Cosa possiamo imparare da Pirenei, Monti Cantabrici e Appennini
(intervista a Carlos Bautista)
di Mauro Fattor e Filippo Zibordi
(pubblicato su I nuovi fogli dell’orso, n. 8)

Ne I Nuovi Fogli dell’Orso abbiamo scelto fin dall’inizio di dare spazio non solo alla ricerca scientifica, ma anche alle voci che vivono quotidianamente la convivenza con i grandi carnivori: allevatori, amministratori, professionisti della montagna, residenti. La sezione La Voce del Territorio nasce proprio per questo: restituire la dimensione sociale, concreta e plurale della presenza dell’orso e del lupo in Trentino e sulle Alpi, evitando narrazioni astratte e riportando al centro le persone e i loro paesaggi. Sin dall’inizio, abbiamo però sentito la necessità di alzare ulteriormente lo sguardo.

Carlos Bautista, membro dell’IUCN Specialist Group e co chair dell’Human-Bears Conflicts Specialist Expert Team

Per comprendere davvero la situazione degli orsi trentini non basta – o serve a poco – confrontarsi con modelli lontani come Slovenia o Scandinavia, dove vivono molte centinaia o migliaia di orsi in contesti ecologici e sociali molto diversi. È più utile, almeno in prima istanza, osservare realtà dell’Europa occidentale che, come la nostra, ospitano popolazioni piccole, isolate e immerse in territori densamente abitati. Per questo abbiamo dedicato articoli ai Monti Cantabrici in Spagna, ai Pirenei in Francia e all’Abruzzo, cercando di capire se da quelle esperienze emergano elementi utili per affrontare meglio il conflitto uomo–orso in Trentino.

In questo numero abbiamo voluto fare un passo in più: mettere in relazione ciò che abbiamo raccolto finora con la prospettiva di chi studia da anni i conflitti e la convivenza tra esseri umani e grandi carnivori in tutta Europa con l’idea di ricavare alcuni elementi di sintesi. Abbiamo quindi chiesto la collaborazione di Carlos Bautista, membro dell’IUCN Specialist Group e co-chair dell’Human-Bears Conflicts Specialist Expert Team, nonché ricercatore dell’Institute of Nature Conservation della Polish Academy of Sciences. Dal 2012 Bautista analizza i fattori ecologici e sociali che determinano i conflitti con l’orso bruno, con un approccio multiscala e interdisciplinare che combina modellistica ecologica, telerilevamento, analisi del paesaggio e studio dei meccanismi psicologici che influenzano percezioni, atteggiamenti e accettazione sociale. Il suo lavoro offre una visione ampia e comparativa: esattamente ciò di cui avevamo bisogno per tentare di collocare la nostra esperienza in un quadro più ampio, senza perdere di vista le specificità del territorio e delle comunità che lo abitano. “Fare sintesi non è mai semplice – afferma il ricercatore – anche perché si tratta di situazioni che hanno certamente delle analogie ma anche grandi differenze”.

Considerando le quattro popolazioni di orso dell’Europa Occidentale – Appennini, Alpi, Pirenei e Monti Cantabrici – quale ritieni oggi più a rischio? E quale, al contrario, potrebbe avere uno sviluppo positivo?
“Non saprei dire quale sia la popolazione più a rischio. Ogni popolazione ha le sue peculiarità. Le popolazioni appenninica, pirenaica e cantabrica sono molto isolate. Tra queste, quella appenninica è probabilmente la più piccola in termini numerici (anche se credo che l’ultima stima risalga al 2014). L’inbreeding, ovvero la deriva genetica, rappresenta una minaccia importante per la popolazione appenninica, così come per quella pirenaica, dove una percentuale elevata di individui è imparentata con Pyros, un orso reintrodotto dalla Slovenia. Senza un trend affidabile per la popolazione appenninica, è difficile stabilire se sia davvero quella più a rischio. Ma, per essere ottimisti, penso che il rischio maggiore non sia tanto un declino, quanto la mancanza di crescita e la mancanza di sostegno a livello locale delle politiche di conservazione”.

