ci sono state decisioni aziendali precise, prese consapevolmente, che hanno accelerato la deriva?
«Non c’è un singolo anno, ma un periodo molto definito: la metà degli anni Dieci. E soprattutto c’è un meccanismo che si è innescato allora non per caso, ma per scelta. Quando le grandi piattaforme, Facebook in testa, si sono trovate miliardi di persone dentro le loro reti, hanno dovuto decidere come monetizzarle: la risposta è stata la pubblicità comportamentale, cioè vendere attenzione. Da quel momento l’obiettivo di ogni algoritmo non è più stato aiutarti a trovare informazioni utili o a connetterti con chi ami, ma tenerti dentro il più a lungo possibile: ogni secondo in più era denaro in più.
La parte più grave è che non si tratta di ingenuità o di effetti collaterali imprevisti. Ci sono documenti interni di Facebook del 2018, usciti grazie ai whistleblower, in cui i loro stessi ingegneri scrivevano a Zuckerberg chiedendo: “Per caso stiamo premiando la rabbia?”. La risposta non fu “fermiamoci a capire”, fu sostanzialmente “andiamo avanti”. Non perché volessero fare del male, ma perché il profitto era diventato l’unico criterio di giudizio. E quando il profitto è l’unico metro, la democrazia, la salute mentale degli adolescenti, la qualità dell’informazione diventano costi esterni che paga qualcun altro.
C’è poi un secondo passaggio, più recente: i feed algoritmici puri, che non ti mostrano più i contenuti delle persone che segui ma ti costruiscono una realtà su misura basata su ciò che ti fa restare. TikTok ha portato quel modello alla forma più estrema e tutti l’hanno copiato: da lì l’utente ha smesso di essere un soggetto che naviga ed è diventato un oggetto navigato.
Non è stato dunque un cambiamento graduale: è stato guidato da decisioni precise, prese da persone intelligenti e informate. Un errore si corregge; una scelta deliberata richiede un’altra scelta deliberata per essere invertita, e quella deve venire dall’esterno, dalla regolazione e dalla legge. Non possiamo aspettarci che le piattaforme si autoregolino quando il loro modello di business dipende da quel meccanismo».
I “padri fondatori” del web erano davvero animati da un’utopia sincera, o quella narrazione era già in parte costruita a fini di marketing e reclutamento di capitali?
«Tim Berners-Lee era sincero. Punto. Un uomo che lavora al CERN, sviluppa i protocolli del World Wide Web e li dona all’umanità gratuitamente non sta costruendo una narrativa di marketing: stava regalando qualcosa di immenso senza chiedere nulla in cambio.
Il problema è che la Silicon Valley degli anni Novanta e Duemila ha preso quell’utopia genuina e l’ha trasformata in qualcosa di molto più ambiguo. Quando Zuckerberg parlava di “connettere il mondo”, o quando Google aveva come slogan “non essere cattivo”, quelle narrazioni avevano già una doppia funzione: da un lato una convinzione probabilmente sincera, almeno all’inizio, dall’altro uno strumento per attrarre i migliori ingegneri del pianeta, che non avrebbero mai lavorato per un’azienda che si presentava apertamente come estrattrice di dati e di attenzione.
L’utopia è stata il meccanismo di reclutamento più efficace mai inventato. C’è un dettaglio rivelatore: Apple ha fatto un accordo con Hollywood per cui nei film i cattivi non possono usare iPhone o Mac. Queste aziende hanno investito risorse enormi nella gestione della propria narrazione eroica, e non lo si fa per innocenza: lo si fa perché quella narrazione vale miliardi.
La vera frattura, però, non è tra chi era sincero e chi mentiva. È tra chi ha smesso di credere alla propria utopia nel momento in cui i soldi hanno cominciato ad arrivare davvero e chi ha trovato il modo di razionalizzare quella transizione. “Lo facciamo per voi” è diventato il mantra che permetteva di fare esattamente l’opposto continuando a guardarsi allo specchio. Adriano Olivetti, per citare un caso italiano che conosco bene, aveva un’utopia altrettanto grande ma non l’ha mai separata dalla responsabilità concreta verso i suoi lavoratori e la sua comunità. È questa la differenza tra un’utopia che resta tale e una che diventa strumento».
C’è stato un momento in cui lei stesso, da giornalista che ha seguito da vicino questo mondo, si è accorto di essersi sbagliato su qualcosa o qualcuno, per esempio di aver peccato di ingenuità?
