Il mistero del Phandambiri
di Manrico Dell’Agnola
(pubblicato su Annuario del CAAI 2025-2026)

Come accade spesso, tutto parte da un’imma­gine. A Samuele era capitato di vedere alcune foto di sua sorella Anna, cooperante ONU, specializzata in progetti di recupero urbanisti­co in Mozambico, dove c’erano delle monta­gne, o meglio, delle grandi pareti. Cercando in rete, Samu aveva trovato altre immagini, una in particolare raffigurava una famiglia di locali davanti alla loro capanna, sullo sfondo un me­raviglioso “pan di zucchero” roccioso dall’aria granitica. Lo aveva cercato, sempre in inter­net, scoprendo che la montagna è alta più di 800 metri e da ulteriori indagini pareva non fosse mai stata salita. Sembra che in Mozam­bico ci siano tante bellissime cime di granito, chiamate “inselbergs” – montagne isola – per­ché spuntano solitarie dalla pianura, senza far parte di una vera e propria catena montuosa. Me ne parlò durante una riunione dell’Accade­mico, ma per la mia, purtroppo, innata pigrizia, passò un lungo tempo.

Mirco Grasso e Samuele Mazzolini in vetta alla Cima Nord del Phandambiri

Qualche anno dopo se ne riparla; Leila e An­na, meno pigre di noi, si fanno in quattro a reperire notizie ulteriori e finalmente l’idea prende forma. Cerchiamo inoltre, e questo sarà reso possibile solo grazie alle cono­scenze e competenze di Anna, di entrare in quel territorio nella maniera più etica possibi­le e cioè passando attraverso tutte quelle procedure politiche, amministrative e tribali, che ci consentiranno un rapporto onesto ed equo con le popolazioni locali. Questa sarà la peculiarità del viaggio: uno stimolante scambio culturale e un’occasione per dare una piccola mano a queste genti.

Manrico dell’Agnola

La spedizione, basandosi anche su dati rac­colti l’anno precedente da me e Antonella, che siamo stati sul posto con Anna per ren­derci conto sia dei problemi logistici sia dell’arrampicabilità della parete, parte da Mi­lano il 22 luglio 2025 con destinazione Maputo, capitale del Mozambico. Con noi: Mirco Grasso e, ovviamente, Samuele Mazzolini. Dalla capitale, dopo aver riordinato materiale e idee, e incontrato il console italiano Loren­zo Vai, con un volo interno arriviamo a Beira, dove due giorni dopo ci raggiungono Maurizio Giordani e Nancy Paoletto; la sera dello stesso giorno arrivano in città anche Anna e Daniele Gambi. Ora ci siamo tutti.

Antonella Leila Giacomini

27 luglio: i due fuoristrada sono pronti. Ieri abbiamo comprato tutto quello che ci servirà per la permanenza di una ventina di giorni nella savana: cibo, 200 litri di acqua, ma an­che sedie, tavolini, fornelli, pentole, tutte co­se che poi lasceremo al paese ai piedi del monte insieme ai pannelli solari, al generato­re e alla grossa batteria ricaricabile, materia­le donatoci dal Lions “Fortunato Depero” di Rovereto.

Prima tappa Chimoio, poi Catandica, Macossa e finalmente la riserva di Mafuia, nella quale si trova il monte Phanda. Con una vec­chissima Land Rover ci porteranno nel punto scelto l’anno scorso come nostro campo; la parete è vicina e una sorgente naturale do­vrebbe assicurare acqua, perlomeno per cu­cinare e lavarsi.

29 luglio: il campo base è ormai casa e inizia l’avventura! Cominciamo a scrutare le pareti. lo, Maurizio, Nancy e Leila facciamo il giro completo del massiccio per confermare che non esiste un lato facile; la nostra via sarà tracciata lungo la linea già vista l’anno prima.

Samuele e Mirco invece si fiondano subito sotto le pareti alla ricerca di logiche più diffi­cili fra le grandi placche di granito.

E qualche giorno dopo eccoci qua! Freddino, vento, umidità che sta salendo dalla savana; niente di nuovo! Tipica situazione da bivac­co, anche se questa volta siamo in Africa. Ammetto il fascino del dormire in parete: na­tura selvaggia, albe e tramonti romantici, senso di appartenenza a una montagna o a un luogo, ma anche stavolta, come tutto sommato sempre, ne farei e ne avrei fatto volentieri a meno. Il mio modo di scalare ha sempre escluso, se possibile, il passare la notte in parete, caso a parte i lunghi viaggi su El Capitan, ma quella è un’altra storia.

Anna Mazzolini a Dzembe
Festa a Dzembe

La via è lunga e bisogna, nostro malgrado, piantare spit e le batterie purtroppo non sono infinite. Ci troviamo qui per la seconda volta in mezzo a grandi cespugli che formano que­sta cengia circa a metà parete, dove l’unica paura è l’idea di quello che sotto queste erbe potrebbe celarsi. Fra questi arbusti immagi­niamo insetti e rettili mostruosi. All’inizio que­sta sensazione ci terrorizzava, ma ora, cono­sciuta un po’ la zona, siamo tutti più tranquilli. Sembra che, a parte qualche grosso scor­pione, che in ogni caso ci sta alla larga, non ci sia niente che possa impensierire la nostra notte sotto le stelle del Mozambico.