Fino a che punto le quattro popolazioni sono paragonabili per qualità ambientale, gestione, contesto socio-culturale e livello di conflitto? Oppure ogni situazione è davvero unica e richiede un approccio specifico?
“Come detto, ci sono differenze e analogie, come in ogni cosa. La gestione deve essere adattativa, e questo implica flessibilità per rispondere ai bisogni: non solo quelli degli orsi, ma anche delle persone che vivono accanto agli orsi. I sistemi di compensazione sono, in sostanza, molto simili nelle quattro popolazioni. I programmi di prevenzione, invece, differiscono, e ciò dipende dai finanziamenti disponibili e dalle esigenze locali. I sistemi pastorali sono cambiati in misura diversa nel tempo. Nei Pirenei, in particolare, gli allevatori si erano adattati a vivere senza orsi e lupi, e le pratiche di allevamento sono state ristrutturate grazie a sussidi governativi per favorire la convivenza.

È importante che le persone che vivono accanto agli orsi non si sentano abbandonate, soprattutto in luoghi come il Trentino e i Pirenei, dove le popolazioni sono state rinforzate con individui sloveni. Per quanto riguarda la qualità ambientale delle core area di presenza, ovvero le aree centrali di tutte le popolazioni, sono buone. Le differenze emergono nelle aree di espansione. In Trentino, molti orsi trovano forti limitazioni nell’espandersi verso Svizzera, Austria e Germania, dove la resistenza sociale è un problema.

Verso sud, invece, trovano aree molto sviluppate e poco adatte. Qualcosa di simile accade nella Cantabria, dove l’espansione avviene spesso in zone con un certo grado di antropizzazione. Inoltre, una vasta porzione dell’habitat è bruciata per gli incendi dell’estate scorsa, e l’impatto non è ancora stato valutato.

La popolazione che sembra avere più spazio disponibile è quella pirenaica, almeno dal punto di vista dell’habitat. Ci sono vaste aree nei Pirenei centrali francesi dove la presenza dell’orso è ancora sporadica. Tuttavia, l’opposizione sociale può rappresentare un problema. Sono stato nella zona e si trovano mucche nei pascoli d’alta quota, ma nessun segno di orso, come invece accade nei Pirenei occidentali. Sulla popolazione appenninica conosco solo ciò che emerge da dati e pubblicazioni: non ci sono mai stato, quindi mi è difficile parlarne. Per fortuna la visiterò questo autunno, cosa che attendo da molto tempo”.

Le situazioni dei Pirenei e del Trentino presentano molte analogie: storia recente, trend, rischio di impoverimento genetico. Come valuti le prospettive di sviluppo di queste due popolazioni?
“Gli orsi del Trentino appartengono a un sistema più ampio: la popolazione alpina. Considerata così, emergono più somiglianze, perché in entrambi i casi c’è un mosaico eterogeneo di governi nazionali e locali coinvolti. La gestione transfrontaliera è uno dei punti deboli principali per tutte le popolazioni europee di orso. Ciò che accade da un lato del confine ha effetti sull’altro, e questo riguarda anche regioni semi-autonome come Trentino, Catalogna, Aragona o Navarra.

Ricordo un articolo di un giornale aragonese in cui gli allevatori parlavano degli orsi “che arrivano dalla Catalogna”, quasi come fossero immigrati. Conosciamo bene anche il destino comune degli orsi che dal Trentino si spostano verso nord. Verso est la situazione è un po’ diversa e probabilmente meno rischiosa per gli orsi dell’Italia settentrionale. Tuttavia, la maggior parte degli individui in dispersione sono giovani maschi. L’espansione con presenza stabile (cioè con riproduzione) richiede tempo e, in molti casi, come in Trentino e nei Pirenei, richiede sforzi di conservazione.

