Una finestra aperta sulla campagna della Borgogna. Alcuni tetti, un albero, un edificio illuminato dal sole. L’immagine è sfocata, granulosa, difficile persino da decifrare. Eppure è uno dei documenti più straordinari della nostra storia: la più antica fotografia realizzata con una macchina fotografica giunta fino a noi.
Si intitola “Point de vue du Gras” ed è conosciuta in italiano come “Vista dalla finestra a Le Gras”: fu realizzata dall’inventore francese Joseph Nicéphore Niépce tra il 1826 e il 1827 nella sua proprietà di Saint-Loup-de-Varennes, vicino a Chalon-sur-Saône, in Borgogna. Oggi si trova negli Stati Uniti, all’Harry Ransom Center della University of Texas a Austin, in Texas, poiché il Ransom Center acquisì la fotografia nel 1963, insieme alla collezione di Helmut e Alison Gernsheim. Infatti, dopo essere stata quasi dimenticata per decenni, l’immagine fu riscoperta nel 1952 dallo storico e collezionista Helmut Gernsheim.
Duecento anni dopo, si celebra il bicentenario della fotografia 2026-2027, promosso dal Ministero della Cultura francese: un anniversario che si sovrappone al 19 agosto, quando si celebra la Giornata mondiale della Fotografia.
Perché la Giornata della Fotografia si celebra il 19 agosto
La data del 19 agosto ci porta qualche anno più avanti rispetto all’esperimento di Niépce. È il 19 agosto 1839: ci troviamo a Parigi, quando il procedimento fotografico messo a punto da Louis-Jacques-Mandé Daguerre per la prima volta viene illustrato pubblicamente durante una seduta congiunta dell’Académie des Sciences e dell’Académie des Beaux-Arts.
All’epoca la Francia acquisì i diritti dell’invenzione garantendo a Daguerre una pensione vitalizia e rese disponibile il procedimento. Fu un momento destinato a cambiare la storia: da allora il nuovo sistema poté diffondersi rapidamente. Il procedimento prese il nome di dagherrotipo.
Se il 1826-1827 segna la realizzazione la più antica fotografia sopravvissuta fino a noi, il 1839 rappresenta, invece, il momento in cui la fotografia viene presentata pubblicamente e comincia la sua grande diffusione.
La prima fotografia della storia
Il funzionamento della camera oscura era noto già da secoli. Il principio è relativamente semplice: la luce proveniente dall’esterno entra in un ambiente buio attraverso una piccola apertura e proietta sulla superficie opposta un’immagine capovolta della realtà.
Il problema era un altro: come trattenere l’immagine? Per secoli l’immagine prodotta dalla camera oscura resta effimera: può essere osservata o ricalcata da un artista, ma quando la luce scompare porta con sé anche l’immagine. La rivoluzione di Niépce fu riuscire a fissare la luce su un supporto, trasformando un momento di osservazione in un’immagine permanente.
Come fu realizzata la prima fotografia
L’inventore utilizzò una lastra di peltro, una lega metallica, ricoperta con un sottile strato di bitume di Giudea, una sostanza simile all’asfalto che aveva la proprietà di indurirsi quando esposta alla luce. Niépce sistemò una camera oscura davanti a una finestra al piano superiore della sua casa di campagna di Le Gras e la puntò verso l’esterno. La lastra venne collocata all’interno della camera oscura, così che la luce proveniente dalla finestra raggiunse il materiale fotosensibile modificando il bitume nelle zone maggiormente illuminate.
Terminata l’esposizione, durante i suoi esperimenti Niépce lavava la lastra con una miscela che comprendeva olio di lavanda e un solvente: le parti meno esposte alla luce venivano eliminate più facilmente, mentre quelle indurite rimanevano sulla superficie. Niépce chiamò il procedimento eliografia, dal greco hélios, sole, e graphé, scrittura: letteralmente una sorta di “scrittura del Sole”.
Quanto tempo servì per scattare la prima foto?
Oggi basta una frazione di secondo per scattare una foto, Niépce dovette lasciare che la luce lavorasse per ore. Per molto tempo è stata ripetuta la stima di circa otto ore di esposizione. Studi successivi e ricostruzioni del procedimento suggeriscono che l’esposizione possa essere durata molto più a lungo, forse alcuni giorni.
Nell’immagine appare un indizio straordinario: il sole sembra illuminare edifici posti su lati diversi della scena. Il tempo di esposizione fu così lungo che il sole si spostò nel cielo, modificando progressivamente luci e ombre. La prima fotografia della storia giunta fino a noi, quindi, non racchiude solo un istante bensì ore di tempo.
