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Dopo la doppia mossa, di giovedì scorso, di Banca Mps con le Ops su Banca Generali e Banco Bpm, il risiko bancario in Italia e in Europa è appena cominciato. E mostra le strade possibili.
Come predetto a fine maggio dall’ad Luigi Lovaglio, “tutte le strade portano a Siena”. Con il risiko non si è spento però il rosiko di quanti sperano che le operazioni non vadano a buon fine. E che su Mps si spenga definitivamente la luce.
A leggere i giornali in questi giorni sembra, infatti, che l’intero mondo finanziario continentale, e non solo, stia entrando da Porta Camollia. Alcuni destinati a una fugace apparizione in piazza Salimbeni, per poi uscire dai Tufi o dai Pispini, oggi finalmente a festa. Altri, invece, entrati da Porta Romana, sembrano destinati a non uscire, almeno per il momento, dalla città e a ripetere l’antico adagio “hic manebimus optime”.
A Siena convergono anche i giornali economici, e non solo, per seguire la vicenda. A volte con piena libertà di giudizio, altre con apparente interesse per alcuni dei cavalieri in transito sulle lastre. E se non trovano niente, magari si mettono a raccontare di strane “streghe” che si aggirano per strade e vicoli della città nei giorni del Palio. Così, tanto per proseguire in quel racconto che viene da molto lontano e che vuol far passare Siena come una città di svitati che non merita di avere la sede di una grande banca.
Il doppio passo e la calma serafica
Di certo, il doppio passo di Lovaglio ha sbaragliato gli scenari anche degli analisti più temerari. E chi mai poteva aspettarsi una doppia mossa del genere da un istituto di credito che tutti, qualche anno fa, consideravano prossimo al fallimento? Una banca, peraltro, sotto Opas ostile.
Semmai, i più si sarebbero aspettati qualche vano tentativo di divincolarsi dalla presa dell’aggressore, come fa il pesce finito nella rete che, per provare a uscire, con movimenti rapidi, nervosi e continui, finisce per legarsi ancora di più ai nodi stretti dal pescatore. Lo scorso anno ci provò Mediobanca di Alberto Nagel proprio nei confronti di Mps, dimostrando Lovaglio, al contrario, sempre una grande sicumera nel risultato finale dell’acquisizione. Cosa che puntualmente avvenne.
Qualche settimana fa ci eravamo chiesti se quelle di Lovaglio fossero “mosse della disperazione o lucida follia”. Oggi una prima risposta possiamo darla: il banchiere senese non ha scelto di rimanere fermo nella rete. Sta provando a pescare lui, e altrove. Sempre con la stessa serafica calma che ha mostrato nell’annunciare agli analisti e ai dipendenti una strada che, se realizzata, dovrà per forza finire nei libri di storia ed essere studiata nelle università di economia (cit. Giulio Sapelli). Il rosiko, in questo caso, è degli altri, gli sconfitti dello scorso anno che speravano di vedere Mps soccombente.
Il nervoso del pescatore
Se si analizza chi è più calmo e chi più agitato, sorprende che, ad oggi, a sembrare il più nervoso non sia tanto Lovaglio, sotto la morsa dell’Opas, bensì Carlo Messina, ad di Intesa Sanpaolo. Eppure si è mosso indisturbato per mesi, definendo con Carlo Cimbri di Unipol e con i suoi advisor una strategia di aggressione e spezzettamento.
Poi, in una domenica di inizio giugno, ha annunciato con paciosa tranquillità l’Opas sulla banca più antica del mondo.
L’annuncio è stato dato senza solennità particolari, così come si fa quando a tavola si mangia un piatto cui siamo abituati e non quando si assaggia qualcosa di speciale.
Pare che il banchiere romano avesse giusto fatto una telefonata di cortesia alla premier Giorgia Meloni.
Nel frattempo, nessun grande giornale economico-finanziario, italiano o straniero, lo ha disturbato ed è venuto in possesso di informazioni riservate o soffiate tali da realizzare scoop che annunciassero l’operazione.
Inoltre, subito dopo l’annuncio, è stato celebrato da un concerto di voci, nessuna dissonante. Primi tra tutti gli industriali di Emanuele Orsini, ma anche altri.
Le 6.800 uscite “su base volontaria”
Nel momento in cui spiegava come aveva stretto i nodi della rete, annunciava anche che l’operazione avrebbe permesso l’assunzione di circa 13.100 nuovi dipendenti entro il 2029 e circa 6.800 uscite. Senza spiegare, però, che le uscite, “esclusivamente su base volontaria”, molto probabilmente sarebbero state di montepaschini, senesi e toscani.
Che certo non avrebbero avuto voglia di spostarsi a Milano o Modena, eventuale sede della direzione generale di Bper che con gli sportelli di Mps, potrebbe cambiare nome di Monte dei Paschi, senza il nome Siena.
Nonostante, dunque, abbia passato un’estate al mare, Messina non sembra oggi rilassato. Di fronte alla doppia mossa di Lovaglio ha deciso di scatenare i suoi avvocati per presentare esposti in ogni sede, in Consob, all’Ue e chissà dove.
