Il Consorzio La Cascina, promosso dalla Cooperativa La Cascina, fondata nel 1978 a Roma, è una delle principali organizzazioni consortili italiane. Ogni giorno supporta le imprese aderenti fornendo servizi essenziali nei settori della ristorazione, del global service, dei servizi socio-assistenziali e socio-sanitari, nonché delle infrastrutture e delle costruzioni, operando a favore di enti pubblici e privati. Fanno parte del Consorzio Vivenda S.p.A., Cascina Costruzioni e Medihospes. Quest’anno il Consorzio è Official Partner del Meeting di Rimini, un’occasione per parlare con il segretario generale, Salvatore Melonascina, di valore della cooperazione, sostenibilità d’impresa e fragilità economiche, capitale umano e lavoro.

Il segretario generale, Salvatore Melonascina

Segretario Generale, il Consorzio La Cascina rappresenta oggi una realtà di rilievo nel panorama cooperativo italiano. Quali sono, per voi, il valore originario e il ruolo moderno del cooperare? In cosa consiste l’idea profonda di “cooperativismo” per La Cascina?
Cooperare significa prima di tutto vivere una condivisione profonda del bisogno, è una risposta che nasce da un’attenzione alla persona. Così la dimensione del lavoro diventa lo strumento per edificare relazioni autentiche e dare dignità alla vita quotidiana. Il vero cooperativismo genera lavoro valorizzando la responsabilità di ciascuno. Chi coopera lavora sempre insieme. Questa è la nostra storia iniziata a Roma nel 1978 insieme a don Giacomo Tantardini. Nacque tutto da un’esigenza semplicissima quanto reale: il volontariato di alcune mamme che desideravano assicurare un pasto caldo agli studenti universitari fuori sede. Un gesto spontaneo cui seguì la donazione di 70.000 lire da parte dell’allora cardinale Albino Luciani, il futuro Papa Giovanni Paolo I. Le nostre radici non rappresentano l’esempio di un’utopia isolata, ma un movimento che in Italia rappresenta una vera e propria infrastruttura sociale ed economica. Se guardiamo i dati del settore, la cooperazione in Italia non è un fenomeno marginale: le cooperative attive nel nostro paese sono circa 70.000, generano lavoro per oltre 1,3 milioni di persone e producono l’8 per cento del Pil nazionale. C’è poi un dato che ci sta particolarmente a cuore e che definisce la qualità di questo modello: secondo il nostro centro studi, il 95,6 per cento degli occupati nelle cooperative ha un contratto di lavoro dipendente (a fronte di una media decisamente inferiore nelle altre tipologie d’impresa). La cooperazione genera lavoro stabile, dignitoso e non precario, valorizzando la soggettività e la responsabilità di ciascuno.

Nei servizi erogati dal Consorzio l’attenzione è rivolta spesso alle persone con fragilità economiche e sociali. Cosa significa concretamente e come si concilia la sostenibilità d’impresa con la fragilità?
Quando serviamo un pasto in una scuola o in un ospedale, o quando i nostri operatori assistono un anziano o accolgono un rifugiato, non stiamo semplicemente eseguendo un contratto pubblico. Stiamo portando competenza tecnica e umanità laddove c’è più bisogno. Un’impresa può crescere coniugando sviluppo e sostenibilità economica, senza smarrire mai la passione per il bene comune e l’attenzione verso chi si trova in condizioni di vulnerabilità.

In un’epoca dominata dal paradigma tecnocratico e dall’Intelligenza Artificiale che svuota il lavoro dal suo “capitale umano”, qual è la posizione del Consorzio La Cascina?
Dobbiamo avere il coraggio di essere radicali: l’algoritmo insegue la “misurazione quantitativa della performance” riducendo il lavoratore a una variabile fungibile, un puro fattore produttivo da efficientare. Di fatto è un’alienazione che punta a spogliare il lavoro anche del suo valore morale. A questa deriva noi del Consorzio La Cascina siamo per il primato della persona. Nelle nostre cooperative lavorano oltre 16.000 persone. Nessun algoritmo, per quanto sofisticato, potrà mai sostituire il valore di una carezza a un anziano fragile o a una persona senza fissa dimora, lo sguardo attento di chi serve un pasto caldo a un bambino o a un paziente ricoverato, o la manualità ed esperienza di un manutentore che risolve un problema imprevisto in una struttura. Il vero valore aggiunto non è la mera esecuzione di un protocollo informatizzato, ma l’umanità del lavoratore, fatta di empatia, intuizione e responsabilità etica. La tecnologia deve servire a sollevarci dalla fatica ripetitiva, non a sostituire la dedizione e il giudizio dell’uomo. All’alienazione dello schermo digitale, noi opponiamo l’incontro reale: investiamo sul lavoratore come persona, perché sappiamo che la bontà del servizio che eroghiamo dipende interamente dalla motivazione e dalla dignità di chi quel servizio lo compie sul campo. La persona non è una risorsa da spremere, è l’opera stessa. Per questo sottolineo ancora una volta come in un mondo dominato da metriche digitali e algoritmi freddi, il lavoratore resta il vero valore aggiunto nel Consorzio La Cascina: l’unico in grado di portare calore, dedizione ed empatia là dove la sola tecnologia fallisce.

Al Meeting di Rimini sarete tra gli Official Partner. In che modo il titolo “L’amor che move il sole e l’altre stelle” risuona nell’esperienza quotidiana dei lavoratori della vostra cooperativa?
Risuona in modo straordinariamente potente perché parla di incontro, responsabilità e speranza, ricordandoci che all’origine di ogni opera e di ogni impresa c’è una passione per l’umano, che muove ogni cosa. Nel nostro lavoro quotidiano di cooperatori l’impegno è spesso faticoso e nascosto, ma quella scintilla è ciò che fa la differenza. Così succede che i nostri lavoratori e soci non offrono solo ore di servizio, ma portano sul territorio un’esperienza che costruisce legami reali. Allora essere presenti al Meeting significa testimoniare questo: è possibile fare impresa con un orizzonte di speranza concreto. Il capitale umano per noi è un patrimonio di intelligenza, dedizione e passione. Che nessun algoritmo replica. Se posso proporre un paragone, ci sentiamo vicini a Neemia, che Papa Leone ha citato nell’ultima enciclica come uno che «non impone soluzioni dall’alto, convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni» e «ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione». Che fa rima con cooperazione.


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