Nell’immagine si riconoscono la piccionaia, un pero, il tetto inclinato di un fienile, il camino del forno e un’altra ala della casa: non appare alcuna persona e non è casuale che il primo soggetto della fotografia sia un paesaggio. Con tempi di esposizione tanto lunghi, fotografare una persona in movimento sarebbe stato praticamente impossibile. La finestra di Le Gras impressionata da Niépce diventa emblema di una finestra sul mondo e sul tempo: osservare non sarebbe mai più stato identico. La fotografia rappresenta una delle invenzioni che hanno cambiato per sempre la storia.
L’invenzione della fotografia
La fotografia fu il risultato di anni di tentativi. Niépce cercava da tempo un sistema per ottenere immagini attraverso la luce e renderle permanenti. Aveva sperimentato materiali e supporti diversi e intorno al 1822 aveva già messo a punto il procedimento che avrebbe chiamato eliografia.
Il vero problema non era, infatti, proiettare un’immagine, operazione possibile grazie alla camera oscura. La grande sfida scientifica dell’epoca consisteva nel trovare una sostanza abbastanza sensibile alla luce da registrare l’immagine e impedirle poi di scomparire. “Vista dalla finestra a Le Gras” rappresenta il risultato più celebre della lunga ricerca e rappresenta la più antica fotografia conosciuta sopravvissuta fino ai nostri giorni.
Che fine fece la prima fotografia?
Nel 1827 Niépce si recò in Inghilterra e portò con sé alcuni esempi dei suoi esperimenti. “Vista dalla finestra a Le Gras” finì successivamente nelle mani del botanico e illustratore Francis Bauer. Poi, con il passare dei decenni, se ne persero praticamente le tracce.
La fotografia che oggi consideriamo l’atto di nascita di un’intera epoca rimase dimenticata per molti anni e solo nel Novecento venne riconosciuta per ciò che era. A ritrovarla fu lo storico della fotografia Helmut Gernsheim, che nel 1952 riuscì a rintracciarla dopo anni di ricerche. Era rimasta conservata tra gli oggetti di una famiglia inglese. Gernsheim comprese immediatamente l’importanza di ciò che aveva davanti: la testimonianza materiale delle sperimentazioni di Niépce.
Nel 1963 l’Università del Texas acquistò la collezione di Helmut e Alison Gernsheim. Oggi la lastra è conservata all’Harry Ransom Center dell’University of Texas a Austin, negli Stati Uniti.
Le prime fotografie della storia
Nel 1829 Niépce si associò a Louis Daguerre, pittore e scenografo francese che stava conducendo a sua volta esperimenti sulle immagini prodotte dalla luce. Niépce morì nel 1833, senza assistere alla grande esplosione pubblica della fotografia.
Daguerre continuò le ricerche e perfezionò un procedimento molto efficace, il dagherrotipo. Il 19 agosto 1839 la nuova tecnica venne resa pubblica e il nome di Daguerre divenne celebre in tutto il mondo. Il dagherrotipo utilizzava una lastra di rame rivestita d’argento, sensibilizzata attraverso vapori di iodio. Dopo l’esposizione, l’immagine veniva sviluppata con vapori di mercurio e successivamente fissata.
Dalla prima finestra allo smartphone
La data esatta di Vista dalla finestra a Le Gras è ancora discussa: per molto tempo l’immagine è stata attribuita al 1826, mentre altre ricostruzioni la collocano nel 1827. In occasione del Bicentenario della fotografia 2026-2027, il Ministero della Cultura francese ha organizzato un ricco programma di iniziative, che andranno dal 1° settembre 2026 al 30 settembre 2027, destinato a coinvolgere la Francia e oltre trenta Paesi.
L’obiettivo non è soltanto ricordare Niépce, bensì ripercorrere due secoli durante i quali la fotografia ha cambiato il modo in cui raccontiamo le persone, documentiamo guerre e rivoluzioni, conserviamo i ricordi, osserviamo la Terra e costruiamo la nostra identità.
Per ottenere una sola immagine Niépce aveva bisogno di una camera oscura, una lastra metallica preparata a mano, sostanze chimiche e un’esposizione lunghissima. Duecento anni dopo, miliardi di persone portano ogni giorno in tasca una macchina fotografica capace di produrre in pochi istanti migliaia di immagini.
A essere cambiata è la tecnologia, ma anche il nostro rapporto con il tempo. La prima fotografia della storia richiese ore, o forse giorni, e sopravvive quasi per caso da due secoli. Quanti degli scatti che produciamo ogni giorno sopravviveranno? E dove vivono? Spesso dimenticati negli archivi di smartphone e hardisk, oggi diamo alle nostre fotografie la responsabilità di conservare la nostra memoria. Eppure, realizzando decine di scatti in pochi secondi, finiamo per dimenticarli altrettanto rapidamente. Ma ancora vale, forse, lo stesso tentativo: cercare di conservare un angolo di mondo per custodire un frammento di noi nel tempo.
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