«Per anni ho spinto con convinzione genuina perché l’Italia abbracciasse il digitale. Ero convinto, e lo sono ancora, che la connettività fosse un diritto civile, che portare internet nelle scuole e nei comuni fosse un atto di giustizia sociale. Quella convinzione non era falsa, era vera. Il problema è che mentre spingevo sull’acceleratore della diffusione non stavo guardando abbastanza attentamente cosa stava succedendo sotto il cofano.
Ho creduto troppo a lungo che il problema fosse solo l’analfabetismo digitale degli utenti: se le persone non usano bene internet, educhiamole meglio. Era un ragionamento che metteva tutta la responsabilità sull’utente e quasi nessuna sui progettisti del sistema. È come dire che se le persone mangiano troppo junk food è colpa loro, ignorando che quelle aziende hanno assunto neuroscienziati per rendere quel cibo il più possibile irresistibile.
I documenti interni di Facebook, le testimonianze dei whistleblower, i dati sulla salute mentale degli adolescenti: non c’è stato un solo momento rivelatore. A un certo punto non potevo più raccontarmi la storia che si trattasse di effetti collaterali non previsti. Era chiaro che alcune di quelle conseguenze erano state previste, analizzate e deliberatamente ignorate in nome del profitto.
Scrivere Qualcosa è andato storto è stato anche un atto di onestà verso me stesso, prima che verso i lettori. Ma non sono pentito di aver creduto nell’internet come strumento di progresso: quella parte era giusta».
Sui bambini che vogliono fare gli influencer, quanta responsabilità ha, secondo lei, il design stesso delle piattaforme (gamification, metriche di successo visibili) rispetto alla cultura generale?
«È una distinzione che trovo fondamentale, e la risposta che mi sono dato nel tempo è che il design viene prima. Non perché la cultura non conti, ma perché il design della piattaforma crea la cultura, non il contrario. Pensa a cosa vede un bambino quando apre TikTok o Instagram. Vede un numero. I like, i follower, le visualizzazioni. Quei numeri sono esposti deliberatamente, sono grandi, sono visibili, sono il primo elemento su cui l’occhio cade. Non è un caso, è una scelta progettuale precisa. Quella metrica visibile trasforma immediatamente l’esperienza da “mi esprimo” a “quanto valgo”. E per un adolescente, che ha il cervello ancora in formazione e una fragilità identitaria strutturale, quella equazione è devastante. Non è che i ragazzi siano superficiali, è che il sistema è stato costruito per farli sentire tali se non accumulano consenso.
La gamification poi aggiunge un altro strato. Le notifiche, i badge, i “trending”, le classifiche: tutto questo è mutuato direttamente dall’industria dei videogiochi, che ha decenni di ricerca su come mantenere le persone incollate allo schermo attraverso sistemi di ricompensa variabile. Quella stessa logica è stata applicata alla vita sociale degli adolescenti. Il risultato è che il cervello non distingue più tra “ho ricevuto un like” e “ho ricevuto una ricompensa reale”. La dopamina scatta uguale.
Detto questo, la cultura ha una sua responsabilità che non posso ignorare. Quando un genitore filma il figlio di tre anni e pubblica il video per raccogliere like, sta trasmettendo un messaggio preciso: la tua vita vale in quanto è visibile e approvata dagli altri. Questo è un problema culturale, e le piattaforme non lo hanno creato dal nulla, lo hanno amplificato fino a renderlo norma. Il difetto della rete oggi è esattamente questo: prende le nostre fragilità più antiche, il bisogno di approvazione, la paura di essere esclusi, e le trasforma in meccanismi di profitto. La vera cosa da fare, e su questo mi batto da anni, è separare le due responsabilità senza usare l’una per assolvere l’altra. Le piattaforme devono rispondere del loro design, e la regolazione europea sta finalmente andando in questa direzione, imponendo la rimozione dei sistemi di raccomandazione per i minori e la verifica dell’età. Ma la cultura deve fare la sua parte, e questo significa che la scuola e la famiglia devono tornare ad essere luoghi dove si insegna che il valore di una persona non si misura in follower. In un mondo di algoritmi, questa è la resistenza più concreta che possiamo opporre».
Che cosa ne pensa del divieto dei social ai minori?
«Il divieto secco, quello australiano per gli under 16, lo capisco come segnale politico, come atto di rottura rispetto a decenni di acquiescenza nei confronti delle piattaforme. E ha prodotto risultati concreti: in pochi giorni sono stati cancellati milioni di profili di ragazzini che non ci dovevano stare. Però ho dubbi seri sulla sua praticabilità reale e sulla sua efficacia a lungo termine, soprattutto in Europa, dove il contesto è diverso.