Una differenza importante, tuttavia, è che nei Pirenei non si registrano attacchi di orso alle persone, come invece accaduto in Trentino. La Provincia di Trento ha attraversato momenti difficili dopo la morte del giovane runner. Anche i governi regionali catalano e francese avrebbero seri problemi se qualcosa di simile accadesse nei loro territori. I restocking di popolazione generano sempre opposizione in una parte della società locale: per questo è importante lavorare sull’educazione e mantenere un atteggiamento di sostegno verso le comunità”.

Gli orsi cantabrici sono gli unici ad aver avuto una forte ripresa naturale, passando da 80–85 individui negli anni ’90 agli attuali 400. Perché una differenza così marcata rispetto a Trentino, Pirenei e Abruzzo?
“Fino agli anni ’70 gli orsi erano pesantemente perseguitati. Poi la legislazione è cambiata e gli orsi sono stati protetti. Da allora ONG e governi regionali hanno avviato molti programmi di conservazione. Gli orsi sono semplicemente tornati nei luoghi dove vivevano i loro antenati. Secoli fa la loro distribuzione era molto più ampia. Studi recenti mostrano che c’è ancora molto spazio disponibile per orsi e altri grandi carnivori in zone dove sono assenti da tempo. Tuttavia, oltre alla resistenza antropica, oggi esistono nuove barriere fisiche: strade, aree urbane, infrastrutture che non esistevano decenni fa.

Non conoscendo bene il paesaggio attorno alle popolazioni del Trentino e dell’Appennino centrale (ho visitato l’Adamello Brenta solo per pochi giorni), immagino che queste barriere siano tra le cause principali della difficoltà di espansione. Ricordo una breve visita nelle Marche, non lontano dall’Abruzzo: paesaggi bellissimi, ma molto trasformati, modellati dall’attività agricola, dove gli orsi faticherebbero a trovare cibo naturale o rifugi. Una rapida occhiata alla mappa rivela diverse autostrade che tagliano le Alpi italiane da nord a sud. Probabilmente questo conta molto”.

Avrebbe senso limitare il numero di orsi rimuovendo gli individui più confidenti e immettendo nuovi orsi, prelevati altrove, per aumentare la diversità genetica? È mai stato fatto altrove?
“Per popolazioni piccole e isolate è importante migliorare la connettività su due piani: habitat e antropico. Non sono favorevole all’idea di rimuovere alcuni orsi e sostituirli con altri. Senza contare la logistica e la difficoltà enorme di garantire che gli individui introdotti abbiano davvero i “geni non confidenti” desiderati. Non ho mai sentito parlare di un programma del genere”.

In Trentino si invocano spesso modelli gestionali tipici di Paesi con popolazioni di orso a quattro cifre. È un approccio realistico?
“Non sono sicuro di cosa si intenda esattamente con quei modelli. La gestione dell’orso varia molto da un Paese all’altro, eppure alcune azioni sono simili indipendentemente dalla dimensione della popolazione: compensazioni, campagne educative, prevenzione. Alcune pratiche possono essere trasferite e adattate, ma non un intero modello gestionale. Ogni luogo ha la sua storia, cultura, governance. La gestione ideale è quella costruita su evidenze scientifiche ma anche sulle peculiarità locali, ed è capace di adattarsi ai cambiamenti sociali e ambientali. Facile a dirsi… ma io sono un ricercatore, non un manager”.

Si discute molto dell’unicità genetica delle popolazioni, in particolare dell’orso marsicano. Al contrario, alcuni banalizzano gli orsi trentini definendoli “sloveni”. Non c’è il rischio di trasformare questa attenzione in un’ossessione paralizzante?
“La biologia della conservazione mira a garantire la diversità a tutti i livelli, da quella globale a quella genetica. Nelle popolazioni piccole e isolate esiste un paradosso tra il preservare l’unicità e l’impedire che la ridotta diversità genetica diventi una minaccia. L’intervento umano non è mai fuori discussione: gestione e conservazione sono interessi e preoccupazioni umane. Ma questo non significa che tutto sia lecito. Serve equilibrio. L’orso marsicano è unico, ed è giusto che lo sia. Ma se un giorno la sua ridotta diversità genetica diventasse una minaccia imminente, sarebbe necessario intervenire”.

