Mario Draghi torna sulla competitività europea, ma questa volta non con un rapporto destinato alle istituzioni. L’ex presidente della Bce e Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato di Stripe, hanno dato vita al Rhine Group, una nuova organizzazione che mette insieme economisti, imprenditori tecnologici, manager, accademici ed ex rappresentanti delle istituzioni con l’ambizione di trasformare le diagnosi sulla perdita di competitività europea in proposte che possano diventare decisioni politiche.

Draghi e Collison sono cofondatori e co-presidenti del gruppo, mentre la direzione esecutiva è affidata all’economista spagnolo Luis Garicano, professore alla London School of Economics ed ex eurodeputato. L’organizzazione è stata costituita a Ginevra ed è nata ieri, 24 agosto 2026.

Il messaggio dei fondatori è molto chiaro: “Il declino non è inevitabile”, ma l’Europa rischia “la lenta agonia” tratteggiata da Draghi due anni fa, se non si darà una mossa. Rispetto a quando l’ex premier italiano implorava i governi di “fare qualcosa“, la situazione geopolitica non è certo migliorata: gli Stati Uniti sono diventati più protezionisti e il rapporto con gli europei è traballante, mentre sull’intelligenza artificiale l’Unione arranca, tallonata e pressata dalla Cina, che ormai compete con le imprese del Vecchio Continente non solo nella produzione a basso costo ma anche nei segmenti a più alto valore aggiunto della catena del valore. “Il modello di crescita europeo sta svanendo“, afferma il Gruppo – come peraltro ha detto recentemente anche la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde -, aggiungendo che “siamo sempre più in balia di eventi esterni che non controlliamo“.

Dal Rapporto Draghi al Rhine Group

Per capire perché nasce il Rhine Group bisogna tornare al settembre 2024, quando Draghi consegnò alla Commissione europea il rapporto ‘The Future of European Competitiveness‘. Il documento individuava un crescente divario di produttività e innovazione tra Europa, Stati Uniti e Cina e proponeva oltre 170 interventi che spaziavano dall’energia all’industria, dalla difesa al digitale, dai mercati dei capitali alla ricerca.

Bruxelles ha recepito quelle ricette in parte: la Commissione dichiara che il 90% delle iniziative principali della propria Competitiveness Compass derivi direttamente dalle misure considerate prioritarie nel rapporto Draghi. Tuttavia, un’analisi dello European Policy Innovation Council (Epic), presentata in esclusiva dal Financial Times, afferma che solo il 15,7% delle 383 raccomandazioni dell’ex banchiere è stato pienamente implementato. E che un ulteriore 41,3% ha ricevuto un’attuazione solo parziale, spesso limitata a dichiarazioni di intenti o atti non vincolanti. 

Di sicuro per Draghi, e non solo per lui, la velocità di attuazione rimane insufficiente. Il Rhine Group nasce da qui, come piattaforma privata e indipendente nella quale chi fa impresa, chi studia l’economia e chi conosce i meccanismi delle istituzioni possa confrontarsi sulle riforme europee e avanzare proposte concrete.

Come funzionerà

Il Rhine Group infatti vuole soprattutto produrre idee applicabili. Gli incontri saranno preparati attraverso research paper distribuiti ai partecipanti prima delle discussioni e si svolgeranno secondo la Chatham House Rule: i partecipanti possono utilizzare le informazioni emerse durante il confronto, ma non attribuire pubblicamente dichiarazioni e posizioni alle singole persone che le hanno espresse. In questo modo si vuole favorire discussioni più libere tra protagonisti che normalmente operano in ambienti molto diversi.

Il baricentro dell’iniziativa è soprattutto incentrato su crescita e innovazione. Uno dei dati utilizzati dal gruppo per fotografare il problema è emblematico: tra le 50 maggiori società tecnologiche mondiali soltanto quattro sono europee. Il rischio è che il continente conservi grandi capacità scientifiche, industriali e finanziarie senza riuscire a trasformarle in imprese globali nei settori destinati a guidare l’economia dei prossimi decenni.