E non deve essere soddisfatto nemmeno ora che, in questi primi giorni, la Borsa non sembra troppo entusiasta della mossa di Lovaglio (anche se ieri e pure oggi il titolo Mps è salito, oggi del +0,48%). Come invece lo è stata della sua. Il pescatore sembra nervoso e mastica amaro. Rosika.
Sembrano rosikare poi i tanti giornali e giornaloni che pure hanno avuto l’esclusiva della notizia e l’hanno buttata in pasto alla Borsa senza troppi complimenti. Non contenti, da giorni danno voce agli esperti, meglio se scettici.
Come quelle società di advisory e consulenza, guarda un po’, proprio di Intesa. Per loro non sembra esserci paragone tra le due offerte in campo. Anche loro sembrano rosikare.
La prudenza tardiva del Santander
Sorprende poi la posizione di Banco Santander. Secondo i suoi analisti, le offerte simultanee su Bpm e Banca Generali sono “outperform”, “evidenziando l’elevato potenziale ma anche i significativi rischi di esecuzione”. Una linea prudenziale, dunque.
Prudenza che, riletta alla luce della storia recente di Mps con Santander, sembra fin troppo ironica. Chissà cosa sarebbe potuto accadere se una simile valutazione l’avessero fatta anche nel 2007, quando proprio Mps comprò da Santander Banca Antonveneta per 9 miliardi di euro.
Un prezzo che già allora fece discutere e al quale si aggiunsero negli anni successivi altri costi, portando l’esborso complessivo dell’operazione a superare i 10 miliardi e facendo di Antonveneta uno dei simboli delle scelte che portarono il Monte nella sua crisi più drammatica.
E viene da chiedersi: quanti guai avremmo potuto risparmiarci se Santander avesse espresso allora, sulla cessione di Antonveneta, le stesse perplessità che oggi manifesta sulle operazioni di Mps?
Anche perché, lo ricordiamo per dovere di cronaca, la banca spagnola aveva rilevato Antonveneta dalla olandese ABN Amro appena pochi mesi prima, a una valutazione significativamente più bassa.
Oggi gli analisti di Santander mettono in guardia sui “rischi di esecuzione” delle mosse di Lovaglio. Nel 2007, invece, furono proprio loro a vendere al Monte Antonveneta. E forse è una di quelle circostanze che sarebbe utile ricordare quando si distribuiscono patenti di prudenza finanziaria.
Eppure, su tutta questa partita appena iniziata del risiko bancario italiano, c’è anche chi prova a far ragionare su un livello più alto e diverso tra le due offerte.
L’una (Intesa) meramente di concentrazione di potere finanziario, che ha il controllo su Generali come obiettivo grosso; l’altra (Mps) come operazione di sistema che “punta a creare il secondo gruppo bancario italiano” (cit. Santander).
Banca di sistema, banca del territorio
È qui che torna una domanda che ci siamo posti già qualche settimana fa: Mps deve essere una banca di sistema o una banca del territorio?
La risposta, allora come oggi, non può essere scegliere una delle due. Mps può e deve essere una grande banca italiana con una visione europea senza per questo smettere di avere un rapporto con il territorio. Le due cose non sono in contraddizione.
Anzi, la vera sfida è proprio questa: diventare abbastanza grande da competere sul mercato continentale, senza perdere quella responsabilità che ha sempre dimostrato verso Siena, la Toscana e l’economia reale italiana.
Sostiene Rita Querzè sul Corriere della Sera che dovremmo guardare tutto il tema del risiko bancario sotto altre lenti che non siano solo quelle di vincitori e di vinti. Scrive: le banche sono “un’infrastruttura fondamentale della nostra economia” e dovremmo discutere di “che tipo di sistema bancario abbiamo bisogno per sostenere le enormi sfide dell’economia reale che stiamo affrontando? Il riassetto in corso aiuterà o meno? Queste sono le domande che dovremmo farci”.
Domande che la politica non si pone
Domande che la politica per prima dovrebbe porsi e affrontare. Senza lasciare che il riassetto sia lasciato solo al “libero mercato”, come hanno fatto intendere alcuni politici, compresa la segretaria del Pd Elly Schlein. Una posizione, la sua, che ha destato più di una perplessità in Toscana e a Siena, soprattutto tra i suoi.
Anche lei rischia di finire tra i rosikoni della doppia mossa di Lovaglio, tirata per la giacchetta, chissà, dai compagni emiliani, ingolositi dagli scarti di Mps che rimarrebbero loro se andasse avanti l’opzione Intesa Sanpaolo.
La politica, invece, avrebbe tutto il diritto di intervenire non tanto per fare il tifo su due o tre poli bancari (tre è sempre meglio di due, a nostro parere), ma per pretendere che le banche riprendano a finanziare famiglie e imprese. In particolare le piccole e medie, e non solo le grandi.