Sarebbe utile una forma più strutturata di coordinamento tra Alpi, Appennini, Pirenei e Monti Cantabrici? Quale ruolo potrebbero avere IUCN, IBA ed enti europei?
“Lo scambio di conoscenze è fondamentale. Viviamo nel momento storico in cui la circolazione delle informazioni è più rapida. Questo vale anche per la conservazione. Gruppi come IBA, il Bear Specialist Group della IUCN e la Large Carnivore Initiative for Europe lavorano proprio per favorire questo scambio. Ci sono molti incontri internazionali dedicati ai grandi carnivori. Non tutti partecipano allo stesso modo, ma ogni popolazione ha almeno un rappresentante che può chiedere aiuto e condividere problemi e soluzioni. Immagino che l’evoluzione naturale di questi forum porterà a un coordinamento sempre maggiore”.

È realistico immaginare una metapopolazione Pirenei–Monti Cantabrici o Alpi–Monti Dinarici?
“Probabilmente non oggi, né tra pochi anni. Ma chi può dirlo? Il settore occidentale della popolazione pirenaica non è in declino, anzi sembra in lenta ripresa. Come sarà tra 30 o 40 anni? Se continueremo a proteggere le popolazioni e a pianificare con intelligenza, riducendo i conflitti, potremmo avvicinarci a quel risultato. Collegare le Alpi dall’Italia alla Slovenia e poi ai Monti Dinarici è plausibile. La volontà politica può giocare un ruolo decisivo. Se la conservazione e il ripristino ecologico diventeranno priorità politiche, ci avvicineremo a quell’obiettivo”.

La presenza dell’orso genera preoccupazione nell’opinione pubblica. Quanto può incidere sulla sopravvivenza delle popolazioni? Il Trentino è in una situazione più difficile rispetto a Francia, Spagna e Abruzzo?
“I conflitti sociali possono compromettere la gestione, ma non necessariamente la sopravvivenza delle popolazioni. Tutte le popolazioni di orsi di cui stiamo parlando hanno in comune (almeno fino ad un certo livello) il fatto di vivere in paesaggi eterogenei, con habitat “quasi” ideali alternati a “trappole ecologiche” dove avvengono interazioni negative. Il caso del Trentino è unico perché è l’unica popolazione rinforzata/reintrodotta in cui si sono verificati attacchi, incluso uno mortale. Questo è un grande timore per chi ha la responsabilità gestionale, perché la convivenza implica anche la sicurezza delle persone.

Nei Pirenei e nei Monti Cantabrici sembra esserci più habitat adatto e meno presenza umana rispetto al Trentino. La prevenzione dei danni serve a ridurre le perdite zootecniche, ma evitare incontri improvvisi tra persone e orsi è molto più complesso. Ed è praticamente impossibile, in generale, nel contesto europeo, dato che non esistono quasi luoghi dove gli orsi possano stare davvero lontani da ogni attività umana. Con questo in mente, la cosa migliore che possiamo fare è lavorare sulla convivenza, che significa lavorare non solo sugli orsi, ma soprattutto sulle persone”.

Dieci anni di Comunità a misura d’Orso in Appennino centrale
di Daniela Gentile *
(pubblicato su I nuovi fogli dell’orso, n. 8)