Il problema è che noi abbiamo già fatto l’errore fondamentale: abbiamo messo lo smartphone in mano a bambini di quattro, cinque, sei anni, senza capire cosa stavamo facendo. Oggi quei bambini hanno dodici, tredici, quattordici anni, e toglier loro i social con un divieto mentre dall’altra parte hanno Zuckerberg e Musk che li difendono è una battaglia molto più complicata di quanto sembri. Non è che per correggere un errore basta farne un altro nella direzione opposta.
La strada che trovo più sensata è quella della verifica dell’età seria, combinata con un’esperienza dei social progettata diversamente per i minori. Io personalmente fisserei il limite a 14 anni, non per permissivismo, ma perché a 14 anni vai al liceo, guidi il motorino, hai una forma di autonomia che merita un minimo di fiducia. Ma quella fiducia deve essere accompagnata da algoritmi meno tossici, meno contenuti estremi, meno meccanismi di dipendenza. L’Europa sta lavorando esattamente su questo con il Digital Services Act e la procedura di infrazione contro TikTok: non “vietato entrare”, ma “se entri, le regole cambiano”.
La vera cosa da fare, insomma, non è costruire un muro, ma cambiare cosa c’è dall’altra parte del muro».
Pensa che il legame big tech-potere politico (negli USA, per esempio) sia un fenomeno reversibile con la prossima amministrazione, o siamo davanti a una mutazione strutturale del rapporto tra potere politico e piattaforme?
«Il segnale più eloquente degli ultimi anni è questo: per la prima volta, all’insediamento di un presidente americano, in prima fila non c’erano le istituzioni repubblicane, i generali, i giudici. C’erano i capi della Silicon Valley. Non era mai successo in due secoli e mezzo, nemmeno con Ford, Rockefeller o Edison. Ed è successo non per simpatia personale di Trump, ma perché queste aziende controllano qualcosa che nessun potere economico della storia aveva mai controllato: il flusso dell’informazione e dell’attenzione di miliardi di persone.
Questa saldatura non è ideologica, è strutturale. Musk può manipolare l’algoritmo di X per amplificare i propri interventi politici. Zuckerberg ha smantellato il fact-checking su Facebook e Instagram proprio quando avrebbe potuto fare la differenza. Non sono scelte dettate da convinzioni politiche profonde, ma dalla logica del potere: chi controlla la distribuzione dell’informazione controlla la percezione della realtà, e chi controlla la percezione della realtà controlla il voto. Occorre sperare che la più antica democrazia del mondo sappia resistere a questa offensiva.
C’è però una distinzione che mi rifiuto di abbandonare: questa saldatura è potentissima negli Stati Uniti, ma non è universale. L’Europa sta costruendo una risposta diversa, imperfetta e lenta, ma concettualmente alternativa: il Digital Markets Act, il Digital Services Act, le procedure di infrazione affermano che le piattaforme non sono entità sovrane al di sopra della legge, ma soggetti che operano in uno spazio pubblico e devono risponderne.
La vera cosa da fare, quindi, non è aspettare che cambi un’amministrazione americana: è costruire un modello alternativo di governance digitale che dimostri che un’altra strada è possibile. Se l’Europa smette di essere solo consumatrice e regolatrice e diventa anche produttrice di tecnologia con i propri valori incorporati, quella mutazione non sarà necessariamente irreversibile. Ma il tempo stringe».
Perché leggerlo
Qualcosa è andato storto è un libro che riguarda tutti, anche chi crede che il destino di internet non lo tocchi da vicino. Perché le domande che pone – come vogliamo che funzioni lo spazio pubblico digitale, chi decide le regole per le piattaforme, come proteggiamo i più giovani – non sono questioni tecniche riservate agli addetti ai lavori, ma questioni politiche che riguardano la qualità della nostra democrazia.
Riccardo Luna ricostruisce con precisione documentata il momento in cui l’ottimismo delle origini ha lasciato spazio a un modello di business costruito sulla cattura dell’attenzione, e lo fa senza rinnegare l’entusiasmo con cui ha creduto per primo nella promessa della rete. Il libro offre argomenti concreti, non slogan, per orientarsi nel dibattito su regolazione, minori e futuro del digitale in Europa: un terreno su cui, che lo si voglia o no, si sta già decidendo qualcosa che riguarda la vita di ciascuno.
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Cristina Da Rold
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