Lungo la via del Mistero del Phandambiri l’ombra della montagna si allunga sulla savana.

È già la seconda volta che dormiamo qui e spero sia l’ultima. Maurizio e Nancy si sono scavati un piano meraviglioso, io e Leila, più pigri, ci siamo accontentati di un piccolo corri­doio morbido tra la vegetazione e la parete; comunque, in ogni caso, la volta precedente non avevamo dormito male. Questi momenti, per me e immagino anche per i miei compagni di cordata, non sono certo momenti eroici. Sia­mo tranquilli e pur avendo una parete sopra la testa, non siamo preoccupati: qui le condizioni meteorologiche, in questa stagione, cambiano difficilmente e, anche se dovesse venir brutto, piove solo per un attimo. Inoltre, la parete non è verticale e, per quanto non sia assolutamen­te facile, non incute grande timore.

Antonella Giacomini
Antonella e Nancy in sosta

Quando alcuni giorni fa abbiamo iniziato la scalata ho detto a Maurizio: “le placche le fai tu!”. Sembrava una battuta, visto che con ogni probabilità sarebbero state tutte plac­che; da sotto non sembrava esserci alterna­tiva e così si sta rivelando.

Ma non era una battuta: Maurizio si tira tutta la via. Del resto, Giordani è contento di sca­lare sul tipo di conformazione rocciosa a lui più congeniale e io sono un tranquillo secon­do, con davanti un’artista, riflessivo e ineso­rabile, che nella sua ascesa scruta ogni pic­colo appoggio, più che appiglio, per trovare la soluzione migliore per salire, ma anche intuendo più su una posizione abbastanza comoda per poter tirare fuori il trapano e piantare un chiodo, il più delle volte parec­chio distante da quello precedente.

lo lo spit l’ho sempre aborrito e ho sempre pensato che in arrampicata andasse limitato al massimo l’uso di mezzi artificiali. Resta il fatto che bucare, come scavare una parete, cancella l’impossibile, e rende fattibile qualsi­asi linea, non necessariamente in arrampica­ta libera. Tuttavia, credo possa esistere an­che una spittatura etica.

Come dice pure Maurizio, siamo nel compro­messo ogni volta che ci leghiamo. Parliamo di “libera” non considerando che senza quel­la protezione, che sia un chiodo, uno spit, un dado o un friend, non ci fideremmo a passa­re. Quindi quell’ancoraggio da punto di pro­tezione diventa anche punto di progressione: non potremmo mai avventurarci su quel mo­vimento senza sapere che sotto c’è qualcosa che, in caso di volo, ci salverà. Comunque, dall’arrampicare slegati su parete vergine – unica condizione indiscutibilmente pulita – a riempire una montagna di chiodi a pressione credo ci sia una grande “scala di grigi” nella quale, sempre nel rispetto del prossimo, ognuno di noi può scegliere dove collocarsi. Ma torniamo a noi. Oggi pomeriggio abbia­mo salito quasi tutta la fascia più ripida: sem­pre placche lisce e inchiodabili con sistemi tradizionali. Un’arrampicata delicatissima: sequenze di piccole tacche tonde, inutilizza­bili per le mani, dove bisogna confidare solo sul proprio equilibrio e sull’aderenza, piccole protuberanze spesso sporche di licheni, ma su un granito compattissimo con un’eccel­lente rugosità.

Il primo mistero è da giorni che l’abbiamo svelato, ossia abbiamo capito il perché di quelle grandi macchie bianche che punteg­giano le pareti del Phandambiri.

Per un anno abbiamo fatto ipotesi e suppo­sizioni studiando immagini e filmati e cre­dendo si potessero trattare di particolari for­mazioni geologiche. Oggi sappiamo che un grande incendio deve aver, in tempi abba­stanza recenti, coinvolto tutta la montagna; infatti le macchie sono date dall’originale colore del granito, non ancora annerito dagli agenti atmosferici, in particolare dal passag­gio dell’acqua, e che era coperto dalla vege­tazione che l’incendio ha bruciato.

L’altro mistero forse non sarà mai svelato.
“O cazzo!” è stata l’esclamazione di Maurizio sotto il tratto più ripido. Ha trovato un grosso anello proprio su un terrazzino alla base di una placca verticale. Per alcuni tiri poi abbia­mo visto strane serie di spit piantati a mano, e male, in posti improbabili, certamente usati per progressione su placche lisce. L’ipotesi più logica è quella che, prima del grande in­cendio, una vegetazione più rigogliosa po­tesse aver permesso ai fantomatici scalatori di salire utilizzando questa sequenza di praticelli verticali e che i chiodi servissero per collegare tali zone divise da rocce non scala­bili. Gli abitanti del villaggio vicino ricordano solo i tentativi di un audace pastore e poi dell’esercito, che durante la guerra civile vo­leva portare in cima un cannone, ma mai di scalatori occidentali. Per noi ci andarono al­pinisti, non sappiamo se arrivarono in cima perché su essa non abbiamo trovato niente, ma era certamente gente che sapeva scala­re e il periodo crediamo si aggiri intorno agli anni ‘70/’80, dal tipo di materiale trovato.