Un’idea nata dalla stanchezza
Negli anni Novanta, nel sud della Columbia Britannica, centinaia di orsi venivano abbattuti ogni anno. Non per caccia, non per bracconaggio: per inerzia istituzionale. Un orso che si avvicinava a un cassonetto, che entrava in un giardino, che rovesciava un apiario diventava automaticamente un “problema” e veniva eliminato. Nessuno si interrogava su come mai quell’orso fosse lì. L’idea che avrebbe poi dato vita alle Bear-Smart Communities nacque da una constatazione semplice: il problema non era l’orso, o almeno, non solo. Il problema era soprattutto il cassonetto. E il pollaio senza protezione. E il frutteto abbandonato a bordo strada. E il cibo accessibile nelle aree abitate. In altre parole, un insieme di comportamenti umani creava le condizioni perché gli orsi diventassero “ingombranti” e, in alcuni casi, pericolosi. Trattare il sintomo e non la causa perpetua il ciclo. Il Programma Bear-Smart Community fu costruito attorno a questa idea: i conflitti si prevengono, non si gestiscono dopo il fatto. E si prevengono insieme: comunità, enti pubblici, attività commerciali, imprenditori, singoli cittadini. L’idea nasce dal basso nel 1995, quando un gruppo di cittadini fonda a Whistler la Get Bear Smart Society per cambiare il modo in cui la comunità gestiva la convivenza con gli orsi neri. Fu il loro lavoro sul campo a dimostrare che l’approccio funzionava. Il Ministero dell’Ambiente della Columbia Britannica ne fece poi un Programma formale nel 2002, sviluppandolo insieme alla BC Conservation Foundation e all’Unione dei Comuni della British Columbia.

Mappa dell’area, con indicazione delle Comunità a Misura d’Orso e delle principali aree protette (fonte LBSC).

Il modello attraversa l’Atlantico: storia di un momento di crisi
Nel 2014, un orso viene ucciso illegalmente a fucilate a Pettorano sul Gizio, un piccolo paese dell’Appennino centrale, tra la Maiella e i monti del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Qui l’orso, all’epoca, non era esattamente di casa. Individui sporadici attraversavano il territorio della Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio, e alcuni non passavano inosservati. Danni alle colture e agli animali domestici, paura dei residenti. Una piccola grande crisi con il più triste degli epiloghi. Non solo triste, ma soprattutto inutile: l’uomo difficilmente può fermare i movimenti di una specie in espansione e tantomeno pensare di eradicarla. Altri orsi sarebbero tornati a Pettorano, e così è stato.

Dopo quella uccisione, Rewilding Apennines e Salviamo l’Orso, due organizzazioni che operano in Appennino centrale, intuirono che l’approccio preventivo e partecipativo delle Bear-Smart Communities avrebbe potuto cambiare un destino che sembrava scritto: quello del conflitto ciclico tra esseri umani e orsi. Decisero di istituire proprio a Pettorano la prima Comunità a Misura d’Orso non solo d’Italia, ma d’Europa, adattando il modello canadese al contesto locale e alla specificità dell’orso bruno marsicano. Non era una cosa scontata. Le Bear-Smart Communities canadesi nascono in un contesto con migliaia di orsi, dove i conflitti sono frequenti, visibili, economicamente rilevanti. In Appennino centrale la situazione è radicalmente diversa: meno di 60 orsi, una popolazione che occupa stabilmente un’area core ma che si espande lentamente lungo corridoi ecologici frammentati, in un paesaggio dove molte generazioni non hanno più memoria di cosa significhi convivere con il più grande carnivoro. Proprio questa differenza ha reso l’adattamento del modello più impegnativo e, per certi versi, più interessante. Dove l’orso stava tornando, o poteva tornare, aveva senso costruire le condizioni prima che i problemi si presentassero.

Prevenire ciò che ancora non c’è
Questa logica preventiva è una delle caratteristiche centrali delle Comunità a Misura d’Orso: in molti casi non si risponde a un conflitto già in corso, ma si costruisce un assetto che lo eviti prima che esista. Salviamo l’Orso e Rewilding Apennines hanno sostenuto il Comune di Pettorano sul Gizio e la Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio nella messa in sicurezza degli attrattori alimentari di origine antropica, nonché nella promozione di una cultura della coesistenza che partisse dal basso, coinvolgendo la cittadinanza e le associazioni locali. Nel 2015 l’iniziativa pilota ha ricevuto il sostegno dell’International Association for Bear Research and Management con una donazione di 15.000 dollari, e il riconoscimento della Get Bear Smart Society, organizzazione nordamericana pioniera dell’approccio Bear-Smart.

