EDITORIALE – Il “woke” non c’entra un tubo con i diritti civili e con la Costituzione. E chi li confonde sta mentendo o sta facendo business elettorale.
I diritti civili veri sono quelli per cui hanno combattuto generazioni intere: uguaglianza davanti alla legge, pari dignità della persona, libertà di espressione, libertà di scelta sul proprio corpo e sulla propria vita, meritocrazia.
Sono diritti individuali e universali, non di gruppo.
Il woke e l’articolo 3 della Costituzione
Il woke, almeno nelle sue versioni più radicali e identitarie, non coincide con il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione italiana. Il primo comma dell’articolo 3 stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni fondate, tra l’altro, su sesso, razza, religione, opinioni politiche o condizioni personali e sociali. Il secondo comma impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini.
La Costituzione, dunque, ammette interventi mirati per correggere disuguaglianze concrete, ma li sottopone ai criteri di ragionevolezza e proporzionalità: non autorizza una gerarchia permanente tra gruppi, né una discriminazione fondata automaticamente sull’identità di chi riceve o subisce un trattamento.
Il problema del woke non è quindi la lotta contro le discriminazioni, che è pienamente coerente con l’articolo 3, ma la sua possibile degenerazione in una concezione per cui la persona viene valutata anzitutto in base all’appartenenza collettiva, la responsabilità diventa colpa ereditaria e l’uguaglianza viene sostituita da trattamenti differenziati non sempre ragionevoli o proporzionati.
In questa prospettiva, il woke non rappresenta l’attuazione dell’articolo 3, ma una sua interpretazione ideologica e selettiva.
Il woke ha preso questi principi e li ha stravolti.
Ha sostituito l’uguaglianza con l’“equità” (cioè discriminare qualcuno per favorire qualcun altro).
Ha sostituito la libertà di parola con la censura in nome della “sicurezza emotiva”.
Ha sostituito il giudizio sulle azioni individuali con la colpa collettiva basata sull’identità.
Ha trasformato la lotta contro le discriminazioni in una nuova religione morale, dogmatica, intollerante e spesso autoritaria.
E gli esempi di questa ipocrisia sono sotto gli occhi di tutti.
Riccardo Magi
Il segretario di +Europa si presenta come il campione dei diritti civili.
Pride, cartelli arcobaleno, battaglie su identità di genere, cittadinanza facile, fine vita. Tutto giusto, in teoria.
Il problema è che Magi non difende i diritti civili: difende l’ideologia woke.
Quando al Pride sventola un cartello sessista contro Giorgia Meloni (“amica dei Dick-tators”), non sta facendo satira: sta dimostrando che per lui la libertà di parola vale solo quando offende i nemici giusti.
Quando confonde sistematicamente la tutela delle persone omosessuali e trans con l’imposizione di una visione identitaria della società, con la priorità del gruppo sull’individuo, con la moralizzazione permanente del linguaggio e dei comportamenti, sta facendo esattamente il contrario di quello che facevano i radicali di una volta.
Magi sbaglia perché riduce i diritti civili a una bandiera identitaria e a uno strumento di guerra culturale.
I veri diritti civili non hanno bisogno di cartelli sessisti, di cancel culture, di lezioni di purezza ideologica e tantomeno di escludere gli ebrei dai Pride.
Hanno bisogno di libertà, di uguaglianza formale e di rispetto per le differenze senza imporre gerarchie morali.
Magi confonde la difesa delle minoranze con la costruzione di una nuova ortodossia. E questa ortodossia è il contrario della libertà.
Giuseppe Conte
Qui siamo al puro opportunismo.
Per anni il leader del Movimento 5 Stelle ha navigato a vista su questi temi. Non si è mai speso più di tanto, non ha mai preso posizioni nette contro gli eccessi del politicamente corretto, ha preferito stare nel “campo largo” dove queste battaglie identitarie erano parte del pacchetto.
Poi, all’improvviso, pochi giorni fa in questo afoso agosto 2026, scopre che il woke è “una religione morale autoreferenziale” e che “alla sinistra non serve”.
Che coincidenza…
Le elezioni (o le primarie del centrosinistra) si avvicinano, i sondaggi mostrano che una parte consistente dell’elettorato è stufa di queste guerre culturali, e Conte improvvisamente si sveglia.
Non perché abbia avuto un’illuminazione intellettuale. Perché ha fiutato il vento.
È lo stesso Conte che ha governato con chiunque gli convenisse, che ha cambiato pelle tutte le volte che serviva, che ora prova a scavalcare a sinistra sul pacifismo e a “destra” (relativamente) sul tema del woke, sperando di intercettare voti e di posizionarsi meglio nella corsa alla leadership dell’opposizione.
Questo non è coraggio politico. È opportunismo da manuale.
Ieri taceva o annuiva, oggi si scopre critico del woke perché gli fa comodo.
Domani, se i numeri cambieranno, farà di nuovo dietrofront.
I diritti civili non hanno bisogno né di Magi né di Conte.
Non hanno bisogno di chi li trasforma in ideologia identitaria, né di chi li usa come merce di scambio elettorale.
Hanno bisogno di chiarezza: uguaglianza davanti alla legge, non discriminazione positiva; libertà di espressione, non censura moralista; persona al centro, non gruppo identitario; merito e responsabilità individuale, non colpa collettiva; inclusione vera, non selezione ideologica delle vittime ammesse.
Il woke non è l’evoluzione dei diritti civili.
È la loro caricatura autoritaria e selettiva.
E chi lo confonde con i diritti veri, o è in malafede, o sta semplicemente cercando voti.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Italo Grillo
Source link