In Italia, scrive Adusbef, il costo dei conti correnti è cresciuto del 23% in 10 anni. Eppure chi di noi va più in filiale? Facciamo tutto o quasi da noi: bonifici, pagamenti, prelievi. Siamo diventati banchieri di noi stessi, come del resto siamo distributori alle pompe di benzina, ortolani e macellai nella grande distribuzione, senza mai vedere grossi giovamenti nel portafogli.
Di questo dovrebbe occuparsi la politica, visto che non se ne occupa il “libero mercato”. Ma su questo nessuno proferisce mai parola. Salvo semmai gridare populisticamente agli “extraprofitti”, senza mai studiare né spiegare come fare per tassarli.
E l’economia reale?
Infine, le aziende. Mentre il risiko è in corso, si scopre che in Italia, con il rialzo dei tassi, “le banche europee sono diventate più selettive, e nel nostro Paese la contrazione del credito è stata più forte e persistente”.
Nel 2025, la Banca d’Italia ha rilevato come la ripresa del credito sia stata selettiva e abbia avvantaggiato le grandi imprese. Per un sistema produttivo tutto centrato sulle piccole e medie, che dipendono quasi totalmente dal credito bancario, non si tratta di un elemento indifferente.
Insomma, grandi banche finanziano grandi imprese. Per tutte le altre, l’ossatura portante del sistema economico italiano, rimangono poco più che le briciole. Certo è che una maggiore concorrenza tra banche potrebbe aiutare a ottenere maggiori servizi finanziari.
E forse è proprio questa la domanda che dovrebbe interessare di più mentre tutti guardano il risiko. Non chi vincerà la partita tra Lovaglio e Messina, ma quale sistema bancario avremo alla fine della partita.
Perché se il risultato sarà soltanto avere banche più grandi, ma meno disponibili a finanziare il tessuto produttivo italiano, qualcuno avrà semplicemente vinto una partita finanziaria senza aver risolto il problema dell’economia reale.
Dall’Italia all’Europa con Draghi traghettatore
E forse non è un caso che proprio oggi arrivi una notizia che allarga ulteriormente il campo della riflessione. Mario Draghi, insieme a Patrick Collison, cofondatore di Stripe, ha costituito il Rhine Group, una nuova iniziativa che riunisce economisti, imprenditori, manager, accademici e protagonisti delle istituzioni con l’obiettivo di trasformare in un’agenda concreta le indicazioni contenute nel Rapporto Draghi del 2024 sulla competitività europea.
Il messaggio di fondo è semplice: l’Europa rischia di perdere terreno su crescita, produttività, innovazione e tecnologia se non riesce a cambiare passo. E per farlo servono investimenti, imprese capaci di crescere, innovazione e capitali.
E allora la domanda torna anche al risiko bancario italiano. Perché se l’Europa deve tornare a crescere, innovare e competere, ha bisogno di banche capaci di accompagnare questo processo. Non soltanto banche più grandi, ma banche in grado di finanziare investimenti, imprese, innovazione e trasformazione industriale.
È anche per questo che la partita Mps, Bpm, Banca Generali e Intesa non può essere considerata soltanto una sfida tra banchieri, azionisti e grandi gruppi finanziari. Dentro c’è una domanda più grande: quale sistema bancario servirà all’Italia per stare dentro la nuova competizione europea?
Ed è qui che la strada ci riporta a Siena
Una Mps più grande, capace di costruire il terzo polo e mantenere una propria autonomia, potrebbe non essere soltanto una questione italiana. Potrebbe diventare uno dei pezzi della risposta italiana alla sfida europea che oggi Draghi, ancora una volta, prova a mettere al centro del dibattito.
Da “banca di territorio” a “banca di sistema”, dunque, ma in una dimensione europea. È il percorso che abbiamo seguito fin dall’inizio di questa vicenda. E forse il vero salto che si trova davanti il Monte dei Paschi è proprio questo: non scegliere tra Siena e l’Europa, ma dimostrare che da Siena si può giocare una partita europea. E che l’antica strada Francigena che l’attraversa non è solo per pellegrini.
In tanti non l’hanno capito e rosikano. Alcuni perché hanno in uggia Siena e la sua prosopopea di autosufficienza.
Altri che da tempo dicono che la banca è ormai morta e sepolta e non è più della città e, perciò, non vale la pena di occuparsene. Altri che semplicemente sperano che tutto finisca così, per poter dire: “L’avevo detto io”. Ma alla fine, il rosiko serve a poco.
Intanto, il risiko bancario è appena cominciato. E la vera partita non è soltanto chi comprerà chi e che banche avremo il prossimo anno. È capire quale banca, quale sistema finanziario e quale Europa vogliamo costruire per sostenere un’economia che deve cambiare per poter competere con Stati Uniti e Cina, dentro un mondo segnato dalle guerre e da una competizione economica sempre più dura.
È questa la partita. Questo il bivio delle strade che passano da Siena. Il resto, compreso il rosiko degli altri, è soltanto rumore di sottofondo.
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Michele Taddei
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