Andamento delle incursioni di orso, delle misure di prevenzione e del numero di individui geneticamente campionati nella Comunità a Misura d’Orso (fonte Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio).

Il picco dei danni si era registrato a Pettorano nel 2014, l’anno in cui l’orso fu ucciso per rappresaglia. Dal 2015, con l’avvio delle misure di prevenzione, i danni sono progressivamente diminuiti, nonostante la presenza dell’orso nell’area sia nel frattempo sensibilmente aumentata, con sei nuclei familiari documentati fino ad oggi dalla Rete di Monitoraggio per l’Abruzzo e Molise. Più orsi, meno conflitti: la curva si è invertita non perché gli orsi siano cambiati, ma perché è cambiato il modo in cui il territorio li accoglie.

Personale di Rewilding Apennines e Salviamo l’Orso impegnato nell’installazione di cassonetti dei rifiuti a prova di orso (©Bruno D’Amicis).

Una nuova fase
Da quell’esperienza iniziale, le cose si sono mosse rapidamente. Nel 2019, Rewilding Apennines e Salviamo l’Orso hanno istituito altre due Comunità a Misura d’Orso. L’esperienza maturata ha costituito la base per lo sviluppo del progetto LIFE Bear Smart Corridors, avviato nel 2021 con il cofinanziamento della Commissione Europea.

Il progetto riunisce dodici partner: Rewilding Europe, nel ruolo di beneficiario coordinatore, sei partner italiani (Rewilding Apennines e Salviamo l’Orso, il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, il Parco Regionale Sirente Velino, la Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio) e cinque partner greci (l’Università della Tessaglia, il Comune di Amyntaio, l’ente governativo Kenakap, e le associazioni Callisto e Arcturos). Nei cinque anni di attuazione, il progetto ha sviluppato tredici nuove Comunità a Misura d’Orso in Appennino centrale e due in Grecia. Da un paese dell’Appennino, il modello ha raggiunto una scala continentale. Alcune di queste comunità si trovano nell’area centrale della distribuzione dell’orso bruno marsicano, dentro o ai margini del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, un Istituzione che ha alle spalle cento anni di convivenza con questa specie. Anche lì, dove l’orso è di casa da sempre, l’approccio partecipativo si è rivelato necessario: la coesistenza non è un traguardo conquistato una volta per tutte, ma un equilibrio non semplice da raggiungere e mantenere nel tempo.

Visita dei partner LIFE in British Columbia ( ©AngelaTavone)

La struttura: chi fa cosa
Una Comunità a Misura d’Orso non è uno sportello informativo né una campagna di comunicazione. È una struttura operativa, con ruoli precisi e strumenti concreti. Al centro c’è il Comitato della Comunità a Misura d’Orso, un organismo che raduna i rappresentanti dei principali portatori di interesse: amministratori locali, allevatori e agricoltori, apicoltori, operatori turistici, associazioni, singoli cittadini attivi. Il Comitato non è una commissione consultiva. Ha il compito di elaborare e attuare il Piano per la Coesistenza, il documento operativo che definisce le priorità di intervento nel territorio comunale, le azioni da mettere in campo e le responsabilità di ciascuno. Il Piano per la Coesistenza parte da un’analisi dei rischi: un censimento delle aree critiche nel territorio, dei punti dove le interazioni tra orsi e attività umane sono più probabili o già avvenute. Cassonetti accessibili, frutteti abbandonati, pollai e stalle non protette, stazzi e alpeggi: tutto ciò che può portare un orso a frequentare un’area abitata è mappato e poi affrontato con misure specifiche. Il Comitato lavora in collegamento con un Tavolo Tecnico sovralocale, composto da rappresentanti degli enti e delle organizzazioni che partecipano all’iniziativa a scala più ampia. Il Tavolo Tecnico valuta i piani e, se necessario, ne suggerisce miglioramenti, monitora i progressi e garantisce coerenza tra le diverse Comunità a Misura d’Orso e con le priorità nazionali di conservazione della specie e di tutela della sicurezza pubblica. Il modello prevede anche che gli atti di pianificazione urbanistica e gestionale del Comune siano progressivamente allineati con il Piano per la Coesistenza. È forse il passaggio più significativo: la Comunità a Misura d’Orso non è un progetto parallelo all’amministrazione ordinaria, ma, per essere davvero efficace, deve entrare negli strumenti con cui il Comune governa il proprio territorio. Ordinanze, piani urbanistici, regolamenti comunali: il Comune diventa l’unità operativa più vicina ai cittadini, capace di raccogliere sensibilità diverse e di tradurle in decisioni concrete.