La presenza di Collison è quindi tutt’altro che ornamentale. Il fondatore di Stripe, una delle principali società mondiali nel settore dei pagamenti digitali, rappresenta la componente imprenditoriale e tecnologica dell’operazione e da anni sostiene che ricerca scientifica, capacità imprenditoriale e istituzioni efficienti siano determinanti per la crescita economica.

Chi sta con Draghi

Draghi e Collison hanno riunito nomi di rilievo, come il Nobel per l’Economia Philippe Aghion, l’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves, la direttrice dell’Economist Zanny Minton Beddoes, il fondatore di Shopify Tobi Lütke, il numero uno di Klarna Sebastian Siemiatkowski e l’imprenditore francese Xavier Niel.

Consistente anche la componente italiana: Andrea Pignataro, fondatore di Ion Group; gli economisti Lucrezia Reichlin, Francesco Giavazzi e Francesco Decarolis; il fondatore di Bending Spoons Luca Ferrari e l’ex ministro dell’Innovazione Vittorio Colao, tra gli altri.

Ed è interessante notare la scelta di Garicano. L’economista spagnolo in passato ha criticato alcune raccomandazioni dello stesso Rapporto Draghi, perciò la sua presenza suggerisce che il Rhine Group voglia essere qualcosa di più di un organismo costruito per ratificare automaticamente le idee dell’ex presidente della Bce.

E chi è contro?

A poche ore dalla presentazione sono già emerse alcune obiezioni sul Rhine Group. Una delle prime riguarda la sua composizione geografica. EUalive ha rilevato una presenza molto limitata di figure provenienti dall’Europa centrale e orientale, e la mancanza della Polonia, criticando un gruppo che vuole discutere il futuro dell’intero continente ma appare molto limitato all’Europa occidentale. Come darebbe a intendere il suo nome, che rimanda a una vecchia Europa che ha il suo centro nel fiume Reno.

Un’altra possibile linea critica riguarda il metodo. Riunire a porte chiuse economisti, grandi imprenditori, finanzieri ed ex rappresentanti delle istituzioni può favorire discussioni molto più concrete di quelle pubbliche, ma espone inevitabilmente il gruppo all’accusa di essere una rete di élite con grande capacità di influenza e poca trasparenza esterna. La stessa scelta della Chatham House Rule, pensata per rendere più libero il confronto, rende impossibile sapere chi all’interno abbia sostenuto una determinata proposta.

Sono state inoltre sollevate perplessità sulla scelta di stabilire l’organizzazione in Svizzera, fuori dall’Unione europea, e sull’utilizzo di infrastrutture e piattaforme tecnologiche statunitensi da parte di un progetto che parla anche di autonomia e competitività europea.

“Posta in gioco esistenziale”

L’effettivo peso e l’effettiva accoglienza del gruppo si vedrà, però, quando questo comincerà a formulare proposte concrete. Molte delle idee centrali nell’agenda Draghi – maggiore integrazione dei mercati dei capitali, investimenti comuni europei, politica industriale continentale, semplificazione normativa, consolidamento delle imprese e maggiore coordinamento nelle politiche strategiche – incidono direttamente sui rapporti di potere tra Bruxelles e gli Stati membri, e dividono le capitali a seconda dei loro interessi e delle loro diverse posizioni. Di molte di queste riforme e misure, infatti, se ne parla da anni senza che il blocco sia riuscito a portarle avanti.

“La posta in gioco è esistenziale. Se la stagnazione continua, il continente perderà progressivamente la capacità di finanziare gli obblighi fondamentali di uno stato moderno: difesa, sanità pubblica, pensioni, istruzione, investimenti per il clima e reti di sicurezza per chi perde il lavoro”, avvisa il Rhine Group sul suo sito. Ma c’è un’alternativa: “Fare ciò che l’Europa ha fatto in passato: competere, costruire e crescere di nuovo“.


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