La notte trascorre meno tranquilla della pre­cedente: freddino, umidità, soprattutto una luna piena accecante a disturbare il sonno di tutti e quattro. La mattina le jumar stringono le corde e i nostri muscoli intorpiditi, da un materasso non proprio ideale, cominciano a scaldarsi. Dopo il punto toccato ieri pomerig­gio pensiamo che la cima sia già scontata; in alto la parete si abbatte e una grande banca sembra portare verso destra a un sistema di cenge che dovrebbero condurre facilmente in cima.

Il curioso materiale trovato in parete: il mistero del Phandambiri.

I tiri risolti il giorno prima si susseguono im­pegnativi: 6a e 6b su placche delicatissime e protezioni lontane; questo settore di parete è abbastanza verticale ed esposto al vento. Un ultimo tiro del grande pilastro offre un’arram­picata facile, ma di grande soddisfazione: 60 metri verticali su ottimi appigli portano a una comodissima nicchia dal fondo erboso e morbido. Maurizio traversa a destra per erbe e rami secchi; pensiamo già di arrivare facil­mente in cima, ma il nostro capo cordata sembra aver problemi: la corda sale abba­stanza, poi scende, si ferma, riparte, il tempo passa. Cosa avrà trovato? Intanto io sonnec­chio scaldato da un sole invernale, seppur africano; ora anche il vento è finalmente ca­lato e si sta da Dio.

In sosta su Il Mistero del Phandambiri
Maurizio e Nancy in vetta

Ma il Phandambiri non si vuole concedere facilmente: proprio fra due cenge vegetate un’ultima fascia rocciosa dà del “filo da torce­re” al nostro capo cordata. Un ultimo tratto, scalabile solo grazie a un provvidenziale bi­torzolo, risulterà il passaggio più difficile dell’intera salita: breve ma intenso. Ma ades­so dovremmo essere ormai fuori. Eccoci fi­nalmente in cima.

In vetta al Phandambiri: da sinistra, Antonella, Nancy, Maurizio e Manrico

Quella “normale” immaginata come quasi un facile sentiero risolvibile agilmente in giorna­ta e possibilmente con pochissimi chiodi, si è invece rivelata un’impegnativa salita in placca e ci ha portato via tutto il tempo a di­sposizione. L’ipotesi di un’altra salita è defi­nitivamente sfumata. lo sono del tutto rilas­sato e ugualmente pago; alla mia età e dopo quell’incidente che, a detta degli ortopedici, doveva porre fine alla mia carriera, ritengo tutto questo regalato: un’esperienza speciale dove ho assaporato un’altra volta il senso dell’avventura. Un luogo remoto dove scala­re con l’idea di essere i primi a toccare quel­le rocce, entrare in punta di piedi e rispetto in territori popolati da gente diversa, sono sensazioni forti alle quali non farò mai l’abi­tudine e per le quali non smetterò mai di emozionarmi.

Dalla cima ammiriamo l’anticima raggiunta qualche giorno prima da Mirco e Samuele lungo una linea più diretta e complessa ca­ratterizzata da una splendida sequenza di “funghi”. Una “king line”, la definiscono loro, con tutte le carte in regola per divenire una classica di livello.

Mirco e Samu sono al campo base e si sbracciano alle nostre urla, ma la loro mente viaggia già lungo la verticale strapiombante del Phandambiri figlio. Ne uscirà una salita che vince una linea spettacolare e impegna­tiva; una via estrema, destinata ad essere probabilmente la scalata più difficile del Mo­zambico, con tratti di 8a.

15 agosto, l’avventura è finita. La spedizione porta a casa tre vie nuove anche di alte diffi­coltà, ma il vero arricchimento sarà il contat­to e lo scambio con le realtà locali. L’arrampi­cata con i bambini ed il loro stupore, la festa al villaggio di capanne di Dzembe, il vivere quotidiano con i ragazzi che ci hanno supportato al campo e la loro affidabilità, questi sono stati gli elementi che hanno reso unica e speciale questa esperienza. Certamente quello che abbiamo donato, seppur a loro utile, non cambierà la vita di nessuno, ma la nostra speranza è che la popolazione si sia resa conto della potenzialità della loro mon­tagna, in vista anche di un possibile indotto dato da un turismo alpinistico.

Si ringrazia per il supporto:
Club Alpino Italiano, Club Alpino Accademico Italiano, Karpos, Scarpa, Gabel, Dynaprint Unifarco, Lions Club “Fortunato Depero” Rovereto, Brillamenti.


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