Installazione di una recinzione elettrica presso un apiario (©Bruno D’Amicis)

Tutto facile? I numeri di dieci anni
Tutt’altro. Il cammino che porta a una Comunità a Misura d’Orso richiede tempo, pazienza, umiltà e la disponibilità ad ascoltare chi la pensa diversamente. Richiede, da parte di tutti, di rinunciare a qualcosa e la scelta consapevole di non aspettare che il problema lo risolva qualcun altro. Nel primo decennio di attività bear-smart in Appennino centrale (2015–2025), Rewilding Apennines e Salviamo l’Orso, insieme ai partner istituzionali del progetto LIFE Bear-Smart Corridors e alle Comunità a Misura d’Orso, hanno messo in sicurezza 669 tra allevamenti e apiari con 593 recinzioni elettrificate e 76 pollai resistenti all’orso, installato 110 cassonetti a prova di orso, rimondato 889 alberi da frutto abbandonati su 584 ettari per restituire risorse trofiche in ambiente naturale e ogni anno hanno raccolto la frutta a ridosso dei centri abitati per ridurne l’effetto attrattivo. L’efficacia dei dispositivi di prevenzione è stata misurata sistematicamente. Porte, cancelli, grate, pollai e cassonetti hanno registrato un’efficacia vicina al 100%. Le recinzioni elettrificate, lo strumento più diffuso e dunque il dato statisticamente più robusto, hanno raggiunto il 98%, con dieci casi di violazione in dieci anni, quasi tutti riconducibili a problemi di manutenzione: batterie scariche, elettrificatori non accesi, vegetazione non sfalciata lungo il perimetro, pannelli solari sottodimensionati.

Cosa si impara dal Canada e cosa non funziona allo stesso modo
Nel settembre 2022, una delegazione dei partner del progetto LIFE Bear-Smart Corridors ha visitato cinque Comuni della “Sea to Sky Corridor” in Columbia Britannica. La lezione più diretta è stata questa: la coesistenza funziona se ci sono tutti. A Whistler, ogni cassonetto in città è a prova di orso. Non alcuni, non quelli nelle aree più frequentate: tutti. Su ciascuno ci sono istruzioni, numeri da chiamare, spiegazioni del perché quel cestino sia fatto così. I turisti che arrivano a migliaia ogni anno non trovano alternative: o usano i contenitori a prova di orso, o non buttano via nulla. Non è una campagna di sensibilizzazione. È un’infrastruttura. A Squamish, i bylaw officers, i responsabili dell’applicazione delle normative comunali, visitano più volte chi non gestisce correttamente i rifiuti prima di erogare una sanzione. Prima si spiega, poi si avverte, poi si multa. L’obiettivo non è punire: è cambiare il comportamento. In Appennino, questa dimensione regolamentare è ancora in gran parte assente: non ci sono ancora ordinanze diffuse che impongono la gestione degli attrattivi alimentari per gli orsi, e il coinvolgimento diretto delle amministrazioni locali nella prevenzione è ancora limitato. È uno dei terreni su cui il lavoro delle Comunità a Misura d’Orso può avere un impatto duraturo.

Femmina di orso bruno marsicano con piccoli dell’anno (©Bruno D’Amicis)

C’è un’altra differenza rilevante, ed è la più delicata da affrontare. In Columbia Britannica gli orsi sono migliaia, e i conflitti sono quotidiani. Le misure di prevenzione hanno un riscontro immediato e misurabile: si riduce il numero di orsi abbattuti. In Appennino, la popolazione è così piccola che ogni individuo conta: la perdita di un singolo orso marsicano per cause evitabili può avere serie conseguenze sulla sopravvivenza di questa popolazione unica al mondo.

Turismo, economia, identità
Per molti territori montani ad alta frequentazione turistica, c’è una dimensione ulteriore che vale la pena considerare. La presenza di grandi carnivori in un’area turistica è spesso vissuta come un problema di sicurezza o di comunicazione. Ma l’esperienza canadese, e quella dell’Appennino centrale, suggeriscono che può essere anche un’opportunità. Un territorio che sa convivere con l’orso è un territorio che ha fatto una scelta precisa su come vuole essere: un luogo in cui la natura non è uno sfondo decorativo, ma parte del paesaggio vissuto. Questo può diventare un elemento di identità, di attrattività, di distinzione in un mercato turistico che cerca autenticità. Le Bear-Smart Communities non sono in contraddizione con il turismo: possono essere uno strumento per orientarlo, per far sì che chi visita un’area comprenda le regole del luogo e diventi parte di un sistema che funziona.

In Appennino centrale, Rewilding Apennines ha costituito proprio a questo scopo una rete di imprese per la coesistenza composta da 37 realtà imprenditoriali: guide, operatori dell’accoglienza, pastori, agricoltori, artigiani. L’idea è semplice: se la coesistenza genera anche valore economico per chi la pratica ogni giorno, le probabilità che duri aumentano. Seguendo questo approccio, negli ultimi due anni, Rewilding Apennines ha generato circa 400.000 euro di valore economico diretto per le comunità locali. Nelle piccole comunità montane dell’Appennino Centrale, dove le opportunità economiche sono spesso limitate o fortemente frammentate, questa cifra rappresenta molto più di un investimento finanziario. È un flusso di valore radicato localmente che sostiene servizi quotidiani, piccole imprese e iniziative di comunità, contribuendo a mantenere il paesaggio abitato e vivo.

Quel che rimane
L’esperienza di dieci anni in Appennino centrale ha chiarito alcune cose. La prima: le Comunità a Misura d’Orso non si costruiscono in fretta. Richiedono presenza, fiducia, rapporti costruiti nel tempo. Chi arriva con la certezza di avere le risposte giuste perde in partenza. Chi arriva con la disponibilità ad ascoltare e a stare, trova quasi sempre interlocutori. La seconda: il Comune è l’istituzione che può fare la differenza. Non perché abbia più risorse degli altri, ma perché è il livello più vicino alle persone che vivono in quel paesaggio, e perché ha in mano strumenti urbanistici e gestionali che nessun altro attore possiede.

Una delibera comunale, un regolamento sul conferimento dei rifiuti, un piano di gestione del verde urbano: strumenti essenziali, capaci di cambiare strutturalmente il modo in cui un territorio risponde alla presenza dell’orso. La terza: buona parte della vita degli animali si svolge in paesaggi abitati, agricoli, produttivi. Non nei boschi indisturbati, ma nei margini, nelle aree di transizione, nelle periferie dei centri abitati. È lì che si decide il futuro delle specie, e insieme il futuro di chi vive in quei luoghi.

Una Bear-Smart Community non è un programma di tutela dell’orso. È un processo di costruzione condivisa di un territorio dove vivere, lavorare e muoversi sapendo che quella presenza è lì, che non è neutrale, e che la si può affrontare senza aspettare che diventi un’emergenza.

*Daniela Gentile, Communications Officer per Rewilding Apennines ETS Per saperne di più:
https://www2.gov.bc.ca/assets/gov/environment/plants-animals and-ecosystems/conservation-officer-service/bearsmart_bkgdr.pdf;
https://bearsmart.org/community-initiatives/overview;
https://rewilding-apennines.com/it/life-bear-smart-corridors


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